Attacco all’Ucraina, è lecito essere contro la guerra?

Una premessa d’obbligo. L’attacco ordinato da Putin contro l’Ucraina, i bombardamenti delle città, i missili sulle scuole e sui teatri, i civili uccisi per strada, la distruzione e l’orrore sui volti dei bambini, sono un pericoloso atto criminale. Compiuto in modo brutale non solo in nome di una grandeur della Madre Russia in un impeto di ritorno al passato che non ha alcun fondamento in un mondo multipolare, ma anche con l’obiettivo di aggredire un paese indipendente per tentare di cambiare i confini dell’Europa.

Quindi: sono dalla parte del popolo ucraino contro lo zar del terrore. La resistenza contro gli invasori è legittima, doverosa, sacrosanta. A differenza di ciò che pensa certa sinistra, convinta che sia meglio per gli ucraini arrendersi e sottomettersi per far finire la guerra e i massacri.
Chiarito questo, vorrei chiedere umilmente – invitando ad evitare accuratamente i toni esagitati ormai molto diffusi per i quali funziona solo la coppia amico/nemico, o stai di qui o stai di là – se è lecito, davanti a questa sporca guerra, porsi delle domande oppure no.

Perché i leader europei hanno indossato l’elmetto?

Se è lecito, per esempio, chiedersi perché in Europa quasi tutti i leader hanno indossato l’elmetto e pochissimi, pur sostenendo le ragioni del popolo aggredito, si sono impegnati sul serio a trovare un percorso che potesse portare alla fine del conflitto.

E perché in questo modo l’Europa, quella del Manifesto di Ventotene, ha rinunciato al suo compito di portatrice di pace e di solidarietà tra gli uomini. Perché in Italia buona parte della sinistra, invece di parteggiare per una seria trattativa e cercare di individuare – e magari anche favorire – gli spiragli nei quali potesse passare una voce di dialogo, ha deciso di aumentare le spese militari e di farsi trascinare nell’apologia della guerra.

Se è lecito chiedersi per quali motivi, seguendo quali passaggi storici, negli ultimi dieci anni si è arrivati a questo scontro. Se il comportamento di Kiev nei confronti delle popolazioni russofone del Donbass sia stato sempre improntato al rispetto dei diritti e abbia seguito il capitolato previsto dagli accordi di Minsk.
Se è lecito chiedersi se il tentativo della Nato di creare un avamposto in Ucraina sia stata una scelta saggia o se invece non sarebbe stato meglio lavorare per garantire una neutralità che desse nello stesso tempo garanzie e sicurezza all’Occidente e all’Oriente.

La Nato ha ancora senso? E perché?

Se è lecito anche chiedersi se la Nato abbia ancora senso o se invece, dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica, non sarebbe stato più lungimirante lavorare, come propose a suo tempo Gorbaciov, a un nuovo organismo di sicurezza europeo delineato dall’Atto finale di Helsinki. Se dopo la fine del comunismo gli Stati Uniti, seguendo la logica della “fine della storia”, convinti di essere diventati gli unici indiscussi padroni del mondo, non abbiano peccato di presunzione e abbiano contribuito a far crescere anche nel cuore di Mosca, in mezzo alla povertà e alla miseria, una forte rabbia nazionalista.
Sono domande stupide? Va bene, ammettiamolo pure. Ma sono domande, semplici domande. Che non comportano assolutamente un arruolamento nelle file dell’Armata Rossa come vorrebbero quasi tutta la stampa, quasi tutti i commentatori, quasi tutti i conduttori di talk show, quasi tutti i frequentatori dei social e infine gran parte degli esponenti politici, di sinistra e di destra.
In conclusione, la domanda a cui vorrei una risposta senza che si alzino le barricate e si puntino i missili ideologici è questa: è lecito, oggi, essere contro la guerra, spendersi per la pace, sperare che si faccia il possibile e l’impossibile perché Mosca e Kiev si parlino? E’ lecito non volersi mettere l’elmetto e non voler partecipare al coro che intona la retorica di guerra come se essa fosse di nuovo e ancora, pericolosamente, la “sola igiene del mondo”?