Europee, il bluff di Salvini e l’autogol di Di Maio

E così Matteo Salvini vuole fare il presidente della Commissione europea. Vuole andare a Bruxelles per portare a compimento il lavoro al quale si sta dedicando da mesi in Italia: distruggere l’Europa che esiste per sostituirla con l’Europa delle nazioni sovrane che pensa lui e che magari, chissà, un giorno ci spiegherà che cosa dovrebbe essere e come dovrebbe funzionare.

Intanto, lui e l’amico-nemico Luigi Di Maio si esercitano nella divinazione: “A maggio questi se ne vanno tutti a casa”. Quante volte lo avete sentito dire dal boss leghista, dal pentastellato e dai loro portavoce e portaborse? “Questi”, va da sé, sono il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, “l’ubriacone”, l’odiatissimo commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, il quasi altrettanto odiato commissario al Bilancio Günther Oettinger e tutti i loro colleghi in blocco. Le elezioni di fine maggio “li spazzeranno via” e porteranno al potere una Commissione “nostra” che rivolterà l’Europa come un calzino: basta burocrati, basta disciplina di bilancio, basta arrivi di migranti. A Bruxelles arriviamo noi. E sullo sfondo sembra di sentire la cavalcata delle walkirie.

Ma davvero? Purtroppo (per loro) non andrà proprio così. Si tratta di una fake news, come si dice adesso. Intanto per un motivo banalissimo: a fine maggio si voterà per il parlamento europeo e non per la Commissione. Il parlamento eletto dovrà insediarsi, a luglio, poi eleggere il presidente sulla base delle indicazioni venute dagli elettori con il sistema degli Spitzenkandidaten (candidati alla presidenza della Commissione di partiti e schieramenti) a fine luglio, poi fare le audizioni di tutti e 28 i commissari designati dai governi e queste prenderanno tutto settembre una buona parte di ottobre. Infine bisognerà votare l’esecutivo in blocco. Realisticamente si può pensare che prima degli ultimi giorni di ottobre o i primi di novembre la nuova Commissione non ci sarà. Per dire, Juncker nel 2014 fu eletto il 22 ottobre, mentre per il primo mandato di José Barroso si dovette aspettare addirittura il 22 novembre, grazie anche a Berlusconi che si era intestardito a candidare l’omofobo Rocco Buttiglione come commissario alla Giustizia e alle Libertà pubbliche. Il calendario è già di per sé una pessima notizia per il governo italiano, se sarà ancora quello che c’è adesso: altro che andarsene, molto probabilmente saranno ancora Juncker, Moscovici e compagnia bella a dover giudicare anche la manovra economica dell’anno prossimo. E considerando come sta andando quest’anno non saranno rose e fiori.

Quindi, cari Salvini e Di Maio, per liberarvi di “quelli” dovrete avere pazienza per un altro annetto buono. Ma siamo poi sicuri che mandati a casa loro per voi le cose si metteranno al meglio? Vediamo un po’.

Il presidente della futura Commissione sarà indicato dagli elettori al momento del voto per il Parlamento europeo. Una eventuale candidatura Salvini che possibilità avrebbe? Il sistema elettorale è proporzionale e i partiti sovranisti o più tradizionalmente nazionalisti sono in Europa una minoranza. Rumorosa, e magari pure in crescita, ma sempre una minoranza. Nei paesi della penisola iberica praticamente non esistono, nei paesi nordici non vanno oltre il 16-17%, in Germania sono intorno al 12, e così nei Paesi bassi e in Belgio. Sono forti, e al potere, in Polonia, in Cechia e in Ungheria, dove però Orbán si spaccia per popolare e i popolari europei, finora, hanno finto di crederci. Per essere uno Spitzenkandidat, o come sceglierebbe di definirsi se l’espressione tedesca non gli garba, Matteo Salvini dovrebbe avere un partito. Ora, qualcosa che assomiglia a un partito europeo di estrema destra c’è: è l’ACRE, Alleanza dei Conservatori e Riformisti (sic) in Europa, di cui è presidente il ceco Jan Zahradil e vicepresidente Daniele Capezzone (chi si rivede!). Ne fanno parte, tra gli altri, i polacchi del PiS (Diritto e Giustizia) al potere a Varsavia e i conservatori britannici, ormai in uscita.

