E’ morto Zhirinovsky, il “liberale” più nazionalista di Putin

“Era un figlio della Patria”. Il titolo di scatola delle Izvestja. La notizia del giorno. In alto i cuori per Vladimir Volwovich Zhirinovsky, nato in Kazakhstan, morto a 75 anni in un letto d’ospedale, sconfitto da Omicron. Un figlio della patria (“сын отечества”) è un patriota (padre di origini ebree, madre ucraina). E Vladimir Putin lo dice e si inchina al cospetto delle spoglie del più scatenato leader nazionalista russo sulle scena del Paese da almeno 33 anni, quando ancora l’Urss ed il Pcus non erano definitivamente tramontati. È l’ora del cordoglio generale in Russia, della commemorazione trasversale per un esponente politico eccentrico, tonitruante, spettacolare nelle parole e nelle sembianze, per il capo del primo partito politico che già alla fine del 1980, quando la perestrojka e la glasnost di Gorbaciov avevano rotto l’impianto del sistema sovietico. Un partito che si chiamava, e si chiama, liberal-democratico, il Pldr. Nato per dar fastidio, nella sua fase già discendente, a Mikhail Gorbaciov ma che di idee liberali e democratiche vantava poco. Che faceva a gara, con stile inedito e platealmente provocatorio, anche con il leader erede dello scomparso Pcus, Ghennady Ziuganov, leader del partito comunista russo. Zhirinovsky e Ziuganov, due capi nazionalisti che nel post-Urss, negli anni ambigui seguiti allo sfaldamento della federazione delle repubbliche sovietiche, hanno tentato di tener testa a Boris Eltsin e al suo pupillo Vladimir Putin. Ma si sa che, se c’è a disposizione l’originale, gli elettori lo preferiscono alle imitazioni. Infatti i due nazionalisti, un po’ da operetta eppure con un discreto seguito (attorno al 15-20%), sono sempre rimasti al palo, sebbene rappresentati dentro la Duma di Stato.

A braccetto con Renato Altissimo

Un liberale molto sui generis questo Zhirinovsky. Com’è un liberale russo? Deve esserselo chiesto, il Primo Maggio del 1992, anche il segretario del Partito liberale italiano Renato Altissimo che quel lontano giorno corse a Mosca e si presentò ad un corteo sulla Piazza Rossa proprio a braccetto di quel liberale alquanto strano (quel giorno, detto tra parentesi, non credetti ai miei occhi). Fatto sta che sfilarono insieme sotto il Mausoleo di Lenin.

La Russia in guerra in Ucraina, dunque, piange nella sua ufficialità un simbolo, un supporter sfegatato della “operazione speciale”, un plateale estremista dello spirito russo. Patria, Terra, Popolo, Chiesa. I giornali, quelli allineati, ne tessono le lodi, ne esaltano certo l’estrosità e le esagerazioni verbali e di postura, ma fanno prevalere la sanguigna propensione di Vladimir Zhirinovsky verso la difesa del mondo russo messo in serio pericolo dalle deviazioni occidentali. Che sono classificate come malattie politiche, economiche e umane. C’è quasi una felice soddisfazione, nel giorno del lutto, nel ricordare certi capisaldi del “pensiero” dello scomparso. La sua battaglia per introdurre alcuni standard per l’attività sessuale perché “siamo sotto l’influenza della pornografia, delle cassette porno e di vari film frivoli di questo tipo”. E, di conseguenza, la rivendicazione della produzione autarchica dei preservativi russi: “Facciamoli da soli, i nostri non sono brutti, sono più resistenti e affidabili”. Poi anche il tratto misogino, mischiato alla questione ucraina: “Non ci fosse stata l’ isteria uterina non ci sarebbe stata Maidan”. Una sottolineatura orribile replicata nella minaccia oscena ad una giornalista incinta che aveva posto dei dubbi sull’operato nel Donbass, invitando gli uomini a violentarla (in seguito provò a scusarsi). Del resto, Zhirinovsky aveva le idee più che chiare: “Non bisogna costringere i bambini a imparare l’inglese, basta che imparino il Khalashnikov. Allora tutto il mondo parlerà presto russo”. Del resto, a suo dire, l’Occidente “sta morendo, non può moltiplicarsi e l’ultima cosa che gli resta sarebbero le ragazze russe”.

