E alla Camera Bruno Buozzi disse no ai pieni poteri chiesti da Mussolini

Non era ancora trascorso un mese dalla marcia su Roma in vagone letto, che aveva già formato il governo e ottenuto la fiducia al Senato e alla Camera con un’ampia maggioranza. Compiaciuto del suo successo, che aveva chiamato rivoluzione ma che ventidue anni dopo, nella malinconia di Salò, avrebbe più dimessamente definito un’insurrezione, Benito Mussolini, quel sabato pomeriggio del 25 novembre 1922, varcò sorridente la soglia dell’Aula che fino a quel momento non aveva voluto trasformare in bivacco per i suoi manipoli e fulmineo prese posto a capo del governo.

Chissà se roteando gli occhi per l’emiciclo, pensò che ancora una volta avrebbe dovuto incrociare sguardi e dispute con gli ex compagni che dieci anni prima, nel 1912, lo avevano applaudito trionfatore del Congresso socialista di Reggio Emilia e acclamato leader nazionale e Direttore dell’«Avanti!», l’organo ufficiale del Partito Socialista Italiano.

La delegazione dei pieni poteri al Governo Mussolini

La seduta iniziò alle ore 15 in punto. A presiederla Enrico De Nicola, presidente della Camera dei deputati e futuro primo Presidente della Repubblica. L’ordine del giorno recava: «Delegazione di pieni poteri al governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della Pubblica amministrazione». Il nuovo Capo di governo, insomma, chiedeva alla Camera dei deputati i pieni poteri per realizzare la riforma del fisco e la semplificazione burocratica.

Una richiesta concordata con il sovrano e contenuta nello specifico Disegno di legge presentato alla Camera nella seduta del 17 novembre dal ministro del tesoro Vincenzo Tangorra, del Partito Popolare italiano, il quale ne aveva anche chiesta la deliberazione urgente.

Pareggio di bilancio e interesse della produzione

Illustrando la proposta ai deputati, il ministro aveva spiegato che il governo intendeva riformare il sistema fiscale e l’Amministrazione dello stato per giungere al pareggio di bilancio. Aveva indicato nelle privatizzazioni e nella revisione dei tributi, delle pensioni e delle spese (compreso quelle inerenti ai dipendenti pubblici), le armi necessarie per combattere contro il deficit «avendo come meta», affermò, «l’interesse della produzione economica».
Se obiettivo dei pieni poteri era il pareggio del bilancio mediante il riordino del sistema tributario e della Pubblica amministrazione, lo strumento per esercitarli era la decretazione del governo ossia il passaggio temporaneo del potere legislativo dal Parlamento al governo e dunque la concentrazione nelle mani di Mussolini del potere esecutivo e del potere legislativo. Fu su quest’ultimo aspetto che soprattutto si concentrò il fuoco di fila delle opposizioni. Tra chi invece contestò anche le politiche liberiste del governo vi fu Bruno Buozzi, personalità ben nota al futuro duce.

Le relazioni tra Buozzi e Mussolini

Buozzi, leader della Confederazione Generale del Lavoro e deputato del Partito Socialista Unitario fondato da Turati e dagli altri socialisti riformisti espulsi dal Psi al congresso di Roma del 1922, conosceva assai bene Mussolini. In passato, oltre alla militanza nel Partito Socialista italiano, avevano condiviso momenti decisivi della vicenda politica italiana del dopoguerra.

La storiografia ha reso evidente le relazioni intercorse tra il dirigente sindacale e il fondatore dei Fasci di Combattimento. Renzo De Felice, in particolare, ha ricostruito i contatti che i due ebbero nel 1919, quando Mussolini tastò il terreno per un suo rientro nel Psi attraverso i riformisti; nel 1921, durante i mesi del “Patto di pacificazione” tra socialisti e fascisti poi naufragato; nel 1922, nei giorni in cui Mussolini formava il suo primo governo di coalizione e tentò di inserire nella compagine anche esponenti socialisti della CGdL (tentativo inutilmente ripetuto nel 1924 con la composizione del secondo governo di coalizione). In tali circostanze era stato sempre Mussolini a cercare Buozzi e sempre Mussolini a tornare sui suoi passi, obbedendo alle direttive ostili imposte da talune correnti interne al fascismo e dalle forze economiche che lo sostenevano.

