Stabilità europea a rischio se la NATO
si sposta a Est

Mario Draghi lo aveva denunciato nell’ottobre scorso, al termine d’una visita in Slovenia. Lo ha ripetuto nel corso della conferenza stampa di fine anno: la NATO sembra disinteressarsi un po’ troppo dell’Europa e sposta la sua “area d’interessi” in altre zone del mondo. L’Indo-Pacifico, ha precisato a Roma. Il senso dell’osservazione del capo del governo italiano è chiara, anche se – a proposito di spostamenti –  contiene uno spostamento semantico dovuto, forse, a uno scrupolo diplomatico: chi ha delocalizzato la propria area di influenza non è tanto l’Alleanza atlantica, che con le vicende di laggiù statutariamente non ha nulla a che vedere come segnala l’aggettivo che accompagna il nome, ma sono gli Stati Uniti e, al più, la Gran Bretagna. Comunque sia, aggiunge il capo del governo italiano, l’Unione europea deve tener conto di questo fatto nuovo, che nuovissimo (diciamolo) proprio non è, e accelerare i tempi della creazione d’una politica di difesa europea.

L’avete già sentito questo discorso? Anche noi: il rafforzamento del “pilastro europeo” della NATO è un classico della retorica politica continentale fin da quando sono nate le istituzioni di Bruxelles, anzi da prima, fin da quando, fallita la Comunità Europea di Difesa nel 1954, fu creata la UEO (Unione dell’Europa occidentale) vivacchiata poi nel disinteresse generale fino alla morte per esaurimento nel 2011.

Mario Draghi con Jens Stoltenberg

E quando si è cominciato a parlare non più di “pilastro”, ma di “politica europea della difesa” è rimasta nell’aria irrisolta la Grande Domanda: in che relazione dovrà essere la futura, eventuale, difesa comune europea con la NATO? Dovrà esserne una parte, come lo stesso Draghi ha perorato con il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg, che nell’ultimo vis-à-vis non è parso però per niente d’accordo, oppure dovrà essere l’espressione di una completezza politica dell’Europa che rappresenti il superamento del vecchio schema dell’alleanza transatlantica tra le democrazie dell’Occidente, ultima e superata eredità della divisione del mondo in due grandi blocchi?

Le esercitazioni russe

Insomma, siamo nell’empireo dei grandi princìpi e delle discussioni generalissime Ma la questione rischia di diventare molto concreta e potenzialmente divisiva. Tra la prima e la seconda uscita di Draghi sono avvenuti alcuni fatti che hanno messo la questione su piedi ben piantati sulla terra. Citiamoli un po’ disordinatamente: la Russia ha organizzato possenti esercitazioni militari non lontano dal confine con l’Ucraina, e più precisamente dai due distretti del Donbass a maggioranza russofona oggetto della dura contesa con Kiev; la stampa americana – e specialmente il Washington Post tradizionalmente vicino alle posizioni dei democratici – ha drammatizzato le indiscrezioni provenienti dai servizi Usa sulla possibilità che l’accumulo di uomini e mezzi preludesse a un’invasione dell’Ucraina o almeno del Donbass; la NATO, l’Unione europea e le cancellerie occidentali si sono affrettate a mettere in guardia Putin dal tentare l’avventura, ma tutti si sono guardati bene dal minacciare qualcosa più che ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle già in vigore dall’annessione della Crimea, mentre gli specialisti militari e gli osservatori esprimevano fortissimi dubbi sull’eventualità che Mosca si volesse davvero esibire in una campagna militare, molto più pericolosa del colpo in Crimea e certamente impopolare nell’opinione pubblica russa. A questo punto il capo del Cremlino, dopo aver respinto con ostentato sdegno (e probabilmente con qualche ragione) l’accusa di preparare l’invasione e aver fatto notare che la NATO organizza regolarmente esercitazioni del tutto analoghe e altrettanto “provocatorie” non lontano dai confini russi, ha giocato la sua carta. Anzi due: le proposte di un accordo multilaterale con i paesi della NATO e di uno bilaterale con gli Stati Uniti vòlti a stabilire un clima di fiducia reciproca sul modello delle intese che posero fine alla fase più acuta della guerra fredda.

Stop all’Ucraina nell’Alleanza atlantica

Senza entrare troppo nei dettagli, Mosca propone che Washington e la NATO si impegnino ufficialmente a non chiedere mai che l’Ucraina entri nell’Alleanza atlantica, che venga esclusa “qualsiasi ulteriore espansione verso est della NATO”, che si rifiuti l’adesione di Stati che facevano parte dell’Unione Sovietica (come la Georgia o, in futuro, la Bielorussia), che si firmi un trattato specifico per l’eliminazione o la non dislocazione di armi e missili in regioni da cui possano minacciare l’altra parte, che si evitino esercitazioni terrestri e navali che abbiano il carattere della minaccia e via elencando misure di de-escalation degli armamenti reciproci.