Accetterebbe l’ACRE di farsi guidare al voto europeo da un leghista italiano che, oltretutto, milita attualmente in un altro gruppo parlamentare, l’ENF (Gruppo europeo delle Nazioni e delle Libertà), che raccoglie i nazionalsovranisti duri e puri, dal Front National all’austriaca FPÖ ad Alternative für Deutschland e via fascisteggiando? Pare abbastanza difficile. In realtà è proprio l’idea di un’alleanza transnazionale tra partiti di destra sovranisti e nazionalisti che appare irrealizzabile per intuibili ragioni di principio. Se uno predica “prima gli italiani (o i francesi, i tedeschi, i belgi o chi sia sia)” ha poi qualche problema ad allearsi con chi ha altri “prima i miei” da far valere. E non a caso i tentativi di creare un fronte sovranista internazionale sono andati finora tutti a ramengo. Della Lega delle Leghe evocata da Salvini qualche mese fa non si parla più, il “Fronte delle Libertà” lanciato insieme con Marine Le Pen qualche settimana fa a Roma non pare aver raccolto adesioni. Del mago trumpista Steve Bannon che era sbarcato in Europa per insegnare ai sovranisti di qua come si fa si sono perse le tracce; i tedeschi di Alternative für Deutschland, da una parte dei quali era venuto qualche segnale d’interesse (mentre l’altra ala gli italiani e i francesi non li vuole vedere neppure in fotografia) sono stati ridimensionati in Baviera e neppure i Demokraterna svedesi e i Veri Finlandesi sembrano sulla cresta dell’onda.

L’ultima delusione è arrivata dall’Austria: il cancelliere Sebastian Kurz, che guida pure lui un governo in cui ci sono gli estremisti di destra e che Salvini considerava “uno dei nostri”, gli ha mollato due bei ceffoni. Prima al Parlamento europeo ha votato come tutto il PPE (eccetto i berlusconiani) la condanna di Orbán e poi ha pronunciato il giudizio più duro e sprezzante di tutti i suoi colleghi contro i “populisti italiani” che pretendono di mandare alla rovina le finanze europee.

Interessante, questa uscita di Kurz, perché mette in luce un’altra inestricabile contraddizione della politica di Salvini verso l’Europa. Se davvero, come spera lui, le destre dure e pure dovessero conquistare il potere a Bruxelles i cambiamenti che introdurrebbero sarebbe favorevoli all’Italia? A parte qualche frangia, ultraminoritaria, di destra “sociale”, i partiti di quell’area politica in fatto di dottrine economiche sono prevalentemente ultramonetaristi. Forse, se fossero al potere, si metterebbero a sfasciare l’Unione e le sue istituzioni, ma si può star tranquilli sul fatto che, finché l’Unione esiste e pure la sua moneta comune, non propenderebbero affatto a consentire all’Italia di mettere in pericolo i conti e l’euro. La destra al potere, o anche un centro moderato ancora più condizionato dalla destra di quanto lo sia ora tenderebbe a rafforzare l’austerity, a blindare la disciplina di bilancio contro le cicale che abitano il paese della Dolce Vita e portano tutti verso la bancarotta. Chi ha qualche dubbio, non ha da far altro che buttare un occhio sulla stampa popolare (e populista) della Germania e dei paesi nordici. I populismi, come i nazionalismi, non possono che essere nemici gli uni con gli altri. E non è necessario sottolineare quanto sarebbero nemici i populismi degli altri contro il populismo italiano in materia di immigrazione e di distribuzione dei profughi…

Se tutto questo è vero, c’è da chiedersi perché Matteo Salvini, cui il fiuto politico non manca davvero, abbia buttato là quest’idea di candidarsi a Bruxelles. C’è da dubitare seriamente che pensi davvero di farcela. È più probabile che si tratti di una mossa tattica. Come Spitzenkandidat alla presidenza della Commissione Ue l’uomo avrebbe una visibilità ancora più forte di quella che ha. Ed è lecito il sospetto che questo surplus se lo giocherebbe assai più in Italia che in Europa. Una spiegazione, insomma, per Salvini ci sarebbe. Ma Di Maio? Non gli viene il dubbio che quando “quelli” se ne andranno potrebbero arrivare avversari ancora più duri? Chissà se qualcuno è in grado di spiegarglielo.