È ora di imparare
quello che gli adolescenti
ci stanno insegnando

coronavirusCi siamo ancora dentro, purtroppo, ma già lo guardiamo da lontano e ne parliamo al passato. Una idolatria del fatto di sapore nietzschiano, quella tendenza, cioè, a credere già storico ciò che sta accadendo, a trasformare in dato oggettivo un fatto di cronaca. O, più probabile, un modo come un altro per salvarsi, per esorcizzare un fenomeno che solo in parte possiamo controllare.

Ebbene, cosa facevano gli adolescenti ai tempi del coronavirus? Sì, quelli che gli adulti pensano sempre a casa davanti al pc o alla play station, con uno smartphone in mano, quelli che la mamma deve chiamare al cellulare dalla stanza accanto, perché se urla non la sentono, quelli che “ma perché non esci un po’? “Soffrirà mica della sindrome di hikikomori?”.

Anche se sono scappati incautamente dalle zone rosse, per raggiungere le famiglie altrove, anche se i primi tempi non hanno compreso a pieno la gravità della situazione e non hanno saputo rinunciare alle uscite serali con gli amici, dobbiamo loro la massima considerazione. Nessuno degli adulti li ha preparati al peggio, eppure quel peggio è arrivato e loro se la stanno cavando più degli stessi adulti.

Costretti stavolta tra le pareti domestiche, si informano sull’evoluzione della malattia, di cui conoscono immagini e statistiche, vagano da una stanza all’altra, raramente guardano dalle finestre, stanno al cellulare e al computer, seguono le serie televisive, svolgono i compiti sulle classi virtuali, barcamenandosi tra la confusione degli assegni, tra la mole di documenti e video da sezionare, si sforzano di capire questa nuova didattica che, spesso, ha colto più impreparati i professori che loro stessi.

C’è chi tiene un diario di bordo, chi crea con gli amici una playlist musicale condivisa, chi fa chiamate video in gruppo, chi legge, suona, scrive, disegna. Qualcuno in questi giorni di quarantena forzata festeggia il compleanno e allora con gli amici si dà l’appuntamento per stappare virtualmente tutti insieme, in quel preciso istante, una bottiglia di spumante e gridare in coro: “auguri!”, sapendo già che sarà un compleanno memorabile e straordinario. C’è poi chi, da universitario, si iscrive ai corsi online, senza poter prevedere quando farà gli esami, su piattaforme improbabili, alle quali per alcuni è complicato accedere.

friday for futureProviamo a ricordare quando eravamo alla loro età, oggi adulti o troppo indulgenti o troppo severi. Molti di noi volevano cambiare il mondo e c’hanno pure provato, riuscendoci in parte. Ma non ci sentivamo già completamente responsabili della sorte dei nostri genitori, dei nonni, del pianeta. A loro è toccata questa battaglia: sanno che dalle scelte e dai comportamenti di oggi ne va della loro vita, come di quella degli affetti più cari e delle persone che non conoscono affatto, che affollano i numeri scanditi ogni sera negli annunci della Protezione Civile. Ce lo hanno urlato nei mesi precedenti che è urgente cambiare la rotta, che il pianeta è vicino al collasso, che bisogna pronunciare parole di pace e bellezza, che loro non sanno che farsene del nostro odio e del nostro rancore, che ci lasciano ben volentieri la piazza di Facebook, per ritrovarsi altrove, dove noi non abbiamo credito e accesso, perché stiamo commettendo, inavvertitamente, lo stesso errore di chi ci ha preceduti: sostenere che la nostra generazione fosse migliore di quella attuale.

Ai tempi del coronavirus tanti nodi vennero al pettine, economici, politici, culturali. Il più difficile da districare era forse questo: non aver saputo dare agli adolescenti la giusta attenzione e fiducia, pronti a giudicarli come degli inetti inconcludenti, mentre invece mancavano loro lo spazio e il tempo, occupati arbitrariamente dai grandi. La Terra ha un’anima, ha un respiro, pneuma lo chiamavano gli antichi.

Oggi, proprio mentre i nostri polmoni collassano, essa si ossigena. Non abbiamo voluto ammetterlo, neanche quando e perché a dircelo era un’adolescente senza trucco e con le treccine, nelle piazze del mondo con migliaia di coetanei. Il nostro problema principale era che stessero marinando la scuola.