Le esercitazioni russe al confine con l’Ucraina

Che in buona misura si sia trattato anche di una mossa propagandistica è dimostrato dal fatto che il ministero degli Esteri di Mosca ha dato pubblicità alle proposte prima ancora di saggiare, per quanto se ne sa, l’altra parte con contatti riservati, com’è costume in questi casi. Inoltre alcune delle richieste rivolte agli occidentali sono chiaramente irricevibili, soprattutto quelle che riguarderebbero il disarmo completo nelle repubbliche baltiche e nell’est della Polonia. Ma più ancora la “furbizia” della mossa putiniana consiste nel fatto che le proposte sono state rivolte separatamente a Washington e alle capitali europee (e canadese) della NATO. L’idea di avere due diversi tavoli di trattative fa intravvedere chiaramente l’intento politico del capo del Cremlino di lavorare sul decoupling, lo sdoppiamento degli interessi tra l’America e i suoi alleati al di qua dell’Atlantico.

Divaricazione degli interessi

Ma – questo è il punto – il carattere strumentale dell’iniziativa deve precluderne necessariamente la negoziabilità da parte degli occidentali in blocco? O il disegno russo di giocare sulla divaricazione degli interessi può funzionare perché è in qualche modo fondato su una situazione già esistente? Se si prende il punto che in tutta evidenza è quello che più drammaticamente preme a Mosca, la (non) adesione dell’Ucraina alla NATO, le posizioni di Washington e delle cancellerie europee sono già clamorosamente divaricate. L’amministrazione Biden, sulla linea della precedente amministrazione Obama, resta alla lettera della decisione presa dai capi di stato e di governo della Nato nel summit di Bucarest dell’aprile 2008 nel quale il tentativo dell’allora presidente Usa George W. Bush di far approvare subito l’adesione di Ucraina e Georgia fu respinto per l’opposizione di Francia, Germania e Italia (presidente del Consiglio Prodi, che stava per cedere il passo a Berlusconi). La prospettiva dell’ingresso delle due repubbliche ex sovietiche nell’alleanza però venne lasciata aperta nel documento finale come richiesta sulla quale decidere in futuro. Donald Trump, interessato alla NATO solo quando si trattava di reclamare soldi dagli alleati, era del tutto indifferente alla questione, ma Biden sembra abbastanza propenso a riprendere il discorso, in continuità con la linea del “contenimento” del despotismo russo che è nella tradizione dei democratici americani.

La crisi dei missili nel 1962

Il contrasto tra Washington e le cancellerie europee sull’Ucraina è già più che potenziale, come è evidente dall’atteggiamento dei francesi e soprattutto dei tedeschi, ma anche del governo italiano, come è parso di intuire dai toni della conferenza stampa di Draghi che, per esempio, ha richiamato la necessità che le parti rispettino gli accordi di Minsk ed è parso quasi voler offrire alle parti una mediazione.

La crisi dei missili a Cuba

Alla base non ci sono soltanto ragioni economiche, pur se la questione delle forniture di gas, soprattutto in questo momento di riconversione delle fonti energetiche, pesa certamente moltissimo e la partita dell’entrata in funzione del gasdotto Nordstream, che porterà il metano direttamente dalla Russia in Europa saltando l’Ucraina, pare destinata ad avere un forte peso politico.

È tutta la strategia nei confronti della Russia che dovrebbe essere oggetto di una discussione seria e non diplomatica tra gli europei fra loro e tra gli europei e gli americani. Una discussione sugli obiettivi e sulla stessa esistenza della NATO è ormai inevitabile e va avviata sulla base di un chiarimento su che cosa si intende davvero quando si invoca la difesa comune europea. Molti ritengono che il forte spostamento verso est dell’apparato militare occidentale, praticato violando gli impegni che erano stati presi con Gorbaciov al momento del sì all’unificazione tedesca, pur rispondendo a sacrosanti sentimenti di insicurezza dei popoli dell’est e del Baltico nei confronti del minaccioso nemico atavico, sia stato un errore che ha contribuito pesantemente a creare il consenso popolare di cui ha goduto, almeno finora, il regime autocratico, illiberale e violento di Vladimir Putin e ad alimentare le frustrazioni che nutrono il revanscismo sovietico o zarista. Se la Russia chiede che armi e missili siano allontanati dai suoi confini, in fondo chiede quello che John Kennedy pretese dai sovietici durante la crisi dei missili a Cuba del 1962. Per ottenere che i missili venissero ritirati il presidente americano portò il mondo fino a un passo dalla guerra atomica. Oggi altri incubi si sono sostituiti a quello atomico, ma se le tensioni non vengono governate, anche un incidente potrebbe avere conseguenze fatali.