È una sconfitta cercata: al Pd serve riprendere a fare politica

Oggi è un giorno triste per l’Italia e l’Europa, questo il primo commento del segretario Letta ai risultati elettorali.

Una disfatta annunciata

lettaA me sembra che i risultati fossero annunciati da due mesi, come fedelmente anticipati dai sondaggi. Mai come stavolta tutto è andato secondo previsioni. Dire che l’Italia segue la Svezia e si allinea ad un trend di carattere continentale, spiega poco o nulla di ciò che è accaduto nel nostro Paese. Più efficace l’idea che “toccherà ad una nuova generazione guidare il PD”. Ma l’anagrafe dei nuovi leader non basterà a rimettere in asse la situazione.

Bisogna intendersi sui fondamentali e sulle direttrici di marcia di un programma di medio termine, e tornare da domani a fare politica con intelligenza tattica e visione strategica.

Primo tema. Mi piace cominciare come mai si dovrebbe, perché dei se e dei ma la politica non sa che farsene. Il Campo Largo avrebbe vinto le elezioni del 2022 con 49% dei voti. SE non ci si fosse impiccati all’Agenda Draghi; SE si fosse avuto il coraggio di dire che in questo Paese di disuguaglianze e di povertà crescenti il reddito di cittadinanza – con tutti i suoi limiti e le sue inadeguatezze – costituisce una zattera irrinunciabile per tenere a galla gli ultimi (si veda il voto a Napoli, ed in genere al Sud); SE si fosse chiuso un qualche accordo tattico con Renzi e Calenda facendo politica, mollando ciò che andava mollato e tenendo ciò che andava tenuto. Insomma: SE si fosse fatto politica, come un tempo si sapeva fare, non sarebbe finita così (e mi viene in mente la dolorosa amnistia firmata nel 1946 da Togliatti in qualità di ministro della giustizia, che perseguiva l’obiettivo strategico della pacificazione nazionale postbellica al prezzo doloroso della scarcerazione di tanti servi di regime responsabili di vere e proprie atrocità).

La cocente e stra-annunciata sconfitta del centrosinistra a queste elezioni è innanzitutto frutto di un deficit di politica e di capacità di fare politica. E non lo dico ora. Ce lo raccontavamo a cena due settimane fa tra vecchi amici e compagni. Lo abbiamo detto e ripetuto in tanti in queste settimane. Si è riusciti nel capolavoro di rompere anzitempo e precipitosamente con i 5 Stelle nel nome della continuità dell’Agenda Draghi, e al tempo stesso di non trovare uno straccio di accordo con i vessilliferi più tenaci del Draghi-pensiero. È vero che le alleanze si fanno in due. Ma con i 5 Stelle c’era un’autostrada, e qualche tentativo di infilarsi in mezzo, tra Renzi e Calenda, andava comunque fatto con più determinazione e meno scetticismo. Il problema è che troppi dirigenti ardevano dal desiderio di “navigare in campo aperto”, come si disse nei giorni della crisi di governo di luglio, pensando davvero – e questo è contro ogni logica e buon senso – che si potesse vincere anche così. La politica non è solo “belle bandiere”, è anche logica, fiuto e buon senso (per non dirla più volgarmente con il vecchio Rino Formica). Non capirlo, o peggio, far finta di non saperlo, è un errore imperdonabile.

Non sopravvalutiamo la destra

Secondo tema. Il centrodestra ha vinto nettamente,

meloni, il comizio all’aquila

ma senza raccogliere nulla di più di ciò che raccoglie in termini percentuali da un quarto di secolo a questa parte (dico percentuali perché i voti veri vanno scemando per tutti, anche per loro, in forza dell’inesorabile e drastico calo della partecipazione). I principali partiti della coalizione di centrodestra, per la cronaca, alla Camera dei Deputati prendevano il 43% nel 1994, il 46% nel 1996, il 48% nel 2001, il 49,7% nel 2006, il 47% nel 2008. Nel 2013 centrosinistra e centrodestra finirono appaiati al 29% perché irruppero i 5 Stelle (25%) e nel 2018, con i 5 Stelle ad un irripetibile 33%, finì 37% a 26% per il centrodestra. Insomma, bastava un po’ di memoria e buonsenso (e ad averne poca c’erano comunque i sondaggi a ricordarlo impietosamente) per capire che senza alleanze ampie si andava al massacro. Da questo punto di vista non mi pare ci siano state sorprese. E qui torniamo al primo tema: occorreva fare politica.

