Ecco come garantire
la sicurezza anti Covid
dei profughi

I profughi provenienti dall’Ucraina dovranno fare il tampone ogni 48 ore oppure accettare di vaccinarsi contro il Covid 19. Su questo punto il presidente Draghi è stato chiaro durante il question
time alla camera dei deputati di ieri. La questione non è di poco conto poiché lo spostamento forzato di tante persone pone sempre un problema sanitario in primo luogo per il popolo che si
sposta, ma anche per chi li accoglie. La condizione di profughi costituisce di per sé un rischio per le malattie trasmissibili: tra le tante persone ammassate alle frontiere in attesa del momento in cui attraversarle oppure in luoghi come i centri di accoglienza prima di essere trasferite altrove possono facilmente scoppiare focolai. Le cause sono da individuare soprattutto nelle condizioni igienico-sanitarie precarie e nelle drammatiche situazioni che precludono la possibilità di mettere in atto misure preventive come indossare la mascherina o mantenere la distanza fisica.
Dal 24 febbraio ad oggi sono fuggite dall’Ucraina e giunte in Polonia, Ungheria, Moldavia, Romania e Slovacchia oltre 1 milione e settecentomila persone, secondo l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. Da lì alcuni passano poi in altri paesi europei. In Italia finora ne sono arrivate circa 24.000, per la maggior parte donne e bambini, e il flusso è certamente destinato ad aumentare,
come ha detto ieri Mario Draghi.

 

Masse enormi

Si tratta di masse enormi di persone in movimento in condizioni molto difficili. Ma la situazione sanitaria dell’Ucraina era già complicata prima dello scoppio della guerra. Innanzitutto sul fronte Covid le cose non andavano bene: si calcola si sia finora vaccinato nel Paese meno del 35% della popolazione. Un valore molto basso. Per fare un confronto, in Russia è il 50%, in Italia l’80%. Ma l’Ucraina ha anche una bassa copertura per quanto riguarda le vaccinazioni destinate all’infanzia, come quelle contro morbillo e poliomielite. E, in effetti, nel paese si sono verificati un’epidemia di morbillo nel 2019 e un focolaio di polio iniziato nel 2021 e tuttora in corso. E poi c’è la tubercolosi: il paese ha una endemia piuttosto alta di questa malattia, la frequenza delle persone con TB nella popolazione è circa 10 volte quella italiana. Inoltre circa il 20% dei casi presenta una forma multiresistente, un dato che fa posizionare l’Ucraina tra i 10 Paesi a livello globale con il più alto carico di tubercolosi resistente ai farmaci.
Le istituzioni nazionali e internazionali si stanno quindi muovendo. L’Ecdc, il centro per il controllo delle malattie infettive in Europa, ha pubblicato un rapporto tecnico proprio per prevenire ed
affrontare possibili scoppi di focolai nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Nel documento si dice che i paesi che ricevono i profughi devono in primo luogo garantire la continuità vaccinale e
cercare di superare i gap esistenti con un accesso facilitato alle vaccinazioni non solo quelle contro Covid-19, in secondo luogo allertare i medici e gli infermieri riguardo alle vulnerabilità dei profughi rispetto ad alcune malattie infettive. Inoltre, devono prendere in considerazione l’istituzione di sistemi di sorveglianza sindromica, ovvero basati sulla presenza di alcuni sintomi, per le persone nei centri di accoglienza. Si fa presente che tra le infezioni associate a ferite traumatiche spesso si trovano infezioni dovute a microorganismi multiresistenti ai farmaci. Anche di questo gli operatori sanitari devono essere coscienti.

Raccomandazioni

Raccomandazioni che valgono ancora di più considerato che l’UE ha introdotto la Temporary Protection per i profughi ucraini, il che vuol dire che una volta entrati in un paese dell’Unione potranno muoversi liberamente all’interno della UE.
Anche l’Italia si sta muovendo. Il ministero della sanità ha inviato nei giorni scorsi una circolare alle ASL in cui si mette in allerta il personale sanitario nei confronti dei possibili problemi dei cittadini ucraini, spiegando che “tale situazione affonda le radici in anni di difficoltà organizzative e di approvvigionamento di vaccini, oltre che in una lunga storia di esitazione vaccinale nel paese, ampiamente diffusa sia nella popolazione generale che fra gli operatori sanitari. Questo può ulteriormente aumentare il rischio che si sviluppino focolai epidemici nelle strutture deputate all’accoglienza dei migranti, già favorito dalle precarie condizioni igienico-sanitarie associate alla crisi e al fenomeno migratorio stesso”. Per quanto riguarda la tubercolosi è stato istituito all’Istituto Spallanzani un ambulatorio dedicato alla sorveglianza dei profughi. Mentre l’ordinanza della Protezione civile del 6 marzo prevede che al momento di ingresso, o entro 5 giorni successivi, devono essere garantite le misure di sanità pubblica con particolare attenzione alla somministrazione dei vaccini anti-Covid-19, difterite, tetano, pertosse, poliomielite. Inoltre, si deve procedere tempestivamente all’offerta del vaccino anti-morbillo, parotite, rosolia e al test di screening per la tubercolosi.