Ecco i rischi che corre l’Europa con lo strabismo di Meloni

Guardare alla novità Meloni da un punto di vista europeo (uno dei tanti punti che si possono assumere) comporta diversi paradossi. A me quello che interessa rappresenta uno degli elementi strutturali più evidenti (ma anche complessi) ed è il fatto messo in evidenza da Federico Fubini (Corsera del 16 ottobre): tutti gli alleati e modelli europei (Polacchi, Ungheresi, Repubblica Ceca, Svezia per citarne alcuni) hanno una cosa in comune in particolare: non fanno parte dell’euro. L’Italia come sappiamo ne fa parte dall’inizio.

Ebbene, terrà in dovuto conto il futuro governo che suoi interlocutori quotidiani sono l’eurogruppo (i governi che hanno adottato l’euro) e la BCE che con i suoi consistenti acquisti del debito italiano ci hanno sinora salvati dal default?

Germania, Francia, Spagna sono riferimenti essenziali

Giorgia Meloni e Viktor Orban
Giorgia Meloni e Viktor Orbán

Paesi come la Germania, la Francia e la Spagna rappresentano un punto di riferimento essenziale se si vuole contare, e soprattutto partecipare al concerto di decisioni che dovranno essere prese specie in rapporto alla questione energetica e al prossimo adeguamento del Patto di stabilità, sospeso com’è noto a causa del COVID. È questo quindi uno dei paradossi, da sguardo strabico del futuro governo.

Del resto la questione non riguarda, ovviamente, solo l’euro. Conterà anche l’atteggiamento che avrà sui diritti che per ora sembrerebbe si vogliono gestire su un piano distinto dall’economia. “Modello polacco” ha detto la Meloni. Quel governo ha reso quasi impossibile l’aborto e reso la vita impossibile ai gruppi LGTBQ. E non pariamo dell’Ungheria che, per dichiarazioni pubbliche di Orbán stesso, si definisce “democrazia illiberale”.

L’Europa. Ci sono tanti motivi per criticarla. Ma almeno su questi aspetti la Commissione europea, ampiamente sostenuta dal Parlamento europeo, è stata coerente e sta evitando che si affermi il paradosso di cui parlo, con le procedure aperte (con il consenso della Corte di Giustizia di Lussemburgo) sino alla sospensione dei contributi finanziari all’Ungheria, mentre con la Polonia le procedure sono iniziate da tempo. Purtroppo le decisioni conseguenti sono bloccate dal Consiglio europeo dove vige l’unanimità e, a turno, almeno nel recente passato, Polonia e Ungheria si sono reciprocamente sostenute.

E qui veniamo alla questione centrale. Quella delle prese di decisioni all’unanimità in una Unione europea che comincia a mostrare interessi diversi. Recentemente si è conclusa la Conferenza sull’Europa animata da centinaia e centinaia di dibattiti, con la partecipazione di molti giovani anche nel nostro Paese (con l’attenzione scarsissima della stampa scritta ed online).

Emmanuel Macron

Voluta da Macron, sostenuta dal Parlamento europeo e dalla Commissione, la Conferenza, nonostante gli intralci del COVID e delle conseguenze sociali che ne sono derivate, ha avuto tuttavia una sua conclusione attraverso l’approvazione di documenti di grande rilevanza istituzionale e politica. Una della richiesta principale che vi si fanno è appunto la questione dell’unanimità e della sua abolizione. Teoricamente dovrebbe essere una nuova Conferenza intergovernativa (tra gli Stati membri) ad occuparsene, ma con l’aria che tira…

Tornando alla Meloni e al suo futuro Governo viene subito da chiedere: come intende sciogliere il paradosso di essere nell’euro (cui ha giurato fedeltà) e avere come alleati in Europa quei paesi che non ne fanno parte? E quale posizione prenderebbe in sede di “Conferenza Intergovernativa”, qualora si dovesse tenere nel corso del 2023-4?

Il diritto interno non può prevalere su quello comunitario

La vedo male. Lei stessa preferisce parlare di NAZIONE quando si riferisce alla questione europea. Esattamente il contrario giustificò la nascita di quella Comunità che ha assicurato 75 anni di pace e prosperità ai nostri Paesi. Da qui la richiesta (scritta in un suo disegno di legge del 2018) che il diritto interno sia prevalente rispetto a quello comunitario. Questo detto (e scritto) nonostante decine di sentenze delle varie Corti competenti, compresa la corte Costituzionale italiana. Non entro nel caso della tedesca Corte di Karlsruhe che viene citata a sostegno della tesi della Meloni. Quella Corte non ha mai messo in discussione l’accettazione di regole comuni. Sarà bene ricordare che ogni volta che è intervenuta ha soltanto preteso “legittimamente” che il Governo e il Bundestag tedeschi fossero pienamente consapevoli delle scelte compiute in sede comunitaria. Il Parlamento italiano, invece, per fare un esempio, ma potrei farne decine, dedicò pochi minuti (!) alla ratifica del Trattato di Maastricht, perdendo l’occasione di una migliore comprensione e soprattutto la possibilità di prepararsi alle inevitabili intersezioni con la politica, questa sì, nazionale.

In definitiva. Nonostante le cronache di questi giorni, il problema principale mi sembra quella della visione e soprattutto del rapporto che il nuovo governo vorrà avere con l’Europa e le sue istituzioni. Per ora l’atteggiamento della Meloni sembra andare nella direzione sbagliata. Non basta dichiararsi europeisti per esserlo su serio!