Ecco la vera scissione
del Partito democratico

C’è stato un tempo in cui alle assemblee nazionali della Cgil o della Confindustria partecipavano, come ospiti con cui dialogare, esponenti del governo. Ricordate il discorso di Romano Prodi al Congresso Cgil del 2006? Ricordate, nello stesso anno, il travolgente discorso di Berlusconi all’assemblea degli industriali a Vicenza? Ora tutto è cambiato. Il perché lo ha spiegato Alberto Bombassei, su “La Stampa”, rispondendo ad un’osservazione di Paolo Baroni che diceva:“Al contrario del passato i partiti han smesso di corteggiarvi…”. Ha risposto Bombassei: “Vero e credo che questo sia frutto di un errore di valutazione di Renzi. Ho apprezzato e votato le sue riforme ma penso che abbia sbagliato a considerare troppo presto inutili i corpi intermedi”. L’autorevole esponente imprenditoriale ha ricordato come l’attuale segretario del Pd avesse stabilito un buon rapporto solo con Marchionne. Poi “ ha cambiato atteggiamento” assumendo una posizione ondivaga che rischia “di penalizzare il Pd agli occhi del mondo dell’impresa”. Un altro imprenditore, Gianfelice Rocca, a suo tempo presidente di Assolombarda ha dichiarato al “Messaggero”, illustrando la recente assemblea degli industriali a Verona: “Non trovando interlocutori nella politica disposti ad ascoltarci abbiamo deciso di rivolgerci direttamente al Paese”.

2dic2017 manifestazione CGIL Foto Umberto Verdat

E anche a Verona non erano presenti, coinvolti in un dialogo, esponenti politici governativi. La stessa assenza la si è notata qualche settimana fa, alla conferenza di programma della Cgil, pur ricca di studiosi e ospiti prestigiosi.

Un tale vuoto di interlocutori politici governativi nasce dal fatto che per molto tempo si è teorizzata, soprattutto da parte di Renzi, la scelta di parlare direttamente al popolo, senza passare, appunto attraverso i cosiddetti soggetti intermedi, ovvero associazioni come il sindacato e la Confindustria. C’era, al fondo di questa scelta, la convinzione che ci si trovasse difronte a soggetti in crisi, con una rappresentanza decrescente. E’ stato un errore annullare la loro presenza. Certo le difficoltà non mancavano e non mancano ad esempio, a Cgil come a Cisl e Uil. O alle associazioni padronali. Ma un governo serio avrebbe dovuto agire per sostenere il rinnovamento dei soggetti intermedi, non per ignorarli. Le ragioni del declino del centrosinistra che oggi leggiamo nei cartelloni dei sondaggi elettorali, nascono anche da qui. La vera profonda scissione c’è stata non tanto con una pattuglia di sinistra quanto con soggetti che hanno ancora un radicamento nella società.

Certo, soprattutto col governo Gentiloni, si è tentato di risalire la china. E’ stato ripreso un confronto con i sindacati che ha portato ad alcuni risultati (le pensioni ma non la correzione alla legge Fornero, i contratti del pubblico impiego). Così come, soprattutto grazie alla collaborazione del ministro Carlo Calenda, si sono trovate soluzioni per diversi casi di crisi industriale. Lo stessa importanza assegnata a donne figlie del sindacato, come Teresa Bellanova e Vittoria Fedeli, o la candidatura, nelle prossime elezioni, di Carla Cantone, testimoniano della voglia di riallacciare legami interrotti. Anche se poi si è assistito al tentativo di annullare la rielezione di un altro ex sindacalista “scomodo”come Cesare Damiano.

I segni di quella “scissione” però rimangono. Anche perché sono legati ad alcune scelte di fondo, assunte saltando a pie’ pari il ruolo dei sindacati. Pensate al Jobs Act. Voi credete veramente che se quella operazione fosse stata esaminata e discussa in un tavolo costruito con la partecipazione di Cgil, Cisl , Uil e Confindustria, gli imprenditori avrebbero fatto fuoco e fiamme per rivendicare la cancellazione dell’articolo 18? Io credo di no. Anche perché ogni tanto affiorano notizie di accordi che introducono un Jobs Act depurato. Come è avvenuto, giorni fa, per un’azienda romana non da poco, l’Acea. Che ha ripristinato senza batter ciglio l’articolo 18. E non è la sola.