Ecopoetry, quando la poesia incontra la sofferenza dell’ambiente

“Un cambiamento nella visione è un cambiamento nella forma. | Un cambiamento nella forma è un cambiamento della realtà”. Si apre con questa citazione del poeta Jerôme Rothenberg in epigrafe, l’ultima raccolta di Prisca Agustoni, Verso la ruggine (Interlinea 2022). È interessante e direi anche coraggioso che una poeta dia accesso al suo lavoro tramite le parole: cambiamento, visione, forma e realtà. No, non si tratta di posa, anzi, la Agustoni su quel solco costruisce immediatamente la sua (e la nostra) direzione, Verso la ruggine appunto.

Il libro infatti trae spunto da una catastrofe ambientale: nel novembre del 2015 a causa del crollo di una diga nello stato di Minas Gerais in Brasile, contenente 62 milioni di metri cubi di acque acide di provenienza mineraria e di fanghi velenosi, il fiume Rio Doce viene devastato e contaminato; le multinazionali responsabili del crollo restano impunite. Cosa e chi resta dunque dopo una catastrofe che causa migliaia di morti e danni irreversibili all’ambiente? Restano il fango, il silenzio e i sopravvissuti, «un’ipotesi di civiltà» immobilizzata dalla tragedia, o forse meglio lentamente ossidata, corrosa dalla ruggine che come un dolore inesorabilmente consuma. La realtà cambia di senso: se il fiume era portatore di vita, origine di civiltà, ora sottintende la morte, attraversa e sedimenta tra gli uomini livore.

La prima sezione, Colpi di scure, è tutta un tumulto, un capovolgimento, uno scavo, una fuga dall’origine verso una foce. La lingua della Agustoni è tagliente, asciutta, lapidaria, spesso i versi sono fatti di una sola parola, la punteggiatura è minima, il ritmo è spedito: è il fiume che avanza, inghiotte, travolge, semina schegge; si alternano immagini potenti: «mentre la gente corre si raduna/ e si ripara / sulla scarpata / sugli alberi o in cantina / e chi riesce a liberarsi / dalla stretta morsa della palta / osserva, il cuore di stucco, / in basso, la valle dimenarsi / come una coda d’animale ferito». Ma gli uomini non sono al centro di ciò che accade e scorre attraverso i versi della Agustoni, al contrario si stringono intorno al paesaggio, ne fanno parte.

L’attenzione infatti è tutta rivolta a un ecosistema, al paesaggio appunto – e in questo torna un’eco zanzottiano – alla perdita definitiva di qualcosa: oggetti smarriti, animali, piante, stalattiti, resina, tronchi; tutto ha con sé un sapere, un sentimento autentico spazzato via. È la fine di un mondo a cui si è costretti a tornare costantemente dopo, nella sopravvivenza.

Verso la ruggine

La seconda sezione infatti, si intitola I sopravvissuti e ha per titolo su ogni testo il nome di una persona. È una Spoon River di scampati per cui il tempo diventa un rancore silenzioso «ogni giorno una croce sul diario, / la settimana, i mesi diventano così / un filo spinato / poi l’anno passerà, per fare ruotare le paure / una sopra l’altra / come le pagine di un calendario». La stessa Agustoni scrive nella nota finale che si tratta «degli abitanti di Mariana e di Brumadinho, ai quali è stato tolto tutto, oltre alla possibilità di fare giustizia in una società dove la parola ‘’giustizia’’ è un concetto astratto per chi non ha mezzi economici e uno status sociale che permetta di rivendicarla».

Non è un caso che a introdurre questa raccolta sia il poeta Fabio Pusterla, autore ad esempio della poesia L’anguilla del Reno in cui si racconta la catastrofe ecologica di Schweizerhalle (1987). Qui, a causa di un violento incendio, che distrusse il deposito chimico della Sandoz contenente prodotti agrochimici, si provocò un grave inquinamento del Reno. Lo stesso Pusterla, nell’introduzione, fa riferimento all’Eco-poetry, un genere che in Italia pare non abbia avuto grande considerazione, ma che al di là delle etichette indica certamente un’attenzione particolare, da parte di alcuni poeti contemporanei, a questo orizzonte e in cui la Agustoni si iscrive sicuramente, con questa raccolta, tra le voci migliori.

L’umido centro dell’uomo

il paese ci è caduto addosso
che era sera.
Pioveva lava e cenere.
Sotto terra, altra terra cresceva
come unghia che lenta si sfalda,

falce millenaria
intrecciata nel groviglio della torba,

ma nessuno ancora lo sapeva
nessuno le vedeva
le case che hanno cambiato sponda
e colore, dal bruno al rosso al bruciato
all’ocra al fango
al nero,
hanno attraversato il corso d’acqua,
risalito la costa delle rane,
chiatte galleggianti senza remo.

Gli abitanti del distretto di Mariana
donne, fratelli, cani,
uomini soli

sono tutti delle madri che aspettano,
si danno la mano e aspettano
il ritorno dei figli
mischiano in bocca la notte con la sabbia
e vegliano perché la parola sia
lumino che ancora porti la pace