L’ordine del giorno di Bruno Buozzi

Chissà se il capo delle camicie nere rimembrò quelle occasioni mentre il Presidente della Camera leggeva l’ordine del giorno presentato dal deputato socialista: «La Camera, convinta che le cause della crisi che colpisce la nazione e del deficit di alcuni servizi pubblici vanno ricercate nella profonda, fatale, prevista perturbazione delle cose e degli spiriti provocata dalla guerra, perturbazione che non potrà essere superata che lentamente, in regime di ampia libertà e senza provvedimenti di carattere eccezionale; si dichiara contraria al passaggio alla gestione privata dei servizi pubblici attualmente gestiti dallo Stato».
L’Onorevole Buozzi ebbe facoltà di svolgerlo nella serata, dopo sedici interminabili interventi per adempimenti procedurali e regolamentari della Camera e altri sedici articolati discorsi sul disegno di legge del governo. Accolto dalle voci dei deputati di maggioranza che urlavano di rinviare «a domani! A domani!», Buozzi affrontò ventotto interruzioni, quindici delle quali fatte da Mussolini, e numerose sollecitazioni a concludere del Presidente De Nicola.

L’onorevole Buozzi ha facoltà di parlare

Nel suo lungo discorso Buozzi per due volte sembrò accennare ai precedenti incontri con Mussolini; almeno così pare rileggendo due brani che, se così fosse, inquadrerebbero in un orizzonte nuovo la questione storiografica dei rapporti tra il duce, i socialisti e la CGdL nel convulso periodo 1919-24. Una prima volta affermò: «C’è una sola dittatura necessaria in Italia, onorevole Mussolini: la vostra sui fascisti, per indurli alla disciplina».

Successivamente accusò il capo dei fascisti, soverchiandone una interruzione, di remissività e subalternità verso agrari e industriali: «Voi direte di no, ma non è senza significazione il fatto – non smentito, ma avvalorato, dai voti di plauso a voi ed al vostro governo dei consessi industriali ed agrari (interruzione del presidente del Consiglio) non è senza significazione il fatto, che la Confederazione generale dell’Industria si sia vantata pubblicamente di avere essa costituito il vostro Gabinetto. C’è un ordine del giorno che è stato pubblicato sui giornali. Verità? Millantato credito? Timore che vi possiate ricordare di essere stato socialista ferventissimo? Quanta gente avete ai vostri piedi, onorevole Mussolini, che vi deve far nausea. Una cosa comunque è certa, che tutto ciò che vi circonda, più ancora del vostro passato prossimo, induce il proletariato a guardarvi con estrema diffidenza».
Tolto questo, tutto l’intervento del deputato socialista fu rivolto in direzione ostinata e contraria alla richiesta dei pieni poteri e alle riforme annunciate dal governo. Una sfida politica sui contenuti, una critica stringente alle motivazioni del governo, un assalto dialettico al dispositivo della legge in discussione compiuto intrecciando le ragioni della libertà con le esigenze della giustizia sociale.

Bruno Buozzi e Benito Mussolini ora sono l’uno di fronte all’altro: 41 anni il sindacalista socialista, 39 il capo dei fascisti; emiliano il primo, romagnolo l’altro; protagonisti di un avvenimento politico ancora oggi attuale più di quanto non sembri. Un avvenimento che ricostruiremo qui scomponendo in ordine tematico il discorso pronunciato da Bruno Buozzi contro un governo che oggi possiamo storicamente definire “sordo e grigio”.

Origini e responsabilità della crisi economica

Buozzi contesta innanzitutto la narrazione sul deficit che la stampa, taluni settori politici, le grandi forze economiche e finanziarie hanno imposto all’opinione pubblica. Una «moda», la definisce, per la quale responsabili della crisi finanziaria e del deficit sono «le esagerate pretese e la poltroneria dei lavoratori, la insufficienza dello Stato a fare l’industriale o la debolezza di governi».

L’oratore socialista rovescia tale paradigma con una ricostruzione rigorosamente storica delle motivazioni economiche e sociali della crisi, che imputa invece alla borghesia industriale e agraria individuando nei mancati investimenti privati e nell’evasione fiscale delle classi abbienti le cause.
«Esiste solo una crisi finanziaria artificiale, dovuta a cause che non ci fanno onore» afferma Buozzi, che si chiede per quale motivo «moltissime aziende si trovano in strettezze finanziarie, mentre gli amministratori di esse sono straordinariamente più ricchi di prima della guerra». La verità, egli dice, è che il capitale di aziende e industrie «non è più nelle aziende, è diventato proprietà personale degli amministratori delle aziende stesse, è investito in titoli di Stato, o è emigrato all’estero».

