“È stata la mano di Dio”: Maradona libera Sorrentino dai suoi fantasmi

“È stata la mano di Dio” finisce esattamente come “I vitelloni” di Federico Fellini: un ragazzo prende il treno e va a Roma, inseguendo il sogno di fare il cinema. Entrambi i ragazzi ce la faranno: Fellini è diventato Fellini, cioè il top, e Fabio Schisa è destinato a diventare… Paolo Sorrentino, il regista che in “È stata la mano di Dio” ha messo tanto di se stesso, raccontando – con legittime licenze poetiche – la propria adolescenza. C’è tanto Fellini, nel film, e in fondo c’è tanto Fellini in tutto il cinema di Sorrentino (sulle similitudini che collegano “La grande bellezza” a “Roma” e a “La dolce vita” si sono scritti fiumi d’inchiostro). Anche l’inizio, con Piazza Plebiscito piena di automobili immobili (l’ossimoro è voluto) e di pedoni attoniti che attendono invano un autobus che non passerà mai, ricorda l’ingorgo di “Otto e mezzo” e le scene del Grande Raccordo Anulare in “Roma”. Eppure “È stata la mano di Dio” non è un film derivativo né citazionista né cinefilo (Dio ne scampi), anche se di cinema si parla parecchio. Perché è un film sincero: all’interno di quella Grande Bugia che è sempre il cinema, Sorrentino ha trovato un’autenticità di toni e di ricordi che portano l’autobiografia in primo piano e al tempo stesso se ne distanziano, diventando racconto tout court. Lo diciamo: è un piccolo miracolo.

Di Pietro Luca Cassarino – https://www.flickr.com/photos/184568471@N07/48768706938/in/dateposted-public/, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=86266542

La lezione di Fellini e lo scossone di Capuano

Fellini è anche presente (solo in voce, imitata) nella scena dei provini ai quali partecipa il fratello di Fabio. Siccome siamo fra il 1986 e il 1987 (il Napoli sta per vincere il suo primo scudetto) dovremmo ipotizzare che siano i provini in vista di “Ginger e Fred”, film del 1986, o di “Intervista”, dell’anno successivo. Ma poco importa. Così come non importa l’anacronismo che porta Fabio a vedere al cinema, nello stesso periodo, un film di Antonio Capuano che invece esordisce nella regia qualche anno dopo (“Vito e gli altri”, folgorante opera prima del 1991). Come ci ha insegnato Bob Dylan, è assolutamente lecito riscrivere la propria vita in base ai propri desideri. Capuano è stato effettivamente il mentore di Sorrentino, quando Paolo aveva poco più di vent’anni, e la sua irruzione nel film (interpretato da un attore che è quasi un suo omonimo, Ciro Capano) è uno scossone emotivo che innesca nel giovane Fabio la voglia di farcela, di provarci. Vuole fare il cinema, Fabio, perché “la realtà è scadente”: ma non sa come, né in fondo perché. Capuano/Capano gli dice le parole giuste, che sono il corrispettivo del ceffone di un maestro Zen. Tutto il resto verrà da sé, e tutto il resto è il cinema che Sorrentino farà in seguito.

