Germania, il conformismo dei media non vede la svolta a sinistra

C’è un brutto modo di raccontare la politica. Politique politicienne, dicevano una volta i francesi: guardare solo agli schieramenti, alle personalità dei leader e ai loro maneggi ignorando i contenuti, i problemi da affrontare da un lato e le motivazioni delle persone che vanno a votare dall’altro. Se ne sta dando un bell’esempio in queste ore nei giudizi e nei commenti che girano in Italia sulle elezioni tedesche. Pare, a leggere molti giornali e siti web e a sentire le televisioni, che l’unica cosa su cui riflettere siano il gioco (presente e futuro) delle alleanze tra i partiti, anzi tra i vertici dei partiti, e chi farà il cancelliere alla guida di quale coalizione. E poiché si constata che sarà oggettivamente difficile mettere d’accordo i tre partiti che in quasi tutte le costellazioni immaginabili per la formazione d’una maggioranza di governo dovranno convivere, ecco che si parla di “situazione bloccata”, di vittorie mutilate, di incertezze (inesistenti) su chi verrà incaricato di provare a formare il governo. “La Stampa” ha addirittura scritto che tra la destra e la sinistra c’è stato “un pareggio”. Un pareggio quando uno schieramento ha perso più di otto punti percentuali e l’altro ne ha guadagnati altrettanti? Bah.

L’avanzata delle sinistre

Salvo qualche lodevole eccezione (per esempio il corrispondente della RAI a Berlino) pare che nessuno abbia cercato di rispondere alla domanda più semplice, la più immediata, la più banale ma sotto tutti i profili la più importante: come hanno votato i tedeschi? Quale mandato hanno consegnato ai responsabili politici del loro paese? Quali indicazioni al resto d’Europa?

Proviamo a rispondere con la massima semplicità: la Germania, in una buona maggioranza, ha votato a sinistra. Ribadiamo i numeri solo perché pare che qualcuno non ne voglia proprio tener conto: la SPD ha ottenuto il 5,4% in più, i Verdi sono cresciuti del 5,8 e, sottratte le perdite dell’ala estrema, la Linke, l’avanzamento di tutti quelli che si collocano alla sinistra del centro è stato di un buon otto per cento. Più o meno quanto ha perso l’Unione di CDU e CSU. I liberali sono avanzati d’un soffio e l’estrema destra xenofoba, razzista e sovranista ha perso due punti ed è rimasta legata al palo al quale i partiti democratici ritengono che debba rimanere. In Germania, ma – ahinoi – non altrove.

Questa è la prima considerazione. La seconda è che, come può confermare chiunque abbia qualche confidenza con lo spirito pubblico e i costumi di quel paese, i tedeschi quando debbono votare si informano molto più di quanto avvenga altrove. Leggono i programmi, dei quali i media parlano abbondantemente, partecipano ai fori di discussione, avanzano proposte. Il tutto con una speciale attenzione per le questioni dell’economia. Mettete insieme in un sillogismo queste due considerazioni e otterrete questo risultato: i tedeschi hanno votato in maggioranza per la SPD, che è certamente un partito di sinistra, e per i Verdi, sulla cui collocazione sul crinale destra-sinistra si può forse anche discutere in generale ma che in queste elezioni erano sicuramente dalla parte della sinistra e lo dichiaravano senza remore: vogliamo un governo insieme con i socialdemocratici. Non è stato per niente un voto emozionale, ispirato da movimenti di spirito di breve momento. Né è stato condizionato dal carisma dei candidati alla cancelleria: quello della CDU, Armin Laschet, in fatto di fascino personale potrebbe competere con l’attuale candidato a sindaco di Roma; Olaf Scholz s’era fatto a suo tempo un nome facendo bene il borgomastro di Amburgo e poi cercava di appropriarsi del meglio dell’esperienza come vice di Angela Merkel, ma fino all’inizio dell’estate era considerato una figura un po’ anonima, grigia quasi quanto lo era l’appeal del suo partito in quel periodo: roba da 15%, o poco più. Più brillante si presentava la verde Annalena Baerbock, finché riuscì a farsi davvero male da sola inanellando all’inizio della campagna due gaffes micidiali proprio in materia economica. Insomma, pare di poter dire che le elezioni non le hanno vinte o perse i candidati, ma, come peraltro dovrebbe succedere nei paesi che funzionano bene, i programmi che hanno presentato.

