È il capitalismo
che manda a rotoli
il pianeta Terra

A osservare il dibattito corrente, le dichiarazioni pubbliche, le prese di posizioni di leader e governanti sul riscaldamento climatico che ci minaccia, un dato appare drammaticamente evidente: questi uomini appartengono a un’altra epoca, la loro cultura è tutta rinchiusa nella dimensione “antropocentrica” dei millenni scorsi, quella che ha portato la Terra alla condizione attuale, destinata a trascinarci in una catena di catastrofi di portata imprevedibile.

È quanto salta agli occhi di fronte al diverso linguaggio delle nuove generazioni, testimoniato dalle ragazze e dai ragazzi del Fridays for future, ma soprattutto dalle tematiche, dalle argomentazioni, modi di pensare, progetti strategici messi in campo per contrastare i fenomeni in atto.

Altri mezzi

La loro preoccupazione dominante, il tema che di fatto esaurisce la loro progettualità riparatoria, è la limitazione dei gas climalteranti, l’obiettivo di approdare ad un sistema di produzione energetica meno impattante sull’atmosfera. Dunque innovare l’apparato tecnologico delle società industriali per il fine supremo che sta in cima al loro pensiero incapace di pensare: proseguire nello sviluppo economico con altri mezzi.

Funzionari del capitalismo, essi non riescono più a immaginare altra realtà possibile che quella della società in cui operano, del suo modello di sfruttamento di risorse, processo di accumulazione, standard di produzione e consumo, gerarchie di potere. Con il linguaggio della nostra tradizione politica, da Vincenzo Cuoco ad Antonio Gramsci, direi che l’intendimento strategico emergente dalle posizioni in atto, a livello mondiale, è realizzare una “rivoluzione passiva”, vale a dire governare dall’alto un poderoso salto tecnologico che riduca significativamente i danni ambientali e lasci immutati i rapporti di produzione e di potere.

Il modello di transizione ecologica (che dovrebbe più correttamente definirsi transizione ambientale), del governo italiano, sotto questo profilo, appare esemplare.

E invece nulla è oggi più evidente – a chi guardi lo stato presente del Pianeta con larga informazione e mente non condizionata da paradigmi obsoleti – che il problema fondamentale, la causa causarum degli squilibri inferti alla biosfera è il sistema capitalistico. Non ci minaccia soltanto l’aumento delle temperature, con gli impatti già evidenti sulla flora e la fauna, con i suoi caotici estremi di siccità e piovosità torrenziale, portatore di estati sempre più torride, che richiederanno crescenti flussi di energia, ecc. Questo è quanto importa ai gestori dello sviluppo.

Gli squilibri che minacciano la Terra sono molto più vasti e diversi e non tutti dipendono dall’aumento medio della temperatura. È il caso di ricordare la crescente riduzione della biodiversità, conseguenza dell’espansione delle attività produttive ed estrattive, la deforestazione nelle aree tropicali per il medesimo fine, la desertificazione e il consumo delle terre fertili, l’inquinamento del mare e il saccheggio del suo patrimonio biologico, la sovrapproduzione crescente di merci e la generazione progressiva di rifiuti inquinanti, la riduzione delle risorse idriche per eccesso di emungimento, come accade per esempio in India, dove per cercare l’acqua si deve arrivare alla profondità degli scavi petroliferi.

Non c’è ambito della realtà economica del nostro tempo dove la portata distruttiva del capitalismo appaia più pienamente nei suoi caratteri sistemici dell’agricoltura industriale. E non a caso è il settore che viene correntemente espunto dal dibattito politico.

Agricoltura industriale

L’agricoltura si configura essa stessa come un compiuto sistema tecnico-produttivo che opera entro il più vasto ecosistema Terra. Diversamente dalle altre attività produttive, la produzione agricola si svolge tramite un iterato uso di suolo, che non è un pezzo qualsiasi di territorio, ma un organismo vivente, anch’esso un ecosistema, frutto di una evoluzione millenaria, da cui è originata gran parte della vita sulla terra. In esso e grazie alle sue risorse, si conserva la porzione più rilevante della biodiversità esistente sul pianeta.

