Caro Polito, ecco perché Moratti non può essere la candidata del Pd

Ad un raffinato analista della politica quale Antonio Polito, peraltro educato alla scuola del Pci e dell’Unità, ora indottrinatore serioso e pensoso dalle colonne del Corriere e dalle poltroncine di Vespa, non dovrebbe sfuggire il fatto che se il Pd convergesse sulla candidatura di Letizia Moratti alle prossime regionali lombarde, con Calenda e altri, buona parte dei suoi elettori, anche quelli che lo hanno votato e lo stanno votando “a qualunque costo”, se ne andrebbero da un’altra parte, al mare o tra le fila degli astenuti o a sorreggere qualche perdente di minoranza. Sarebbe, se il Pd si affidasse alla Moratti per battere il centrodestra, un ulteriore passo verso il disfacimento del Pd, come forse auspicherebbero lo stesso Polito e il Corriere di Urbano Cairo, come auspicherebbero altri quotidiani, dal Giornale in giù, soprattutto vaste aeree di potere politico e finanziario. Interessi della stessa pasta.

Polito e la conversione di Letizia

Alcuni mi ammoniscono: lascia perdere Polito… Però Polito scrive e parla e ovviamente qualcuno ascolta e legge. Qualcuno avrà letto dunque l’articolo apparso l’altro ieri sul Corriere, in cui il “nostro” rimprovera il Pd per non aver accolto a braccia aperte la generosa Letizia, pronta a schierarsi contro gli amici di sempre, comprimari o patrocinatori della sua carriera politica, berlusconiani, leghisti, fascisti (quando fu eletta sindaca di Milano non esitò a schierare come vicesindaco il simpatico De Corato, amministratore esperto, cresciuto dalla Giovane Italia e dal Msi ad Alleanza nazionale e, per ultimo, a Fratelli d’Italia). “A sinistra”, ecco la conversione di Letizia, pur di accomodarsi su quella poltrona di presidente della Lombardia che le era stata promessa quando, in piena pandemia, di fronte al fallimento del tandem Fontana-Gallera, le venne affidato l’assessorato al welfare e la vicepresidenza. Poi lei si mise nelle mani dell’onnipresente Bertolaso. Per fortuna a un certo punto entrò  in scena Figliuolo, il generale degli alpini.

Ognuno, ovviamente, può esprimere, nel rispetto della legge, le proprie opinioni. L’articolo 21 della Costituzione (di questi tempi è bene ricordarlo) recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”.  Polito e il Corriere hanno dunque piena facoltà di dettare la linea al Pd (poi il Pd avrebbe la facoltà di ragionare per conto proprio). Però a un giornalista tocca qualche responsabilità in più, perché se è riconosciuta la libertà di informare e di criticare, esiste anche l’obbligo di rispettare la verità dei fatti e di riconoscere quindi i fatti.

L’identità ideologica e patrimoniale

A proposito di Letizia Moratti di fatti se ne potrebbero raccontare tanti, oltre le considerazioni circa l’identità ideologica e patrimoniale della signora, cioè il petrolio del povero marito (Gian Marco Moratti, scomparso nel 2018, padrone della Saras), e l’affinità con quel mondo che, come si è detto, spazia da Fratelli d’Italia a Berlusconi (in mezzo ci stanno pure Muccioli e San Patrignano). Tutto lecito, i quattrini e l’oscillante fede politica. Ma che c’entra Letizia Moratti con la sinistra. Quale politica sanitaria “di sinistra” potrebbe ad esempio esprimere una amministratrice che ha contribuito a consegnare ai privati la cura dei lombardi, cioè la voce di spesa (e di profitto)  incomparabilmente più alta?

A conforto degli smemorati, degli indifferenti e di Antonio Polito, due o tre cose della Moratti si potrebbero elencare qui. Ad esempio, un poco in contrasto con la definizione che lei stessa ama attribuirsi, definizione di continuo citata dal quotidiano di via Solferino, di “civil servant”, si potrebbero considerare alcune conclusioni della Corte dei Conti, secondo la quale l’operato di Letizia Moratti, sindaca, avrebbe avuto “il connotato della grave colpevolezza, ravvisabile in uno scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e alla economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”. “Grave colpevolezza della condotta” , un milione di euro per danno erariale (sentenza della Cassazione): Letizia Moratti, appena insediata a Palazzo Marino, aveva dispensato consulenze e assunzioni, riciclando amici, trombati alle elezioni, personaggi di varia fiducia, per lo più incompetenti ma sempre ben retribuiti, per giudizio della stessa Corte. Chissà che cosa potrebbe combinare in Regione.

“La Rai complementare a Finivest”

Presidente della Rai sentenziò che l’ente pubblico poteva essere “complementare” alla Fininvest. Sopraggiunta al ministero della pubblica istruzione nel 2001 (governo Berlusconi), smontò in men che non si dica la riforma Berlinguer per proporre la sua, contestata in lungo e in largo da professori e studenti. Implacabile, si presentò alle elezioni di sindaco a Milano e vinse, inaugurando la sua stagione con quello spoil system che decapitò varie ripartizioni e che condusse alla citata sentenza della Corte dei conti (di mezzo anche la costituzione di un ufficio stampa personale di venti persone, quante sarebbero bastate per fare un giornale). Memorabile la sua partecipazione alla fiaccolata anti immigrati al fianco del vicesindaco De Corato, a Ignazio La Russa e vari altri soggetti della destra. In Piazzale Loreto. Poco distante, il figliolo trasformava un edificio industriale con destinazione industriale in un villa arredata alla maniera della casa di Batman, grazie al nuovo piano territoriale varato dalla mamma, con una crescita di valore conseguente, crescita valutata intorno al milione di euro…

L’appuntamento della svolta fu con l’Expo, la Moratti nella cordata comune-regione-governo. Accolta la candidatura di Milano, la sindaca riuscì nell’opera di paralizzare l’avvio dei lavori per difendere la candidatura del fedelissimo Paolo Glisenti a capo assoluto dell’esposizione. Dovette cedere. Altri candidati, perenne conflitto con Formigoni,  altri mesi di paralisi, con il rischio del naufragio, finché, quando ormai si vociferava di rinuncia, dal cappello del prestigiatore saltò fuori il nome di Beppe Sala, già city manager con la Moratti stessa, oggi sindaco.

Più vaccino anti Covid ai ricchi

Lasciato il Comune, segnando ben nove presenze in consiglio, sconfitta appunto da Giuliano Pisapia (celeberrima la tribuna elettorale, quando all’ultimo accusò il rivale di aver rubato in gioventù una macchina: Pisapia era stato nel frattempo completamente assolto), Letizia non restò con le mani in mano: divenne presidente di Ubi Banca. Secondo la denuncia di un dipendente, funzionario antiriciclaggio, la Moratti presidente sarebbe stata anche tra i clienti privilegiati della banca. Un illecito amministrativo, bazzecole, conflitto di interessi, secondo la procura di Brescia, che però stralciò la posizione della Moratti e la segnalò alla procura di Cagliari, perché il giro dei quattrini sarebbe stato equivoco e avrebbe potuto mascherare i traffici illeciti della Saras, la società petrolifera del gruppo Moratti e di cui la signora Letizia era azionista, traffici di petrolio in clandestinità e sottocosto, dal Kurdistan irakeno.

Tornata in Regione, complice il covid, come prima mossa si fece completamente rifare l’ufficio, come seconda invocò più vaccini alla Lombardia (almeno non era no vax) perché la Lombardia poteva vantare il pil più alto tra le regioni italiane. Quindi meritava di più. I poveracci aspettassero in pace: la sinistra della donna è questa.