Eletta Serracchiani
Ora il Pd smetta
di parlare solo a se stesso

C’è un duplice vizio che affligge il Pd, due limiti quasi perfettamente simmetrici. Il primo è quello che un po’ semplicisticamente si potrebbe definire doroteo, ovvero il procedere senza conflitti, scansando le questioni più ingombranti e difficili che sempre più si affollano nel mondo della sinistra. Il secondo, all’opposto, è quello dell’autoflagellazione, del tafazzismo, per cui ogni legittimo contrasto diventa un attentato all’unità. Rischiava di finire così anche la conta nel gruppo dei deputati per l’elezione della nuova presidente. Per la cronaca ha vinto la favorita, Debora Serracchiani, con 66 voti contro i 24 della sfidante, l’ex ministra Marianna Madia.

Elezione o cooptazione?

E’ un fatto che l’eletta abbia potuto contare sull’appoggio più o meno esplicito del suo predecessore, Graziano Delrio e delle principali correnti che sul suo nome hanno trovato l’intesa. Da qui le parole molto dure della sconfitta che alla vigilia aveva denunciato il rischio che l’elezione si trasformasse in una cooptazione. Questione spinosa, in un partito che oscilla tra la tendenza alla mediazione a oltranza, all’uomo solo al comando, legittimato in gran parte dalla stessa filosofia delle primarie. Ma mediazione e intesa non possono certo essere considerate di per se delle parolacce.

Nel gruppo dirigente democratico le due sfidanti avevano entrambe buoni numeri per governare i deputati e anche un certo piglio decisionista. Della neo-eletta si può ricordare con un po’ di malizia che è assurta alle cronache della politica anni fa ai tempi della leadership di Franceschini per un intervento all’assemblea nazionale dei circoli assai critico nei confronti del gruppo dirigente del Pd, salvo poi schierarsi col segretario e guadagnarsi la candidatura alle elezioni europee. Sul campo ha ottenuto i suoi successi migliori: l’elezione a parlamentare europea, superando nelle preferenze della circoscrizione del Nord Est persino l’allora potentissimo Silvio Berlusconi, poi l’elezione a presidente del Friuli Venezia Giulia nell’ennesima fase calante del centrosinistra, uno dei rarissimi successi della leadership bersaniana (in verità già con la reggenza di Epifani). A suo demerito c’è invece la rinuncia a presentarsi davanti agli elettori della sua regione alla scadenza del mandato: a competere contro una destra diventata ormai incontenibile, era stato “sacrificato” il suo vice. Non una bella prova, tanto più col paracadute dell’elezione a deputata.

Ora il Pd guardi oltre

Per Enrico Letta, in ogni caso, si tratta di un indubbio successo: in poche settimane ha modificato significativamente il gruppo dirigente e ha riscattato la presenza femminile dopo una serie sconcertante di umiliazioni politiche. Ma forse è il tempo – anche per il segretario che sembra partito col vento in poppa – di cominciare a guardare oltre al Pd. Non tanto nel senso delle alleanze alle prossime amministrative o addirittura alle politiche del 2023, quanto alle scelte e al profilo identitario e programmatico del partito della sinistra riformista. Che poi è forse l’unico modo per sfuggire alla dicotomia doroteismo-tafazzismo.