Ecco come la guerra distrugge la verità (e il buon giornalismo)

Quando si parla e si scrive di guerra, anche di questa, tre parole che poi sono regole, ricorrono da sempre: propaganda, censura e autocensura. Così è stato nelle guerre passate, così è ancor oggi. Conviene ricordarlo quando si seguono, con apprensione e passione, le immagini e i racconti che vengono dall’Ucraina deturpata. La guerra, proprio per sua natura, comprime il sistema giornalistico in una morsa: il giornalista ha l’obbligo etico di raccontare ciò che accade per rispondere alla richiesta d’informazione da parte dei cittadini. Anche quando si trova a svolgere il mestiere in condizioni di estremo disagio. Spesso è costretto a censurare se stesso, o a rimanere imbrigliato nell’invisibile rete della propaganda che, in guerra, si mostra più utile che in pace perché agisce sia sui protagonisti sul campo sia sulla capacità di tirare l’opinione da una parte o dall’altra. Più la contrapposizione è netta e visibile, più la propaganda fa da spartiacque. È difficile raccontare i fatti per quel che sono. Per questo i giornalisti rischiano.

Fotoreporter durante la seconda guerra mondiale

Rischiano, in prima persona e più di tutti gli altri, coloro che ci informano giorno dopo giorno dal fronte di guerra; ma rischiano, professionalmente, anche quei giornalisti che, nelle redazioni, devono saper distinguere il vero dal falso e controllare le fonti, cosa alla quale gran parte non sono più abituati. La propaganda si giova, ormai, di più metodi: le falsità che sono generate dai media, o fatte circolare, attraverso alcuni media creati ad arte per lanciare fake-news, come dimostrano tanti casi che si registrano nella guerra in corso.  L’esempio di una radio che dalla città di Stankov trasmette falsità nel nome di Putin e della Grande Russia o il blocco da parte di Facebook costretto (scrivo, costretto visto il passato) a bloccare ben 50 profili dormienti che si sono ringalluzziti allo spuntar dei carri armati.  O infine la “controinformazione ” che appoggia le armate russe russa che circola in qualche chat dei No-Vax, abituati per origine e vezzo a star dalla parte più ideologica e intransigente dello schieramento.

I fatti per quel che sono

Eppure proprio nella capacità di mostrare i fatti per quel che sono, sta il valore della professione giornalistica che è chiamata a evitare gli invisibili scogli della propaganda e a scansare il rischio della spettacolarizzazione. Una pratica che piace sempre di più agli editori o ai direttori, che pensano intensamente solo agli indici di visione e di ascolto. Sfornando, magari, qualche improbabile scoop e accentuando così la competizione tra le diverse marche editoriali.  Marc Bloch, in un testo che è bene ogni tanto rileggere, “La Guerra e le false notizie”, rammentando la sua esperienza nella prima guerra mondiale, fa riflettere sul tema delle testimonianze come fonti della storia. Una riflessione diventata più acuta dal moltiplicarsi delle testimonianze rese sia alle testate “mainstream” sia all’utile ma volatile mondo degli ambiti digitali. Oggi attraverso la “crossmedialità” – cioè tanti e diversi media che si fondono in maniera polifonica- l’informazione è offerta a larghe mani e permette di coprire ininterrottamente le 24 ore del giorno, usando droni e satelliti, telefonia mobile e telecamere, fotografie e lanci di agenzie. Ogni singolo aspetto della guerra è mostrato e commentato. Quelli decisivi e quelli marginali, dove ancora trova spazio l’angolo del colore.  O del dolore.

Ma c’è anche chi deve tacere e tace. Tacciono i media di regime, come quelli russi che sono costretti a ignorare le migliaia di persona che, nelle loro città d’origine, manifestano contro l’ingiusta guerra e chi l’ha dichiarata. Possono esser costretti al silenzio, i veri protagonisti dello scontro in atto o si possono anche autocensurare per difendere la causa per la quale parteggiano o per proteggere persone vicine o a rischio.

Effetto catartico

La guerra è una narrazione di fatti che si susseguono, nei quali valori universali come la morte, la violenza, la speranza, la pace e la paura, innescano passioni forti fino all’effetto catartico. Ogni testata giornalistica, in ragione della filosofia e della proprietà, sceglie come raccontare le guerre che, senza alcuno sforzo, s’impongono nell’agenda dei media. Valgono i criteri ben noti attraverso i quali i fatti diventano notizie e hanno una grande visibilità: se la guerra si combatte sotto casa, sarà a essa dedicato un tempo e uno spazio illimitato; se la guerra si combatte in continenti lontani o in nazioni sconosciute, s’ignorerà.  Questi avviene per le molte guerre che si combattono in Africa o in Oriente.

La seconda guerra del Golfo

Il confronto tra la sfera della politica e quella dei media è un gioco che ha assunto una sua particolare evidenza dalla seconda guerra del Golfo, quando un immenso apparato mediatico ha seguito, anzi preceduto l’apparato militare, offrendo le sue verità sulla guerra che si stava per scatenare, imponendo i temi del dibattito per orientare l’opinione pubblica. Non ci sono forti analogie con ciò che è successo in queste settimane? In quella guerra comparve per la prima volta la parola “embedded” proprio per denominare i giornalisti ai quali era concesso l’accredito per seguire le forze armate in guerra. I governanti statunitensi poterono scegliere quella linea, sfruttando una fase di acuto “patriottismo“. Come fanno oggi i pochi giornalisti che seguono le truppe russe che avanzano in Ucraina, sono di fatto assimilati ai militari. Nel nome della Grande Madre Russia e del suo Capo. Putin ama gli zar. Fra tutti, predilige Alessandro III e gli è capitato di citare anche il suo motto ” La Russia ha due soli alleati: il suo esercito e la sua flotta”. Così sta scritto nella statua di quattro metri che fece costruire a Jalta, sul Mar Nero, nota per quell’accordo che portò alla spartizione del mondo in due sfere d’influenza. Non pochi si mostrano, proprio ora, nostalgici di quei tempi.

“Recessione democratica”

Yascha Mounk, dei più attenti studiosi del declino della democrazia liberale e dell’affermarsi del populismo, lega quel che accade in questo estremo lembo d’Europa al crollo dei sistemi democratici. Scrive, in un articolo pubblicato su la Repubblica: “Siamo all’inizio di una nuova era di politiche di potere puro e semplice. Ironia della sorte, l’attacco contro l’Ucraina coincide con la pubblicazione di un rapporto fondamentale sullo stato della democrazia nel mondo”. Il rapporto citato è quello che annualmente pubblica Fredom House che ci ricorda che siamo entrati nel sedicesimo anno di quella che molti politologi definiscono come “Recessione democratica“. I diritti civili hanno subito un deterioramento in sessanta paesi del mondo, all’inizio di questa fase di deterioramento della democrazia circa metà della popolazione mondiale viveva in un paese classificato come libero. Oggi accade solo a due persone su dieci; mentre quattro vivono in nazioni “parzialmente libere” (l’India, ad esempio) e altre quattro in nazioni ” non libere” (l’Arabia Saudita, ad esempio). Guardando i pronunciamenti sull’invasione dei leader di alcune nazioni si coglie il senso profondo del cambiamento di questa fase storica.