Le “questioni del clima”

Andiamo a vederli, dunque, questi programmi, partendo però da una premessa che va ben oltre la lettera di quel che c’è scritto nei documenti presentati sul che fare capitolo per capitolo. Qualcosa che riguarda un fatto di clima pubblico, di coscienza generale, poco afferrabile ma che è stata molto percepibile nei momenti tragici che la Germania ha vissuto non solo con la pandemia, che qui come dappertutto ha rivoluzionato i rapporti tra gli individui, la società e le istituzioni e riportato potentemente in prima linea il ruolo dello Stato, ma anche, forse per certi versi addirittura di più, in quelli della spaventosa alluvione che nelle regioni del Reno s’è portata via 200 persone a luglio, proprio quando si cominciava a prepararsi per il voto d’autunno. Un evento che traduceva in concretissime immagini di lutti e di disperante impotenza l’astrazione delle considerazioni sugli effetti dei mutamenti climatici e rendeva drammaticamente attuale la necessità tutta politica di combatterli.

Le Klimafragen, le questioni del clima, sono state decisive nel mutamento d’opinione generale che ha portato al rivolgimento politico uscito dalle urne. Hanno dominato anche l’atteggiamento degli elettori verso i diversi partiti perché diverso era il grado di consapevolezza che i partiti stessi esibivano. I Verdi, ovviamente, erano i più credibili, ma anche i socialdemocratici, specie dopo l’avvento alla loro guida di Saskia Esken e di Norbert Walter-Borjans, avevano costruito un buon complesso di proposte per combattere i mutamenti climatici, mentre la credibilità della CDU e della CSU, nonostante le sagge esortazioni di Angela Merkel a considerare quella del clima la questione delle questioni nell’agenda mondiale, era largamente compromessa dai noti legami dei partiti democristiani, soprattutto la CSU, con l’industria automobilistica, l’automotive, come anche in Germania, chissà perché, si dice adesso. Come se non bastasse, Laschet si fece anche sorprendere a ridacchiare con un collaboratore proprio alle spalle del presidente della Repubblica in raccoglimento per le vittime dell’alluvione. Una improvvida leggerezza che dev’essere costata a lui e al suo partito una valanga di voti. Quanto ai liberali, la loro credibilità in materia di clima era ed è prossima al nulla essendo il partito schierato come un sol uomo accanto alla Confindustria, centro organizzato della resistenza alla riconversione ecologica delle produzioni di beni. Data questa costellazione di posizioni, con un fronte di oppositori alle misure di contrasto del riscaldamento globale o di insensibili che andava da una consistente fetta della CDU a destra, anche la questione del clima ha favorito la sinistra diventandone una bandiera.

L’Ue, l’economia e gli investimenti

E ora veniamo ai programmi veri e propri. Che cosa hanno approvato e perciò votato gli elettori tedeschi che in maggioranza si sono espressi per la SPD e i Verdi?

I socialdemocratici propongono un programma di investimenti pubblici di almeno 50 miliardi di euro l’anno in quelle che definiscono le “necessità del futuro”: lotta al riscaldamento globale, va da sé, e poi salute, miglioramento della mobilità sostenibile e digitalizzazione. I soldi per finanziare questi piani si debbono trovare ricorrendo a un ragionevole indebitamento – “debito buono” per dirla alla Draghi – e nel programma si legge pari pari che “per gli investimenti che riguardano il futuro” gli enti pubblici debbono poter ricorrere al deficit, ragion per cui deve essere abolita la clausola dello Schwarze Null, lo zero nero che proibisce le spese a debito. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le cose tedesche è in grado di apprezzare la novità: affermazioni del genere sarebbero suonate come bestemmie, fino a non molto tempo fa, anche sulla bocca di un esponente socialdemocratico.

