Elezioni o no, la Terra dei fuochi brucia

Un potente silenziatore è stato messo ad un dramma, sparito da un po’ di tempo dai radar dei mezzi di comunicazione e dall’agenda di Governo, ma che sotto la cenere dei roghi, continua a macinare rifiuti tossici, affari illeciti, e proteste di comitati e cittadini che vivono e muoiono su quelle terre. Stiamo parlando della Terra dei Fuochi, un nome che evoca, mistificandone la portata mortale, la storia e la tradizione meridionale dei riti del fuoco, cari a De Martino, il grande antropologo e studioso di mitologia, profondo conoscitore del folklore e della religiosità popolare nel Sud. E’ stato un inganno storico evocare, attraverso un nome, quello appunto della Terra dei Fuochi, un sistema concettuale che rimanda ai simboli e ai valori della magia etnologica del Meridione, del mito e delle scienze religiose e, soprattutto svela i comportamenti distruttivi di massa delle moderne democrazie laiche.

Tutto questo bagaglio di conoscenza e di studio che De Martino, anche consumando la suola delle sue scarpe, ci ha tramandato, è stato rimaneggiato per rendere meno crudele e più accettabile il dramma che la Campania sta vivendo da tanti anni, che continua a fare morti e a ingrassare i trafficanti di rifiuti e la criminalità organizzata.

Stiamo parlando per l’appunto del traffico illecito e dell’interramento dei rifiuti speciali e/o incenerimento (i famigerati roghi) ad opera della camorra, pesantemente aiutata da un sistema omertoso, quando non colluso, di chi ha nel tempo amministrato e abitato quelle terre. E’ proprio l’aver “addolcito” quel dramma dandogli un titolo evocativo, che ha facilitato, nel momento giusto, silenziare la tragedia di una popolazione, la protesta dei cittadini, l’urlo delle madri e il lavoro di giornalisti coraggiosi. Ed oggi, grazie ad una mossa elettorale dei 5 Stelle, ritorna come uno schiaffo in pieno volto a tutti coloro che si sono azzittiti, la questione campana nella sua immutata minaccia. E abbiamo scoperto, se non leggessimo i reportage di redattori valorosi, che “Houston c’è ancora un problema”: la Campania continua a bruciare sotto la cenere!

Ma riprendiamo da dove avevamo lasciato. E’ maggio 2009 quando, un detonatore fa scoppiare mediaticamente la prima bomba/avvisaglia di qualcosa che sta minando sottotraccia la salute dei cittadini campani. La US Navy, la Marina Militare americana di base a Capodichino, invia un report ai ministeri della Salute e dell’Ambiente e alla Protezione Civile, in cui avverte che in seguito ai risultati dei monitoraggi ambientali effettuati nel 2008 su campionamento del suolo, dei gas presenti, dell’acqua di rubinetto e di quella d’irrigazione, è stato consigliato a tutta la comunità militare e civile americana residente in Campania l’uso esclusivo di acqua minerale in bottiglia per bere, cucinare, produrre ghiaccio e lavarsi i denti a causa di “rischi non accettabili” dell’acqua dei rubinetti.

I rischi sono associati soprattutto alla presenza di tetracloroetilene, coliformi fecali e nitrati. “Non ci spieghiamo – ammette un responsabile del centro di Salute pubblica della Us Navy – come sia stato possibile rinvenire nei campioni d’acqua prelevati in alcune zone, un solvente utilizzato per le produzioni manifatturiere come il tetracluoroetilene”. Fra le nove zone analizzate, tre sono indicate come “New lease suspension zones”, cioè zone in cui la marina militare americana ha sospeso tutti i contratti di locazione. L’area interessata abbraccia i comuni di Arzano, Casavatore, Marcianise, Capodrise, Casal di Principe Casapesenna, San Cipriano D’Aversa, Villa Literno e Villa di Briano.

Ma è nel 2010 con un dossier choc di Arpac, quando già i roghi tossici sono diventati una tragica avvisaglia di morte, e i comitati si fanno sempre più martellanti, che deflaga il dramma: porzioni di territorio della Campania in cui i dati raccolti indicano che la situazione ambientale è particolarmente compromessa a causa della presenza contemporanea, in aree relativamente limitate, di più siti inquinati. Sono: Masseria del Pozzo -Schiavi Giugliano; Lo Uttaro a Caserta; Maruzzella nei Comuni di San Tammaro e Santa Maria la Fossa; Pianura, nei Comuni di Napoli e Pozzuoli; Regi Lagni; Fiume Sarno. Stagno, berillio, ferro, manganese, cobalto, rame, stagno, zinco, PCB sono i materiali contaminanti rinvenuti oltre le soglie di legge nel suolo e nell’acqua.

