“È stato tutto bello”: la parabola umana e sportiva di Paolo Rossi raccontata da Veltroni

Walter Veltroni è una fucina in perenne attività. Serie tv, romanzi gialli e no, saggi. Un film di fiction e documentari. L’ultimo, dopo una fugace apparizione nelle sale è ora visibile su Sky on demand e l’ha affettuosamente dedicato alla specialissima parabola sportiva e all’umana vicenda di Paolo Rossi, il nostro Pablito dei Mundiali 82. Coprodotto da Palomar e Sky, “È stato tutto bello – Storia di Paolino e Pablito” è il buon frutto di un formidabile lavoro di scavo durato un anno e mezzo tra mille archivi e teche Rai, una sfida impegnativa e nel complesso riuscita, a parte un finale che non finisce mai irrorato da lacrime, del resto più che legittime per la sorte non benigna del campione, scomparso nel dicembre del 2020 a soli 64 anni per un tumore ai polmoni.

Veltroni, in una narrazione ora epica ora elegiaca com’è nelle sue corde, ha superato con filmati rari (la cronaca dalle tribune vicino al campo delle partite clou di Spagna 82 sono emozionanti, per dirne una) il rischio di spremere l’arcinoto. E ha ridato vita al campione da giovanissimo, un Paolino in bianco e nero, con il piccolo Leonardo Turco, immerso nei suoi sogni e nel milieu familiare. Una parentesi di fiction nel documentario classico, con incroci tra ieri e oggi. Anche soggettista e sceneggiatore, Veltroni non ha insomma tradito una poetica intimamente avvinta al cuore-mondo dei bambini e alla memoria, personale e collettiva, da preservare tenacemente.

L’inizio nel campo polveroso del suo quartiere a Prato

Juventus-Udinese, Paolo Rossi in campo il 2 maggio 1982 dopo la squalifica per il calcioscommesse
Paolo Rossi in campo il 2 maggio 1982 con la Juventus contro l’Udinese dopo la squalifica per il calcio scommesse

Nato in una famiglia modesta a Santa Lucia, frazione a nord di Prato, Paolo Rossi inizia a tirare i primi calci a nove anni nella squadra omonima del quartiere, poi l’Ambrosiana nel quartiere del Soccorso col campo tutta polvere e quindi la Cattolica Virtus, maglia gialla e rossa a righe strette. Un luogo di formazione sportiva e umana. Primi calci dati al pallone, tanti calci presi, perché Paolino è un’acciughina, sguscia, segna e allora sotto con gli interventi pesanti. Gli amici e compagni della Cattolica Virtus rammentano un fenomeno, senza se e ma, un’aletta nevrile dal dribbling saettante, imprendibile nel breve, un radar in testa per la porta. E la sua forte pacatezza, venata da un sorriso vispo. Paolino in campo non protesta, non fa il piangina, subisce falli e si rialza. Farà lo stesso da calciatore professionista, mai simulatore, mai incanaglito con l’arbitro, così forte dentro da non atteggiarsi a vittima quando a 24 anni, era il 1980, verrà coinvolto da innocente nel calcioscommesse: Paolo ribadìrà semplicemente, con nettezza, a ciglio asciutto la sua estraneità a qualsiasi tipo di combine. Rivederlo intervistato da Giovanni Minoli a “Mixer” dopo lo scandalo, esile ma non sperduto, squalificato dai campi ma pieno di dignità è commovente.

Sempre modesto e disponibile con tutti

Veltroni restituisce tutta l’umanità di un giocatore di vertice che, una volta diventato campione del mondo, mai ha rinunciato a stringere mani. Che da ragazzo approdato alla Juventus scriveva a Don Aimo della Cattolica Virtus per informarlo di quanto fosse dura la scalata, punteggiata di interventi al menisco, a fine carriera saranno quattro (il fratello Rossano è buon testimone, pure lui era salito prima di Paolo a Torino, niente da fare, aveva rinunciato, ma, racconta, aveva difeso la scelta di Paolo davanti ai genitori un po’ dubbiosi, soprattutto mamma Amelia: “Lui non è come me, è più forte”), Che da azzurro ai Mondiali argentini del ’78 (“Mai stato così bene fisicamente”, ricorda nel doc) mandava cartoline agli amici di Santa Lucia, non dimenticandone manco uno. E da genitore ha voluto un bene smisurato ai figli, Alessandro, nato dal rapporto con la prima moglie Simonetta Rizzo, Sofia Elena e Maria Vittoria, avute con Federica Cappelletti. Ricorda Alessandro: “Eravamo in vacanza a New York, entrammo in un enorme negozio di giocatoli. Gli brillavano gli occhi, lì dentro era felice”.

Il suo genio da goleador nel Vicenza di Gibì Fabbri

Ripercorsi gli anni di Rossi magno goleador al Vicenza, dove l’allenatore Gibì Fabbri lo sposterà al centro dell’attacco e al Perugia di Ilario Castagner, prodigo di elogi per la sua personalità e correttezza, la temperatura di “È stato tutto bello” si alza col sofferto trionfo ai Mondiali spagnoli, rivissuto tra le quinte in compagnia di Antonio Cabrini, il compagno di stanza nei ritiri, e Marco Tardelli. Sono loro a rivisitare luoghi e tempi, l’albergo degli azzurri a Barcellona, Bearzot furioso con la stampa che sparava ad alzo zero, la benefica decisione del silenzio stampa. Aneddoti a mitraglia e una passeggiata nel giardino per bambini che ha sostituito lo stadio Sarriá, teatro delle vittorie contro l’Argentina (Tardelli: “Dove c’è quella casa ho fatto gol, all’incirca nel portone”) e il Brasile, fiocinato tre volte dall’ormai e per sempre Pablito. Si ripeterà con due gol alla Polonia e in finale contro la Germania, aprendo le marcature. Sono i “suoi” gol, prelibati frutti di un gioco d’anticipo da rapace dell’area piccola, di un occhio clinico che leggeva prima di tutti la traiettoria di un traversone. In finale arriverà addirittura ad anticipare di testa un altro azzurro, per la prima nostra rete.