“Alla classe abbiente manca una coscienza nazionale”

Da qui una stilettata a Mussolini, ai fascisti, ai nazionalisti: «Lasciatemi dire, o signori, che è soprattutto alla classe abbiente che in Italia manca una coscienza nazionale».
Riguardo alla questione fiscale, Buozzi attacca: «C’è chi parla di tasse sui salari. Io richiamo invece l’attenzione del governo su due cifre suggestive, rilevate dal direttore generale delle imposte al Ministero delle finanze, secondo cui ci sono in Italia appena 508.067 industriali e commercianti che pagano imposte per un reddito medio di 3000 lire a testa, dico 3000 lire!».

Qui il deputato si lascia andare a una pungolatura sul patriottismo degli industriali e commercianti per poi affermare che «il pareggio si raggiungerà solo quando saranno rintracciati i molti contribuenti che oggi sfuggono al fisco e quando tutti i contribuenti pagheranno quello che dovrebbero pagare. Allora si potranno anche ridurre le aliquote».

Il sacrificio dei lavoratori

Al centro dell’attenzione il dirigente sindacale pone dunque la questione salariale, legandola al mito dei sacrifici richiesti dal governo per difendere la nazione in guerra contro la crisi. Buozzi va all’assalto: «Si chiedono sacrifici a tutti, ma si precisano solo quelli dei lavoratori: licenziamenti e riduzioni di salari».
Poi descrive le condizioni economiche e sociali dei salariati e degli stipendiati: «Tutti i lavoratori – operai, tecnici e impiegati – hanno già sacrificato al paese – durante la guerra e da due anni a questa parte – tutto il sacrificabile. Gli stipendi e i salari non seguirono mai, durante la guerra, la progressione del costo della vita. Le cosiddette esagerazioni dell’immediato dopoguerra – compresa l’occupazione delle fabbriche – non servirono neppure a far raggiungere l’equilibrio fra i salari e gli stipendi ed il costo della vita».

La logica conclusione del ragionamento era che «da quasi due anni, il costo della vita è stazionario e i salari e gli stipendi discendono. Non si esagera affermando che in confronto di prima della guerra gli indici dei salari sono da 50 a 100 punti inferiori a quelli del costo della vita. I lavoratori sono quindi più poveri di prima della guerra».

Un problema di giustizia sociale

Buozzi poteva così scagliare sullo stagno del dibattito sulla crisi orchestrato dal governo dentro e fuori l’Aula di Montecitorio, il sasso della giustizia sociale. Qui sferrava l’ennesima stilettata all’ex socialista che adesso indossava la camicia nera: «Dove l’azione fascista ha più fortemente infierito contro le nostre organizzazioni, gl’industriali e gli agrari calpestano i concordati delle organizzazioni rosse e fasciste senza distinzione».
Poi criticava il governo per la «soppressione della Commissione di inchiesta per le spese di guerra» che «appare un premio per gli industriali meno onesti. Senza contare che costerà certamente allo Stato parecchie centinaia di milioni». A questo punto Buozzi poteva con fermezza lanciare un’altra accusa al governo: «Io dico, o signori, che se la viltà non ha avvelenato tutti, bisogna gridare che prima di chiedere altri sacrifici ai lavoratori occorre dimostrare che gli abbienti ne hanno già fatti e precisare se e come siano disposti a farne altri».

Le privatizzazioni

Parte del discorso è dedicata al tema delle privatizzazioni d’interi servizi pubblici o compartimenti di essi, come nel caso delle ferrovie per il compartimento delle officine di riparazioni.
Dopo essersi soffermato proprio sul caso delle ferrovie, citando dati di fatto, cifre, bilanci, organizzazione del lavoro, Buozzi concludeva esternando la convinzione che «se le ferrovie e i telefoni venissero cedute ai privati, fra vent’anni lo Stato dovrebbe riprenderli rovinati, come è accaduto altra volta». Buozzi domandava al governo: «Perché cedere le ferrovie ai privati dopo e non prima di avere raggiunto il pareggio di bilancio? Si vogliono cedere proprio perché stanno per diventare attive?».
Il leader sindacale dimostrava come le privatizzazioni non risolvessero il problema del deficit: «o i privati si prenderanno i compartimenti passivi, e allora vorranno forti sovvenzioni o la libertà di adeguare le tariffe ai costi d’esercizio; oppure vorranno i compartimenti attivi e allora rimarranno allo Stato quelli passivi, non più compensati da quelli attivi, e il deficit per il bilancio dello Stato aumenterà e sarà perenne».

Contro i pieni poteri

bruno buozziA corredo della sua osservazione critica, Buozzi citava l’entità delle somme che lo Stato aveva erogato in forma di sovvenzioni ai privati e ne deduceva che «i privati non amministrano meglio dello Stato».

