Elisabetta, la “regina pop” che lascia troppe questioni aperte

Con la morte di Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri 15 paesi del Reame del Commonwealth, capo di stato per 151 milioni di persone sparse su tre continenti, dalla Nuova Zelanda al Canada, da Cardiff a Edimburgo, scompare un punto di riferimento fondamentale per il suo paese e per tutto il mondo. È morta nel pomeriggio di quello che passerà alla storia come l’8 settembre britannico, un anno e cinque mesi dalla morte del marito Filippo, quasi precisamente un quarto di secolo dalla morte di Diana Spencer, l’ex moglie del nuovo Re Carlo.

Gli ultimi giorni Elisabetta li ha trascorsi a Balmoral, dove solo pochi giorni fa ha assistito alla quindicesima transizione al vertice del governo britannico. Da Churchill ad un giorno passato in compagnia di Boris Johnson e Liz Truss: deve essere stato troppo pure per lei. Comprensibilmente, la morte della regina sta generando diffusa commozione in Inghilterra e nel resto del Regno Unito specialmente tra chi ha visto in lei una persona di buon senso e dignità istituzionale, tanto più apprezzata quanto più stridente era il contrasto con i sempre più indegni e scriteriati vertici politici del suo paese. Memorabili le condoglianze di Jeremy Corbyn, che ha ricordato di avere discusso con lei di marmellate.

Era la persona più famosa al mondo e l’unico capo di stato di cui i britannici abbiano memoria, emblema di potere, simbolo di storia, icona di un impero passato per mille tribù umane. Anche per questo, l’emozione per la sua morte si spande sui cinque continenti, oltre i confini del Regno, accompagnato alla bugiarda sensazione che sia finita un’era, l’ultimo potere del XX secolo, immortalato in vita accanto a buona parte dei suoi protagonisti, che se ne va proprio mentre la storia si rimette in moto. 

 

Lo smembramento dell’impero

Era diventata regina nel 1952, all’epoca del più grande impero che la storia abbia mai conosciuto, quello su cui non tramontava mai il sole. L’ha visto poco a poco smembrarsi: l’ultima ad andarsene la Repubblica di Barbados, a Dicembre 2021. Nella scorsa Primavera un disastroso viaggio di suo nipote William nei Caraibi suggerisce che molti altri seguiranno a breve. Da capo del Commonwealth, la seconda più grande organizzazione intergovernativa al mondo con 56 stati sovrani un tempo parte dell’impero britannico, quasi un terzo della popolazione globale e un quinto delle terre emerse, ha fatto tutto quello che era in suo potere per rallentare il processo. Un esempio di managed decline di discutibile utilità e scarse prospettive, perché a finire non è un’era del mondo, ma del Paese che un tempo non lontanissimo, ne guidava la metà.

La lunga storia di un’icona pop

Fino alla morte in diretta in mondovisione e sotto “supervisione medica”, tutta la sua vita è stata un lunghissimo Reality Show. Anche grazie a suo marito, il Principe Filippo, a capo del team che curò la cerimonia di incoronazione del 1953 e decise di trasmetterla in diretta TV, trasformando per la prima volta uno spettacolo reale nell’inizio di una soap opera lunga un secolo, la favola bella dei matrimoni incantati di principi e principesse stregati dall’ultima corona che conta. Lo stesso Filippo continuò negli anni ad incoraggiare “the firm” ad essere più telegenica conquistando un posto nella videocrazia, sceneggiatore ante-litteram di “the Crown”.

Anche per tutto questo, la Regina Elisabetta è stata una vera icona pop, consacrata da Andy Warhol e da sketch memorabili, come quando fu “paracadutata” sullo stadio olimpico di Londra 2012 o quando sfoderò dalla borsetta pane e marmellata per celebrare il giubileo per i 70 anni di Regno insieme all’orso Paddington. Memorabili anche i suoi outfit europeisti degli anni della Brexit, interventi subliminali che fanno il paio col “pensateci bene” prima del referendum sull’indipendenza scozzese del 2014. Non potrà dire nulla sul prossimo.

La difficile eredità che lascia a Carlo

Chissà cosa dirà allora su mille questioni aperte Carlo III, a cui ha scelto di non lasciare il trono anzitempo, in questo superata in modernità persino dal meno moderno dei papi romani. Non si è mai fidata molto di lui, forse perché a causa sua furono i punti più bassi del lungo regno, l’annus horribilis nel 1992, quello del divorzo e del black Wednesday, e quello, cinque anni dopo, in cui perse il polso del suo Paese, rifiutandosi di tornare a Londra alla notizia della morte di Diana. Lo stesso Paese che oggi la piange con sincero cordoglio raccontato nell’ininterrotta diretta BBC a canali unificati che andrà avanti per giorni e giorni.

Si sono sempre presi maledettamente sul serio i reali inglesi, più e meglio dei membri di qualunque altra casa reale del mondo, come più e meglio di qualunque altro paese al mondo si prende maledettamente sul serio il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, un branding, più che un paese, peraltro decisamente in crisi d’immagine tanto a Nord del Vallo di Adriano quanto a ovest dell’Irish Sea. D’altronde le cabine rosse sono in disuso e il bus a due piani l’ha screditato la balla sui soldi alla NHS. Si spiega anche così la Brexit che è lo specchio riflesso di questo magestico sfoggio di overconfidence e self-entitlement e del suo stridente contrasto con la realtà di diseguaglianze di classe e di un passato coloniale sempre più ingombrante.

Toccherà allora anche a Carlo decidere se spezzare l’incantesimo, chiudere l’ultima stagione della serie e lasciare che si avvii il processo di autoriforma costituzionale che solo può portare l’Inghilterra nel futuro, auspicabilmente, democraticamente perfino inevitabilmente, repubblicano ed europeo. God will not save the kingdom.