Terzo tema. Ha vinto la Meloni, con quello che ne consegue, e non sto a soffermarmi sulle cose che sappiamo (le Pen, Orban, sovranismo, euroscetticismo, blocchi navali, diritti civili, ecc.). Ha vinto bene e forte… e però le elezioni dell’ultimo decennio ci hanno insegnato che nulla è più scritto nella pietra. Chiedere a Renzi, a Salvini, a Di Maio. Governare è cosa diversa da strepitare dall’opposizione. E questa maggioranza non farà eccezione, avrà le sue grane e i suoi scogli. Sia Forza Italia che Lega sono determinanti per il governo, e le crepe verranno presto fuori. Anzi, già sono venute fuori (leggere la dichiarazione a caldo di Zaia). E anche qui si torna al primo tema: occorrerà fare politica.

Quarto tema: negli ultimi venti anni la partecipazione al voto è scesa di oltre 17 punti percentuali, dall’81.4% del 2001 al 63,9% di oggi. Meno 9% rispetto alle elezioni del 2018. Presto (molto presto, in assenza di un deciso cambio di rotta) la percentuale di italiani che esercitano il diritto di voto scenderà sotto la soglia del 50%. Questo elemento aggrava (non apre, perché il tema è aperto da tempo) quella che costituisce una vera e propria emergenza democratica. Si dirà che si tratta di un dato fisiologico e comune a tutti i paesi dell’Occidente, frutto dei mutamenti strutturali e irreversibili delle società post-‘900. Sarà. Ma il problema resta. Se guardiamo dentro ai numeri scopriamo che il partito che trionfa nelle elezioni 2022, FdI, raccoglie 7,2 milioni di voti. Senza ricordare i fasti del passato (i 14 milioni di voti della DC, i 12 milioni di voti del PCI, i 12 milioni dell’Ulivo di Prodi 1996, i 13,6 milioni del Popolo delle libertà di Berlusconi, nel 1998), basta pensare che appena nel 2018 i vincitori (M5S) ne avevano raccolto 10,7. Il drastico calo della partecipazione al voto si traduce fatalmente in un deficit di rappresentanza e di leadership persino per i vincitori. E questo costituisce un grave problema democratico, di legittimazione in concreto, oltre al dato formale della vittoria.

Quinto e ultimo tema.Tutti i numeri, non solo quelli dell’astensione, raccontano di una vera e propria emergenza democratica. La somma dei partiti che raccolgono con più evidenza il malessere della pancia del Paese (FdI e 5 Stelle) supera il 40%. Se ci aggiungiamo la metà degli astenuti (ipotizzando che l’altra sia fisiologica) arriviamo al 60%. Questa immane maggioranza di nostri concittadini adulti, diciamo circa 30 milioni di persone, segnala di un disagio crescente, di povertà e disuguaglianze che vanno affrontate, di rabbia, sfiducia e scetticismo, che si traducono in un atteggiamento di crescente estraneità rispetto ai circuiti istituzionali canonici ed ai valori condivisi che li contraddistinguono (si tratti dell’Europa, piuttosto che dei diritti della persona o del rispetto delle diversità). Naturalmente (e per fortuna) c’è un modo diverso di interpretare questi sentimenti. I 5 Stelle raccolgono soprattutto il disagio economico. Altrove, in una destra per nulla liberale ed europea, si coagulano i sentimenti peggiori (sovranismo, nazionalismo spinto, intolleranza). Chi non vota, infine, ha perso evidentemente ogni fiducia e ogni speranza nella gestione della cosa pubblica.