Un film che è una ripartenza

Per usare un termine calcistico, “È stata la mano di Dio” è una ripartenza. Andando alle origini della propria vocazione, e mettendo in scena la tragedia che ha colpito la sua famiglia, Sorrentino si è come reincarnato nel se stesso ventenne incarnato dal giovane, bravo Filippo Scotti. Il film è diviso in due atti perfettamente simmetrici, un “prima” e un “dopo”. Nella prima metà la famiglia Schisa è come tutte le famiglie del mondo, infelice a modo suo (Tolstoj insegna) ma anche, spesso, spassosa e comunque piena d’amore. Fabio ha un fratello, una sorella misteriosa e due genitori fantastici: sono Teresa Saponangelo e Toni Servillo, semplicemente meravigliosi nel loro amore e nelle loro baruffe. Lei è una casalinga che fa la giocoliera con le arance e adora architettare burle, lui lavora al Banco di Napoli e in quella veste viene a sapere prima ancora dei giornali delle fideiussioni attraverso le quali Ferlaino acquista Maradona. A metà film, una fuga di gas nella casetta che si sono comprati a Roccaraso li uccide. È il momento in cui vita e finzione si sovrappongono in modo straziante, perché è quello che davvero ha tolto a Sorrentino i genitori quando ancora andava al liceo. La bravura dei due attori, e la tenerezza con cui sono descritti i due personaggi fa sì che per tutta la seconda metà del film il nostro dolore di spettatori per la loro assenza si identifichi con quello del regista e del suo doppio, il giovane Fabio. Sullo sfondo c’è una famiglia squinternata e buffissima, che dietro i toni da farsa napoletana nasconde scheletri nell’armadio e tanto dolore. E c’è Napoli, una Napoli preoccupatissima: arriverà Maradona, o no? Quando Maradona arriva, l’adolescenza di Fabio viene toccata in modo irrimediabile dalle sue prodezze: la “mano di Dio” contro gli inglesi, il primo scudetto, la trasferta ad Empoli che gli salva la vita perché altrimenti sarebbe andato a Roccaraso con i genitori.

Il calciatore eroe romantico e veicolo d’identità

La seconda metà del film vede Fabio confrontarsi con una serie di bizzarri “maestri” (Vladimir Propp, il grande semiologo russo che ha definito le strutture narrative del racconto fiabesco, li avrebbe chiamati “donatori”). La zia pazza e bellissima rinchiusa in manicomio, l’anziana baronessa che abita al piano di sopra e gli dà un’inquietante lezione di sesso, un amico contrabbandiere che lo porta in barca a Capri “per andare a ballare” nell’unica notte in cui Capri è deserta (“Dovevamo andare a Ischia!”), e come si diceva il regista già famoso: Capuano. Oltre, ovvio, a Maradona. Magari sarà una cosa incomprensibile per chi non segue e non ama il calcio, ma per Sorrentino – e per molti napoletani della sua generazione – Maradona non è stato un calciatore: è stato un eroe romantico e paradossalmente un veicolo di identità, un argentino che ha dato a Napoli forza, orgoglio, rispetto. Nel film ci sono i filmati d’epoca (la partita contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986, lo scudetto del 1987) ma la scena più toccante del film è quella in cui Fabio e suo fratello Marco assistono a un allenamento nel quale Maradona infila nel “sette” una serie di punizioni dal limite. Marco chiede a Fiabo: “Sai cos’è quello che ha fatto? La perseveranza! Quella che io non ho”. Perché il talento e il genio sono nulla senza applicazione. Maradona e gli altri donatori sono “stazioni” attraverso le quali Fabio cresce, e trova la forza di partire.

Con questo film, Sorrentino è candidato per la seconda volta all’Oscar e vedremo come andrà: la prima volta, la ricordiamo tutti! Ha solo 51 anni e ha già una carriera importante alle spalle. A nostro parere, ha esordito con due gioielli (“L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore”), ha realizzato un film importante e originale come “Il divo” e poi, dopo l’exploit internazionale di “La grande bellezza”, si è un po’ incartato in saghe politiche e narrazioni seriali (il doppio film su Berlusconi, le serie tv sui due Papi) in cui lo sfoggio di tecnica e di stile sembrava prevalere sull’urgenza del racconto. Potremmo dire che “È stata la mano di Dio” sia il suo film migliore: forse non è così, ma è quello di cui Sorrentino doveva liberarsi, per rielaborare finalmente un lutto che ovviamente rimarrà con lui per sempre, ma forse – glielo auguriamo – alleviato dalla condivisione e dalla solidarietà. È un film caldo, pieno di umanità, a tratti spassoso e pieno di lacrime. È prodotto da Netflix ma intanto è visibile anche al cinema: è uscito il 24 novembre e il giorno dopo, giovedì 25, era il primo anniversario della morte di Maradona. Coincidenze? Forse sì, forse no.