È l’interesse generale
il grande assente
nell’Italia del virus

È un affanno continuo. Ma è così arduo sottrarre l’interesse generale, in cui naturalmente si ritrova l’intera comunità, alle tensioni della nuova emergenza pandemica? Per quanti provvedimenti si annuncino per rincorrere le impennate dei contagi, dei ricoveri e, purtroppo, delle perdite di vite umane nelle più disparate aree del paese, stenta a emergere una visione d’insieme, condivisa da tutti i soggetti in campo, che dia efficacia al contrasto alla minaccia pandemica a un bene pubblico essenziale come la salute. Il che finisce per diffondere nell’opinione pubblica, assieme all’inquietudine di déjàvu, la sensazione che l’insieme delle strutture pubbliche offra una risposta troppo parcellizzata, contraddittoria e inadeguata rispetto alla gravità della minaccia che pende sul paese.

Lascia ancora da pensare quanto è capitato domenica scorsa con la commistione di responsabilità tra politica e scienza sulle opzioni dell’emanando dpcm (decreto del presidente del consiglio) che alcuni ministri avrebbero voluto più rigorose di quelle varate appena 5 giorni prima, mentre i titolari dei dicasteri interessati cercavano di contenerle nei margini di tolleranza precedentemente concessi. Pare che la già non edificante divaricazione nel governo si sia subito riprodotta in sede di formulazione del parere del Comitato tecnico-scientifico, finendo per non rendere riconoscibile quella distinzione di funzioni e ruoli che dovrebbe rassicurare i cittadini alle prese con il rischio incombente.

Nessuno può dirsi immune. Quando il leader del maggior partito dell’opposizione si arroga il potere di bloccare, riuscendoci per un pugno di ore, il decreto più restrittivo concordato con il governo da un presidente della regione della propria parte politica, si finisce non solo per alterare il già fragile equilibrio istituzionale ma anche per compromettere la riconoscibilità delle rispettive responsabilità.

I casi non mancano, e investono gangli vitali della società, tanto da prefigurare una qualche convenienza nella segmentazione delle misure dell’emergenza tra strutture dello Stato che la Costituzione vorrebbe concorrenti nel perseguire il bene pubblico ma che nella realtà finiscono per risultare conflittuali.

Non a caso il Capo dello Stato, assegnando le onorificenze al merito della Repubblica ai protagonisti della prima prova che aveva sorpreso il mondo, ha tenuto a richiamare il coinvolgimento collettivo in quel dramma sociale come un valore che può tornare utile nella nuova battaglia al virus.

Anche la scorsa primavera si discuteva, e non meno animosamente, ma quel che oggi più sconcerta non è tanto la dialettica, nella politica o tra e con i tecnici, quanto la dispersione del patrimonio di partecipazione e di fiducia accumulato nella prima cruciale prova.

Il nostro, si sa, è un paese che nell’emergenza riesce a dare il meglio di se. Il che non giustifica una sorta di normalizzazione dell’emergenza. Come è sembrato accadere quest’estate, nonostante la proroga dello stato di emergenza fosse stata deliberata proprio per il timore di dover fronteggiare, con il sopraggiungere dell’autunno, un’altra perigliosa ondata di contagi. Come in effetti è accaduto, senza però che il paese risultasse adeguatamente attrezzato. Più che piangere, come suol dirsi, sul latte versato, la lezione dovrebbe almeno servire a non versarne altro in dispute mai sopite. Come quella sul ricorso o meno ai 36 miliardi di euro messi a disposizione dell’Italia del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), alla esclusiva condizione, che più che temere dovrebbe essere autogestita, di destinarli al riscatto della sanità pubblica. Si può ottenere lo stesso risultato per altre vie? Può essere, anche se la riserva di 4 miliardi a carico del Recovery fund è incomparabile con la pronta disponibilità dei 36 mdel Mes. Ma se non si tratta più di una contesa ideologica – peraltro trasversale giacché investe anche l’opposizione – un chiarimento veritiero può ben risolversi nell’assunzione delle conseguenti responsabilità di fronte a una comunità costretta a misurarsi con un servizio sanitario taglieggiato
per troppo tempo.

Si deve pur preservare la complessa gestione del Recovery fund dall’incalzare del peggio se si vuole che la corposa dotazione europea serva a rilanciare, con l’insieme dell’economia, l’idea civile e sociale del futuro del paese.

Ecco perché lo stesso stato di emergenza, necessariamente regolatore di sensibili equilibri sociali e delicati diritti della persona, va sottratto all’immaginifico sospetto di una “dittatura sanitaria”, più consona semmai alla cultura dei “pieni poteri”, opponendo lo sbocco riformatore di una disciplina inedita, specifica, che sposti le tutele pubbliche dalla legge ordinaria sulla protezione civile al sistema di garanzie dello Stato di diritto. Sarebbe anche l’occasione per riscoprire l’etica della responsabilità dell’esercizio della sovranità popolare nei termini propri della Costituzione.