Ora torniamo ad essere
l’anello debole della UE

Ed eccoci di nuovo a recitare il ruolo sciagurato dell’anello debole dell’Europa. Non serve spendere troppo tempo a studiarsi reazioni e commenti alle nostre elezioni nelle altre capitali e a Bruxelles: con i tre partiti antieuropei , sovranisti, populisti (o come ancora li vogliamo chiamare) ben oltre il 50 per cento, c’è poco da analizzare a ancor meno da discutere. Negli altri paesi dell’Unione confrontabili con il nostro, diciamo i sei del nucleo originale della Comunità, nessuno partito o schieramento arriva a quel livello. In Germania e nei Paesi Bassi l’estrema destra è intorno al 13%, ha toccato il 21% con Marine Le Pen in Francia, ma in una situazione fortemente polarizzata, e il 20% in Belgio, dove la N-VA nazionalista fiamminga raccoglie le forti istanze indipendentiste delle Fiandre, ma comunque non si considera antieuropea.

Siamo un’eccezione, dunque, e come tale verremo trattati. Ma per capire come e quanto, sono necessari alcuni distinguo. Prima, e ovvia, considerazione: la “massa antieuropea” uscita dalle urne non è omogenea. I partiti completamente assimilabili all’estrema destra formato europeo sono la Lega e Fratelli d’Italia, non ovviamente i 5Stelle. Le formazioni di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni insieme superano di slancio il 20 per cento, con uno scarto rispetto agli altri paesi sulle cui ragioni è necessario interrogarsi. Queste ragioni sono certamente tante, di natura storica, sociale, culturale, ma a me pare che quella principale sia di natura politica. A differenza di quanto è accaduto in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi e altrove, ma non in Austria e nei paesi dell’est, in Italia non c’è stata alcuna intesa tra i partiti democratici volta ad isolare gli estremisti. La perfida stupidità della legge con cui si andava a votare ha contribuito pesantemente a far sì che quell’ argine non venisse costruito, ma i motivi della mancanza sono ben più profondi e ben radicati nella cultura politica del nostro paese. In Italia, durante la campagna elettorale (ma anche prima) si sono sentite affermazioni, fake news e sparate irrazionali che altrove sarebbero state impensabili. O, almeno, sarebbero state contrastate non solo dai difensori della correttezza politica ma anche dalla generalità dei media.

In questo senso, il problema che l’Italia rischia di diventare per il resto d’Europa è rappresentato non solo dalle debolezze e dalle fragilità cui la demagogia antieuropea la espone nei confronti dei mercati e della speculazione finanziaria (ovvero l’unico pericolo che in genere viene considerato). No, gli sviluppi italiani diventano un fattore di rischio anche per l’equilibrio tra le diverse parti dell’Unione. Per quello che si è percepito durante la campagna elettorale e per quello che potrebbe arrivare sulla scena con la formazione del prossimo governo e con l’assestamento a destra, il nostro paese sembrerebbe voler collocarsi nel novero dei paesi che, in mancanza di un argine a destra, mettono di fatto in discussione non solo la “pacifica convivenza comunitaria” all’interno dell’Unione, ma l’intero sistema di valori (democratici) su cui si basa la costruzione europea. Non è un caso che proprio alla vigilia del voto, la leader di Fratelli d’Italia, abbia pensato bene di andare a Budapest a stringere i rapporti con Viktor Orbán. Nei sogni, se non nei piani, della lega e dei suoi alleati c’è un’estensione fino alle nostre terre dell’Europa di Višegrad (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria), in una continuità territoriale resa possibile dallo sdoganamento dell’estrema destra realizzato pochi mesi fa in Austria.

Sarebbe un errore grave, per Bruxelles e le cancellerie europee, ignorare o sottovalutare questa tendenza. I danni che deriverebbero da uno sganciamento dell’Italia dal processo di integrazione “occidentale”, magari spacciato come una ribellione in nome degli interessi nazionali al vituperato asse franco-tedesco per come va rafforzandosi per l’iniziativa di Macron e presumibilmente, quando avrà il suo nuovo governo, da Angela Merkel, sarebbero gravi per l’Unione e gravissimi per l’Italia. Nonostante le sue confusioni, particolarmente evidenti in fatto di politica estera, e una sciagurata propensione alla demagogia che tende ad esprimersi anche verso i “burocrati di Bruxelles”, la linea dei 5Stelle sembra estranea a questa deriva. L’antieuropeismo dei grillini si esprime in una forma di spacconaggio antistituzionale (quando saremo al governo sbatteremo i pugni sul tavolo e faremo cambiare le regole) venato da una certa ingenuità ma con il quale il dialogo potrebbe non essere impossibile. Dei due “populismi” italiani è certamente di quello targato lega che a Bruxelles c’è motivo di preoccuparsi di più.

Insomma, ci sono buone ragioni per ritenere che il pericolo più grave che viene all’Europa, e all’Italia come parte della comunità, sia politico più che economico e finanziario. La sinistra dovrebbe esserne consapevole e sottrarsi, una buona volta, al pensiero dominante per cui in materia europea conta solo la disciplina di bilancio. La polemica contro la disinvoltura con cui in campagna elettorale sono stati promessi mari e monti senza alcuna copertura è sacrosanta ed è ragionevole temere i colpi che potranno arrivare dai mercati se si arriverà a governi che non diano garanzie. Ma molti pensano che sia stata proprio la sudditanza di tanta parte della sinistra alla logica dominante della disciplina di bilancio über alles e della “spontaneità” dei mercati a favorire, se non a provocare, l’ascesa in tutto il continente di movimenti antieuropei e sovranisti, come si usa dire oggi. Lo shock delle elezioni italiane potrebbe avere almeno un effetto positivo: aprire un dialogo nuovo nella sinistra europea sulla necessità di riappropriarsi di un’egemonia culturale in materia di economia che ha avuto in passato e che, anche se nessuno pare ricordarsene mai, è stata l’ispirazione fondamentale della costruzione europea nata per governare l’economia.

Se ricominciasse a parlare di risorse per gli investimenti, di risorse per i bilanci comunitari, di programmi e disponibilità della Banca europea degli investimenti, di piani industriali e per l’occupazione, di regolamentazione dei mercati finanziari, la sinistra avrebbe qualche possibilità in più di non continuare a perdere le elezioni una dopo l’altra. Anche quella italiana.