La partita a scopa sull’aereo con Pertini

Si riascoltano le nobili cronache di Nando Martellini, si rievocano le polemiche e Veltroni, con una giusta dose di veleno, propone un Biscardi prima del successo contro l’Argentina di Maradona, rassegnato, demolitorio verso il Ct Bearzot e un Biscardi dopo il trionfo al Bernabeu, gasato a mille. Era un coro di critiche dopo l’avvio stentato, con Paolo Rossi bersaglio prediletto: perché convocare lui che non sta in piedi e Pruzzo e Beccalossi no? Paolo era appena rientrato in campo con la Juve dopo due anni di squalifica, pochi credevano in una lesta resurrezione. E giù articoli liquidatori a pioggia contro lui e il Ct, friulano tosto per nulla incline a cedere sui propri convincimenti umani, sportivi, tattici. Per fortuna c’è Pertini, presente in tribuna a Madrid, polemico un po’ per burla e un po’ sul serio durante la famosa partita a scopone scientifico dove fa coppia con Zoff contro Bearzot e Causio con la Coppa del Mondo sul tavolo (“Causio faceva dei segni…”), mattatore al pranzo con gli azzurri al Quirinale, un goloso inedito scovato da Veltroni, dove il Presidente tiene gagliardamente banco e la sua voce tonante echeggia in quelle stanze dai soffitti alti.

E arrivano i giorni della paura, del male. Paolo ha forti dolori alla schiena, gli accertamenti non danno speranze. Federica Cappelletti lo sosterrà sino alla fine. Il doc qui indugia un po’ troppo. Piange il fratello, piange la figlia, piange Robi Baggio ai funerali. Forse una sforbiciata ci voleva, raccontare il dolore ci sta, ma il ”volume” emozionale va dosato. E, per restare alle debolezze del film, la colonna sonora è del tutto trascurabile, non aggiunge alcunché, invece “Azzurro” cantata da Serena Ionta in chiusura, tra figurine dell’album Panini di Paolo Rossi che volano, è splendida. Presentando il film, Veltroni aveva eretto il capocannoniere di Spagna a simbolo, a “prototipo del modo migliore di essere italiani, quegli italiani che cadono ma poi si rimettono in piedi”. Il Pablito che ci aiuta a “liberarci dagli anni di piombo, e un pallone è stato emotivamente più forte del piombo” .

Mondiali di Spagna 1982 Paolo Rossi
Paolo Rossi con la maglia della nazionale ai Mondiali di Spagna del 1982

Il filo che lega tutti i lavori di Veltroni

I 107 minuti di “È stato tutto bello” hanno un legame stretto con altri lavori dell’ex politico, direttore dell’Unità e segretario del Pd, dall’esordio nel documentario con “Quando c’era Berlinguer” (2014) a “Tutto davanti a questi occhi” (2018), protagonista lo scampato ad Auschwitz Sami Modiano. Tutti sotto il segno della resistenza, della lotta per un ideale, della indispensabile memoria. “È stato tutto bello” lascia intravedere qualcosa di più profondamente personale, intimo. Classe ’56, Paolo Rossi aveva un papà che aveva giocato come ala destra nel Prato e si chiamava Vittorio. Classe ’55 Veltroni, un papà con lo stesso nome. Più che una traccia, un destino: questo film Walter lo “doveva” girare e chissà da quanto tempo lo covava. Un altro indizio? La prima inquadratura di “C’è tempo” (2019), un suo dimenticabile road movie ad alto tenore zuccherino con Stefano Fresi, porta sullo sfondo il posterino degli Azzurri di España 82 e i rimandi tra un lavoro e l’altro sono fittissimi.

C’è nel suo fare cinema massimamente sotto il segno della memoria, il graffio, ora velato ora esplicito, di una mancanza, di una perdita: quella del padre Vittorio, giornalista Rai di gran spicco, morto per una forma bastarda di leucemia quando lui aveva appena un anno e però rivissuto nella nostalgia del “non più” ingigantita dal “non ancora”, nel segno di ciò che poteva essere e non è stato. Una ferita trasformata cogli anni in radice affettuosa, lungo l’infanzia, l’adolescenza e il divenire grandi. “La vita è tenere dentro di sé la coscienza di essere stati bambini” ha detto. E fatto, con “I bambini sanno” (2015), trentanove interviste a italiani in erba dagli otto ai tredici anni, dove si parla di tutto, amore e Dio, famiglia e omosessualità. E se vi capita leggetevi “Senza Patricio”, pubblicato da Rizzoli nel 2004, ben innestato dagli elementi più caratterizzanti del sentire artistico (e politico) di Veltroni. Un libro nato dalla scritta “Patricio te amo. Papà”, vista su un muro di Buenos Aires. Un figlio, un padre, e spuntano sulla pagina tante storie possibili, tra avversità e riscatto.