Infine, contestava i provvedimenti presentati dal governo per il risanamento delle ferrovie: privatizzazione delle officine di riparazione; riduzione del personale; riduzione del servizio dei treni; riorganizzazione del regime delle pensioni; riorganizzazione del servizio sanitario, nuovi sacrifici per il personale.
Buozzi sosteneva che dietro le riorganizzazioni si nascondesse un peggioramento; dopodiché accusava che un provvedimento era a danno del servizio pubblico, quattro a danno del personale; uno a vantaggio dei privati e ancora a danno del personale. Da qui le ragioni del voto, che così Buozzi illustrava: «Come la Camera comprende, basta il formidabile e complesso problema dei servizi pubblici per imporre al gruppo socialista unitario, a nome del quale ho l’onore di parlare, di votare contro i pieni poteri che ci vengono chiesti».

Il deputato socialista, affrontando la questione dei pieni poteri, e dopo avere elencato le cifre ufficiali sull’andamento del disavanzo, in deflazione per la progressiva cessazione delle spese eccezionali di guerra e dopoguerra, poneva un dubbio: «Vorrei che la Camera avesse la possibilità o la volontà di esaminare il seguente quesito: cioè se convenga di più ritardare il pareggio, perché sia raggiunto senza scosse, magari in un decennio, o se convenga invece volerlo raggiungere in breve tempo, anche a costo di imporre una remora a molte attività economiche».

Lotta di classe non odio di classe

Terminando il discorso, Bruno Buozzi sfidava Mussolini a compiere un clamoroso gesto di rottura. Ricordando che «Il sindacato di resistenza è la più alta concezione della moderna civiltà e della storia» e che «le industrie migliori sono nei paesi nei quali la lotta di classe si è svolta più liberamente e più vivacemente», denunciava che «chi circonda il governo e sembra lo influenzi chiede a gran voce una politica di reazione verso le classi lavoratrici, che si riassume in due frasi: limitazione della libertà e riduzione dei salari».

Gli imprenditori, continuava il deputato socialista, affermano «che i servizi pubblici devono essere affidati ai privati ma lo sciopero, nei servizi pubblici, deve essere considerato come un delitto. Ciò significa che si vuole lo Stato che paga sovvenzioni e che fa anche da carabiniere a favore dei sovvenzionati».
Infine accusava: «gli imprenditori sono contro lo sciopero e contro gli arbitrati. Sono per la dittatura!». Da qui l’avvertenza al Governo: «nella libertà la lotta di classe potrà esplicarsi ragionevolmente e civilmente: fuori della libertà, oggi che le masse non si sentono più serve, non c’è che l’odio di classe». Mussolini doveva scegliere: «Signori del governo, che dite di avere tanto a cuore la prosperità del Paese, scegliete tra la libertà e la lotta di classe o l’odio di classe».

Fine della seduta, attualità di un discorso

L’ordine del giorno presentato da Buozzi fu respinto e dunque non fu oggetto di replica da parte del Presidente del consiglio. La legge sulla delegazione dei pieni poteri al governo del Re fu approvata con voto segreto. Presenti e votanti furono in 295; i favorevoli furono 215, i contrari 80. La seduta terminò alle ore 23:45. Mussolini, prima di abbandonare l’Aula, aveva chiesto e ottenuto che la Camera aggiornasse i suoi lavori a tempo indeterminato, per essere convocata a domicilio. La proposta fu ovviamente approvata.
Nei due anni che seguirono, divenne chiaro che ancora una volta Mussolini non avrebbe compiuto un clamoroso gesto di rottura verso le forze che lo sostenevano ma contro i suoi ex compagni.

Scelse, insomma, l’odio di classe

Rileggendo le proposte di Benito Mussolini e il discorso di Bruno Buozzi risaltano idee, situazioni, concetti, parole, questioni, decisioni oggi più che mai attuali.
È l’eterno ritorno della storia, sia pure in forme diverse. Forse la grande lezione che lascia Buozzi per la sinistra del nostro tempo è la necessità di ritrovare una chiave di lettura dei fenomeni del presente dal punto di vista delle classi sociali; la necessità di riaffermare una rappresentanza di parte e non universale.
La necessità di riprendere un cammino interrotto tenendo a mente che la lotta di classe non equivale all’odio di classe, non significa riproporre organizzazioni autoritarie di socialismo, non è incompatibile con il riformismo socialista. Forse solo riscoprendo la lotta di classe sarà possibile fermare quell’odio di classe che chi sta in alto esercita quotidianamente contro chi sta in basso.

Il 4 giugno ricorre il settantasettesimo anniversario dell’assassinio di Bruno Buozzi, peraltro nel centoquarantesimo della nascita. Il politico e sindacalista fu trucidato assieme ad altri prigionieri sulla via Cassia, in località La Storta, dai nazisti in fuga da Roma.