Editoria, bisogna tornare a rischiare perché i libri non vivono solo di mercato

Ogni anno l’Aie, cioè l’associazione italiana degli editori, dà conto a più riprese di ciò che definisce lo stato dell’editoria in Italia. È necessario però tenere ben presente che si tratta dello stato del mercato editoriale che non può essere certo considerato proporzionale alla qualità delle pubblicazioni, sulla quale il rapporto dell’Aie dice poco o nulla.

Gli ultimi dati relativi al 2022, mostrano una crescita rispetto al 2019, cioè alla fase precedente la pandemia da Covid19, anche se sono in lieve flessione rispetto al 2021, in particolare per quanto riguarda la saggistica. È di fatto una situazione abbastanza positiva, al di là delle inevitabili lamentazioni associate alla pubblicazione dei dati e alla loro lettura, che ha consentito e consente tuttora di affrontare con preoccupazioni contenute l’aumento dei costi di produzione e della carta, comuni del resto a tutti i paesi, quindi il mantenimento delle prime posizioni in Europa e nel mondo, dove nel 2021 l’editoria italiana era rispettivamente al quarto e al sesto posto. Semmai l’attenzione degli editori, in particolare di quelli più grandi – che possono maggiormente rischiare in termini economici – potrebbe essere distolta, almeno in parte, dal mero profitto e volta al recupero di un ruolo civile e politico al quale l’editoria italiana ha da troppo tempo rinunciato.

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Se i manager prendono il posto degli intellettuali

Da almeno tre decenni, infatti, i cosiddetti manager hanno progressivamente preso il posto degli intellettuali che hanno contributo in maniera decisiva – non bisogna dimenticarlo – alla ricostruzione culturale italiana dal secondo dopoguerra in poi. E per ruolo civile e politico si intende la volontà di aprire spazi di libertà nei quali sapere e conoscenza siano affrancati dalla servitù al potere, in primo luogo finanziario, quindi dal consumo immediato, in modo da favorire la formazione di studiosi e di lettori il cui unico scopo non sia l’utilità. Se questi spazi poi fossero cercati proprio nel settore editoriale attualmente più debole, cioè quello della saggistica, il tutto assumerebbe il significato di una vera e propria scommessa che consentirebbe di verificare se pensare prima ai libri che al mercato, cioè il sovvertimento della gerarchia imposta dall’industria culturale, possa portare benefici anche economici, oltreché civili e politici.

Nel concreto basterebbe, ad esempio, intervenire sulla saggistica filosofica, che per la natura del suo oggetto, dovrebbe essere valutata non certo a partire dal numero di lettori che può attirare. Ebbene in questo ambito le scelte di gran parte delle maggiori case editrici, quindi dei gruppi editoriali di cui ormai sono quasi tutte proprietà, sono invece soprattutto espressioni degli opposti potentati accademici che sostengono e alimentano quasi esclusivamente il dibattito, che spesso assume toni conflittuali fini a se stessi, fra scienza e filosofia, privilegiando la loro rispettiva divulgazione. Una scelta, quella della divulgazione, forse considerata remunerativa in termini economici, anche se i dati non sembrano confortarla, ma che non di rado assume i toni della propaganda nel caso della scienza e della banalizzazione nel caso della filosofia, risolvendosi così facilmente in negazione di conoscenza. Ecco allora che fra le blasonate case editrici italiane ce ne sono alcune che nel dichiarare di voler favorire il dialogo fra le cosiddette due culture mescolano pubblicazioni di qualità, spesso recuperate più o meno a caso dal proprio catalogo storico, con quelle che promettono di spiegare, ad esempio, cosa renda ‘il cervello felice’.

 

Le scelte sono dettate dal mercato

A proposito di felicità invece altri editori, altrettanto importanti, sfornano volumi che rimestano per l’ennesima volta nella riflessione antica facendo del rischioso rapporto fra filosofia e stile di vita proprio del pensiero greco – ben illustrato dalla VII lettera di Platone – un modello facilmente praticabile, privo di rischi, oltreché consolatorio. Sempre nell’ottica della divulgazione è ancora la filosofia antica il soggetto privilegiato di vere e proprie collane in cui vengono riproposti parzialmente testi antichi, la cui traduzione appare una sintesi più o meno riuscita di quelle in circolazione, che diventano terreno di riflessione sull’attualità del classico nei tempi difficili odierni da parte di alcuni professori di filosofia nostrani, noti anche ai non addetti ai lavori, che però con l’antico magari non si sono mai davvero misurati. Insomma tutto questo per dire che a dominare le scelte editoriali filosofiche pare in primo luogo l’intento di soddisfare gli umori del momento, non di governarli: siamo dunque ben lontani, per intenderci, dai preziosi volumetti che negli anni Settanta del Novecento si preoccupavano di spiegare che cosa avessero veramente detto filosofi e scrittori.

sellerio-libriCiò non significa tuttavia che non siano pubblicati anche volumi di qualità, sia da parte dei grandi editori sia sempre più di frequente da quelli medi e piccoli, ma essi sono così sovrastati dalle troppe pubblicazioni effimere che non possono costituire alcuna concreta inversione di tendenza. È una situazione desolante anche se non stupisce: viviamo, infatti, in un paese dove da tempo è venuta meno quella sana opposizione fra Stato e cultura, che stando a quanto scriveva Jacob Burckhardt consente di distinguere la grandezza dalla potenza. Ciò è tutt’uno con l’assenza di una reale opinione pubblica visto che i soggetti che sarebbero deputati a favorirla, come case editrici appunto e giornali, sono ormai quasi del tutto assorbiti nei meccanismi del potere ‘statale’. Per questo è più che mai meritoria l’azione di tutti coloro, autori ed editori, che resistono studiando, scrivendo e pubblicando, con la consapevolezza che Stato e cultura sono avversarie e tali devono rimanere.