Le sfide dei giovani del PD

Chi fa politica nel centrosinistra deve fare i conti con il muro costituito da questi 30 milioni di cittadini. Molti di loro, in alcuni casi quasi tutti loro, sono fuori da tutto:

a) fuori dal circuito della lettura strutturata e di approfondimento, perché il 60% dei cittadini italiani non legge nemmeno un libro all’anno (ISTAT, Gli italiani e la cultura, 16 febbraio 2022);

b) fuori dai consumi culturali perché il 70% degli italiani non va mai a teatro, a un concerto o a una mostra (ISTAT, Rapporto BES 2020: il benessere equo e sostenibile in Italia,10 marzo 2021);

c) fuori dai processi di innovazione e da una effettiva cultura digitale, perché oltre la metà della nostra popolazione (il 54% per la precisione), risulta ancora sprovvista delle competenze di base idonee ad orientarsi nel contesto digitale (Commissione Europea, Indice DESI 2022, luglio 2022);

d) fuori, soprattutto, dalle minime condizioni di benessere che sole permettono di affrancarsi dalla schiavitù dell’ignoranza e che interessano ormai 5,6 milioni di individui in stato di povertà assoluta e 8,8 milioni di individui in stato di povertà relativa (ISTAT, Report povertà 2021, 15 giugno 2022), dati che trovano peraltro conferma nelle statistiche Eurostat sulla povertà in Europa, aggiornate a settembre 2022, che attribuiscono all’Italia un complesso di 14,8 milioni di individui, circa ¼ della popolazione, a rischio di esclusione sociale, 10,4 milioni dei quali in condizioni di povertà, disponendo di un reddito inferiore al 60% di quello medio disponibile.

gazebo pdLa nuova generazione che dovrà guidare il PD, secondo gli auspici del segretario uscente dovrebbe sapere tutto questo. E tanto altro ancora.

Essa avrebbe il dovere di conoscere lo stato dell’istruzione in Italia secondo il verbo del Ministero (MIUR, La dispersione scolastica aa.ss. 2017/2020), e avere cognizione delle disuguaglianze profonde esistenti nell’offerta di tempi e spazi educativi (cfr. Save the Children Italia, Alla ricerca del tempo perduto, settembre 2022).

Avrebbe il dovere di sapere cosa è il lavoro povero in Italia anche dopo i fasti del Jobs Act, e per farlo è sufficiente la lettura dell’ultima indagine del Ministero del lavoro (AA.VV, Relazione del Gruppo di lavoro ministeriale sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia, novembre 2021), o di un recente studio Svimez (maggio 2022) che descrive con numeri impietosi il fenomeno del lavoro povero che coinvolgerebbe in varie forme (part time forzato, contratti di pochi mesi, bassi salari) ben 3 milioni di lavoratori italiani, peraltro in un quadro di persistente e drammatico squilibrio nel rapporto Nord-Sud.

E a proposito di Sud, il voto sta lì a ricordarci della persistente esistenza di una questione meridionale e di un Sud del Paese dove tutti i parametri che abbiamo esaminato (povertà culturale, analfabetismo digitale, abbandono scolastico, indigenza) appaiono in forma macroscopica, più radicati, più persistenti e tendenzialmente cristallizzati (quanto agli aspetti puramente economici e produttivi del fenomeno si rinvia al recente studio della Banca d’Italia, AA.VV, La crescita dell’economia italiana e il divario Nord-Sud: trend storici e prospettive alla luce dei recenti scenari demografici, in Questioni di economia e finanza (occasional paper, n.683, aprile 2022).

Infine, avrebbe il dovere, questa nuova generazione, di sapere che il primato della scienza economica e il totem della difesa a priori della stabilità dei mercati e della compatibilità dei bilanci, non va anteposto al primato dello Stato di diritto inteso in primo luogo nei termini di tutela della dignità della persona. A ricordarcelo con parole molto forti è stato il Presidente Mattarella il 2 febbraio 2022, incentrando il suo discorso di reinsediamento al Quirinale proprio su tale concetto: “È necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche. (…) Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno di ogni prospettiva di crescita”.

Ecco. In tutte queste cose trovo i compiti di un partito politico degno di questo nome: tornare a fare politica, ricostruire un tessuto di alleanze, coniugare sapienza tattica e visione strategica, escludere i mestieranti della politica politicante che pensano solo a conservare se stessi, avere una visione e un progetto e saperlo anche comunicare. Perché da ultimo c’è anche questo: buona parte della classe politica balbetta; ripete un copione ad uso delle telecamere e non sa nemmeno farlo bene. Studiare, leggere, approfondire, appassionarsi. Riscoprire il gusto di fare politica nell’interesse pubblico. Questo occorre pretendere da una nuova generazione che si candidi alla guida di un partito riformista che voglia davvero risalire la china. E forse su tutto questo, tra un cocktail a bordo piscina e una cena gourmet, si possono anche trovare dei dignitosi compagni di viaggio.