Un piano massiccio di investimenti da 50 miliardi annui nelle tecnologie del futuro (velocizzazione della Rete, biotecnologia, tecnologia dei quanti, nuove energie rinnovabili) è previsto anche dal programma dei Grünen, secondo i quali l’obiettivo della “neutralità climatica” (cioè la fine delle emissioni dannose) può essere raggiunto “attraverso una radicale rifondazione dell’economia di mercato” alla base della quale non può non esserci un cambiamento dei criteri di spesa dei bilanci pubblici.

Questo atteggiamento nei confronti del debito viene esteso anche alla politica europea: per la SPD la comunitarizzazione europea del debito realizzata con i bond comuni per finanziare il Next Generation EU non solo va mantenuta, ma va assunta come sistema con la creazione di uno strumento finanziario comune permanente. In ogni caso è impensabile un ritorno alla disciplina di bilancio così com’era ingabbiata nel vecchio Patto di Stabilità. I criteri di contenimento dei debiti vanno ridiscussi dalle fondamenta. Di austerity non si deve proprio più parlare.

Uscire a sinistra dalla crisi

Queste posizioni sono condivise anche dai Verdi, cosa che definisce una specie di forte pacchetto di mischia di due contro uno quando si andrà a discutere con i liberali per la formazione di un’eventuale (molto eventuale, al momento) Ampelkoalitioncoalizione semaforo, costituita dalla SPD, dai Grünen e dalla FDP. Appare perciò molto velleitaria e anche un po’ provocatoria la “prenotazione” del posto di ministro delle Finanze in un futuro governo di coalizione fatta dal presidente liberale Christian Lindner.

Ancora più caratterizzati a sinistra sono i programmi di SPD e Verdi in materia di fiscalità e politiche sociali. Sia gli uni che gli altri propongono di aumentare la pressione fiscale sui redditi più alti per alleggerire i gravami su quelli medi e bassi. Per i socialdemocratici si dovrebbe trattare di un più 3% delle aliquote sui redditi superiori a 250 mila euro annuali mentre sui redditi dei superricchi (probabilmente quelli superiori al milione) verrebbe introdotta una vera e propria patrimoniale.

In fatto di lavoro, i due partiti sono favorevoli all’aumento, per la SPD a 12 euro (ora sono 9), del salario orario minimo garantito e alla revisione del cosiddetto Harz IV, la legge che stabilisce il livello (attualmente molto basso) dei sussidi di disoccupazione.

I due partiti, poi, troverebbero facilmente un’intesa sulle misure per la politica abitativa, sulla quale hanno già dato buone prove nel governo del Land di Berlino cui, con loro, ha partecipato finora anche la Linke (domenica si è votato anche per il Senato della capitale e la candidata borgomastro verde ha superato alla grande tutti gli altri). La SPD propone un gigantesco programma di edilizia pubblica con la costruzione di 400 mila nuovi alloggi popolari e, come i Verdi, un piano di lotta contro la speculazione delle grandi società immobiliari che fisserebbe un limite massimo alla proprietà di case e non escluderebbe requisizioni in caso di manovre speculative.

Ecco: una buona maggioranza di tedeschi ha votato per due partiti che si sono presentati con questi programmi. Una altrettanto buona parte dei quali – è possibile, certo – resterà sulla carta perché bisognerà negoziare con i liberali, con la CDU/CSU e forse, chissà, con gli uni e con l’altra. Ma questo non è il momento delle cabale sul futuro delle coalizioni. Ora è il momento di prendere atto che nel paese più importante d’Europa c’è un’opinione pubblica che nella sua maggioranza si è messa a cercare le condizioni per uscire a sinistra dalle tremende crisi della nostra epoca. E che la cosa riguarda anche noi. A cominciare proprio dalla sinistra.