Il presidente Putin parla di Zhirinovsky come di un “politico esperto, una persona forte e aperta, un brillante oratore e polemista”. Non c’è dubbio. La Duma si alza in piedi per un minuto di silenzio in onore, dice il presidente del Parlamento Vyaceslav Volodin, di un “politico di talento, che ha capito come funziona il mondo e senza di lui sarà difficile immaginare lo sviluppo del sistema politico nella Russia moderna”. Infatti il capo del governo Mihail Mishushin non esita a definirlo un “vero statista”, e come potrebbe essere considerato diversamente uno che si vantava di aver scritto la Costituzione sotto Eltsin e per aver partecipato per ben sei volte alle elezioni presidenziali (alle prima arrivò terzo, dopo lo stesso Boris Nikolaevich e il premier Ryzkov)? Seppur nella sconfinata Russia, conquistare sei milioni di voti non è roba da poco. Lo riconosce, significativamente, il segretario generale di “Russia Unita”, Andrei Turchak. È il partito di Putin. Il suo giudizio riassume il vasto spettro di dichiarazioni del mondo politico rappresentato nella Duma, tutte sostanzialmente omogenee. C’è il riconoscimento del “carisma” di Zhirinovsky, un interprete eccezionale della storia russa, una “mente analitica acuta” che gli permetteva persino di fare delle previsioni sorprendenti. Come quella sull’invasione dell’Ucraina. Davanti alla Duma, qualche mese prima, disse: “L’operazione scatterà alle 4 del mattino il 22 febbraio 2022”. Sbagliò di due giorni. Restarono tutti sbalorditi. Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev, arriva a dire che la Russia ha perduto un “patriarca, un uomo d’epoca”.

“Gli americani li manderemo sott’acqua”

Di certo, Zhirinovsky le sparava grosse. Andava in tv, partecipava ai talk show e faceva notizia. Un giorno si rivolse agli americani e disse: “I nostri scienziati cambieranno il campo gravitazionale della Terra, ma solo un po’, e il vostro Paese finirà sott’acqua”. Piaceva per questo. E si permetteva anche di manifestare la sua esuberanza in qualità di membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. A Strasburgo ci andava insieme al comunista Ziuganov, nelle tre sessioni annuali. Un suo discorso in aula fu terribile. Si rivolse ad un giovane deputato della Cechia: “Ha 25 anni e non si può ricordare del 9 maggio 1945. Ma quando la guerra era già finita noi mandavamo i nostri carri a Praga. E sei voi tutti potete adesso sedere in quest’aula, lo dovete ha noi che vi abbiamo liberato altrimenti sareste ancora a Buchenwald e l’Europa meridionale sarebbe sotto l’oppressione dei turchi”. La Russia adesso è fuori dal Consiglio d’Europa. Ma Zhirinovsky fece in tempo a consegnare la sua speciale considerazione: “La Russia si trova tra l’Asia e l’Europa. Voi siete in una serra, vi potete riscaldare sotto il sole perché nessuna bomba vi cade sulla testa. Solo perché esiste un esercito russo ad Est”. Parole inquietanti, con il senno di poi.

Se Zhirinovsky è stato questo, allora non stupisca se domani a Mosca si svolgeranno le esequie che si addicono ad un “patriota”. E in un luogo davvero simbolico. In uno tra gli edifici tra i più importanti dal punto di vista storico. Onoranze funebri della Sala delle Colonne della Casa dei Sindacati. Un palazzo quasi sacro dove si svolsero, sino agli anni Ottanta, le esequie dei capi del Pcus: dallo stesso Lenin, sino a Leonid Breznev. Il palazzo sulla Bolshaya Dmitrovka, un monumento d’epoca della fine del diciottesimo secolo e che, prima della ricostruzione, era stato del principe Vasily Dolgorukov-Krymsky. Un palazzo di Stato per il tributo solenne. Zhirinovsky lo aveva chiesto espressamente, se lo era sognato, affermando d’aspettarsi migliaia di persone in fila a rendergli omaggio prima del trasferimento al grande cimitero Troekurovsky. Il suo partito ha indetto ben 40 giorni di lutto. Forse un po’ troppi, si vedrà. Comunque, il suo successore alla guida del partito, Leonid Slutsky, tiene a sottolineare che è stato proprio lui, il capo indiscusso da tre decenni, a indicare la soluzione in Ucraina: “È necessario regolare questa situazione in modo tale che i nostri amici strategici in Occidente capiscano che la Russia può difendere i propri interessi”. Tutto normale, dunque. Tutto secondo il programma. Anche perché non si sa mai. Zhirinovsky ha avvertito non tanto tempo fa. Lo hanno interrogato sulla sua morte. Cosa dirà quado si troverà davanti a Dio? “Dirò che ho fatto del mio meglio. Ma chiederò anche un biglietto di ritorno perché non ho terminato il mio lavoro. Devo aiutare la gente. Rimandatemi indietro”. Nell’attesa, il Comune di Mosca ha già deciso che il nome di Zhirinovsky sarà “immortale” in tanti luoghi pubblici della Capitale.