In buona parte dei siti inquinati, annuncia l’Arpac, “non è mai stata svolta indagine sulla contaminazione del suolo e dell’acqua”. Sono tutte le terre che la camorra ha “dedicato” allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, interrandoli in ampie discariche abusive e non, o bruciandoli. Rifiuti che illegalmente arrivano anche da tutte le parti d’Italia e gonfiano le tasche dei criminali e di chi è colluso, ammalando le popolazioni che abitano quei territori. La magistratura, grazie alle denunce dei Comitati di cittadini inizia ad indagare sull’intreccio tra gestori di alcune discariche, tra le quali l’inferno di Giugliano e il clan dei Casalesi, mentre si comincia a denunciare la mancanza di indagini epidemiologiche, l’esistenza di registri tumori incompleti e la necessità di arrivare a dati urgenti sulle patologie oncologiche presenti su tutto il territorio regionale. La questione esplode anche a livello sanitario e, nel 2012 viene nominato dall’allora ministra Cancellieri un commissario antiroghi. “Nella Terra dei fuochi ci si ammala il doppio” denuncia Don Patriciello, il prete simbolo della lotta contro l’inquinamento in Campania che riesce a mobilitare cittadini e istituzioni sane per una battaglia che pian piano esce fuori dai confini regionali e arriva a lambire i palazzi del potere centrale. Ed è con il ministro dell’Ambiente Orlando e sotto la spinta fortissima delle mobilitazioni dei comitati cittadini, che si producono i primi risultati legislativi come il Decreto anti roghi, ed è con il Corpo Forestale della Campania che si mette a segno la prima operazione di sequestro, alla periferia di Caivano, di un terreno, coltivato a cavoli, sotto il quale giacciono, a soli 50 cm dalla superficie, fusti pieni di rifiuti tossici, di solventi chimici altamente aggressivi che finiscono nelle acque che irrigano i campi coltivati.

Il ministro dell’Ambiente si attiva predisponendo uno specifico gruppo dei carabinieri del Noe che coordini l’attività dell’Arma dei Carabinieri sul territorio e incarica l’Ispra di fare dei controlli sulle aree della Terra dei fuochi citate dal pentito Carmine Schiavone.

A dicembre 2013 il decreto sulla Terra dei Fuochi diventa legge. Il provvedimento introduce il reato di combustione dei rifiuti, istituisce il Fondo unico giustizia, creato con le risorse provenienti dalla confisca di beni e dai guadagni illeciti delle criminalità, conferisce poteri speciali al prefetto di Napoli e crea presso il Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno un gruppo per il monitoraggio. Inoltre prevede la mappatura dei terreni, l’uso dell’esercito per il presidio del territorio, lo screening sanitario gratuito per Campania e Puglia (50 milioni, 25 a testa per il 2014 e il 2015) e l’implementazione dello studio “Sentieri” sui siti inquinati. Un “punto di partenza” per affrontare l’emergenza, come ammette Orlando. Non un punto di arrivo “ma finalmente la Terra dei Fuochi è diventato un problema nazionale” come dichiara Don Patriciello. Certo è il segnale, in quel momento, di un impegno coordinato tra le associazioni presenti sul territorio martoriato della Campania e le istituzioni attente a rappresentare all’interno delle leggi le istanze dei cittadini.

E’ un soffio, perché da allora dobbiamo fare un salto temporale di qualche anno e arrivare al 2017 per riparlare di sversamenti tossici in Campania, in occasione della presentazione di due Indagini che certificano che i prodotti agroalimentari nell’area del napoletano non sono contaminati (Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno), ma si continua ad ammalarsi più della media del Sud Italia: gli uomini hanno il 46% di probabilità di avere un tumore, le donne il 21 per cento (Indagine conoscitiva del Senato su “Inquinamento ambientale ed effetti sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica). Un segnale evidente che, se sui prodotti alimentari si può tirare un sospiro di sollievo, i veleni non sono scomparsi dall’acqua e dall’aria. E la popolazione continua ad ammalarsi e a rischiare la vita.

Ecco. Lo schiaffo dei 5 Stelle è arrivato ben assestato a tutti coloro che avevano “dimenticato” la Terra dei fuochi ricacciandola in un ruolo marginale non compromettente e nemmeno tanto disturbante, mentre la proposta sul ministro dell’Ambiente targato 5 Stelle è dedicata ai cittadini campani e a quei giornalisti coraggiosi che hanno continuato a scrivere, a indagare e a denunciare i veleni ancora pericolosi (in tutti i sensi) presenti in quelle aree.