Tra l’altro oggi sappiamo che dopo gli oceani, nei suoli è concentrata la più grande quantità di carbonio della Terra. Sotto i nostri piedi, conserviamo un immenso deposito di questo elemento alla base della vita, ma che, liberato in atmosfera, si trasforma in un potente gas serra. Sicché la stessa aratura profonda del terreno, per l’avvio del ciclo agricolo, libera nell’aria ogni anno una tonnellata di anidride carbonica per ettaro. Ma la più potente azione di compromissione degli equilibri del suolo la svolge la fertilizzazione chimica, alla lunga vero agente di sterilizzazione della vita. Essa riduce e col tempo distrugge la sostanza organica alla base della fertilità del suolo, contaminandolo di metalli pesanti e rendendolo biologicamente morto. Senza qui considerare il ruolo devastante dei diserbanti e dei fitofarmaci.

Ora del sistema di produzione alimentare fa parte anche l’allevamento, un tempo parte integrante dell’azienda agricola, ormai ambito quasi ovunque del tutto separato. Ebbene, secondo i dati messi a disposizione dalla Fao, in una vasta ricerca internazionale pubblicata nel 2018, in 40 anni il numero degli animali allevati con sistemi intensivi è triplicato. È passato da 7,3 miliardi del 1970 ai 24,2 miliardi del 2011. Oggi il numero è ovviamente cresciuto di diverse decine di miliardi di capi ma non si dispone di cifre ufficiali. A quell’epoca le aziende zootecniche occupavano il 33% delle terre agricole disponibili nel mondo. E si rendevano necessarie più o meno le stesse superfici per produrre i mangimi destinati alla loro alimentazione: grano, soia e mais Ogm, che oggi formano immense monoculture nelle pianure dell’Argentina, del Brasile, degli Usa.

Basterebbero già questi dati per mostrare il carattere paradossale della rimozione o marginalizzazione dell’agricoltura dal quadro della transizione ecologica. Ma questi dati non dicono tutto. Com’è noto, agricoltura e allevamento, secondo stime accettate da quasi tutta la letteratura internazionale, contribuiscono per il 30% al riscaldamento climatico, mentre consumano il 70% delle risorse idriche messe a disposizione dal pianeta. Infine, essi necessitano di immense quantità di energia, interamente ricavata da fonti fossili. Tutta questa dissipazione e distruzione con il risultato paradossale che ogni anno si gettano nei rifiuti, nei vari passaggi dalla produzione al consumo,1 miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo, sufficienti a sfamare 4 miliardi di persone.

Agroecologia

Di fronte a tale quadro, qui appena accennato, appare evidente che occorre ripensare l’intero settore alimentare globale, sia sotto il profilo tecnico-produttivo, che del commercio internazionale e dei consumi. Si tratta di un’autentica rivoluzione, del resto in atto da tempo, soprattutto sul piano dei modelli produttivi. L’agricoltura biologica e quella biodinamica, che stanno guadagnando terreno in Europa e in tutto il mondo, costituiscono oggi – nella nuova sistemazione pratico-scientifica che va sotto il nome di Agroecologia – una alternativa di successo all’agricoltura industriale dominante.

Una sintesi di antichi saperi, frutto di millenni di esperienza di infinite generazioni di contadini e le nuove scoperte delle scienze ecologiche.

A chi contesta che l’agricoltura agroecologica – vale a dire la prima forma produttiva consapevole di operare all’interno di un ecosistema – è meno produttiva di quella industriale, non soltanto occorre ricordare a che prezzo quel modello produce più prodotti (sempre più scadenti e inquinati), ma anche che oggi si produce cibo sufficiente a sfamare 9-10 miliardi di persone, quanti i demografi prevedono saranno gli abitanti del pianeta al culmine del loro incremento nel 2050. Eppure, gran parte dei seminativi coltivati nel mondo, orzo, grano, mais, soia non sfamano persone, ma sono destinati all’allevamento degli animali e alla produzione dei biocarburanti. In Europa la Politica Agricola Comunitaria prevede dal 1988, con il programma di set aside, di limitare le coltivazioni delle aree meno suscettibili, così che negli ultimi 40 anni milioni di ettari di terre sono stati abbandonati. Tutte aree in cui è oggi possibile sviluppare la nuova economia contadina descritta da Douwe van der Ploeg.

Ma l’Ue e i vari governi devono abolire i finanziamenti all’agrobussines e sostenere i piccoli agricoltori, che animano le econome locali, proteggono il suolo, custodiscono il paesaggio. Un nuovo sistema di produzione del cibo, rispettoso della sua qualità e della salute dei cittadini e dell’ambiente è oggi presente e vitale, si tratta di sostenerlo con strategie politiche di portata globale.

Questo articolo di Piero Bevilacqua è stato pubblicato sotto il titolo “Una rivoluzione passiva votata al fallimento” sul numero settembre-dicembre 2021 di Critica Marxista