Due volte vittime, quando sulle donne anche le istituzioni usano violenza

«Se con i miei versi tu notassi una luce: /questa sarebbe il frutto delle mie profonde immaginazioni».

I versi sono della poetessa afghana Nadia Anjuman, morta nel 2005 sotto le percosse del marito, massacrata di botte per aver recitato in pubblico suoi versi tratti da un libro di poesie d’amore. La poetica della Anjuman si veste di rassegnazione, solitudine, incomprensione. Si può partire da questi versi per comprendere la visione miope della società nei confronti del tema della violenza sulle donne, permeato da numerosi pregiudizi e stereotipi, domani 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, come nei restanti giorni dell’anno.

Nadia Anjuman

Una visione miope, davvero. Anche se qualche forma di “comprensione”, giurisprudenziale e sovranazionale, esiste. L’ultimo dato, in ordine cronologico, arriva dalla Corte europea dei diritti umani, che ha condannato l’Italia per non aver tutelato due bambini, costretti a frequentare il padre, accusato di violenza domestica, sospendendo – peraltro – la responsabilità genitoriale alla madre perché si era rifiutata di ottemperare alle richieste del Tribunale a favore del genitore violento.

 La Convenzione di Istanbul

La sentenza rappresenta un importante tassello per scardinare il fenomeno della vittimizzazione secondaria, operata dalle Istituzioni (ma non solo, vedremo) verso le donne che denunciano i partner violenti, ma che ha una sua precisa matrice culturale. I rappresentanti delle istituzioni, infatti, «in quanto espressione della società – si legge nella “Relazione sulla vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza” – possono essere portatori, anche inconsapevoli, di pregiudizi e stereotipi di genere che sono alla base della violenza domestica, con possibile tendenza a colpevolizzare la vittima (è il cosiddetto victim blaming)».

«Vigileremo perché ogni Tribunale senta il peso di questa storica sentenza», è stato il commento di Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, che con l’avvocata dell’ufficio legale, Rossella Bendetti, ha presentato ricorso a tutela di una donna seguita dal centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili di Roma. La condanna all’Italia arriva per violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei diritti umani, rilevando come i tribunali civili italiani, con le loro sentenze, abbiano turbato l’equilibrio psicologico ed emotivo dei bambini, costretti ad incontrare il padre in un ambiente in cui non è stata garantita loro protezione.

La forma più ricorrente di vittimizzazione secondaria, infatti, si realizza nei procedimenti di affidamento dei figli, disapplicando la Convenzione di Istanbul,  che è stata aperta alla firma l’11 maggio del 2011 ed è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante vòlto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. A questo proposito la Convenzione è chiara, in particolare nella formulazione dell’articolo 31. Ce lo dice chiaramente il rapporto del GREVIO (il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne, l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul in tutti i paesi che l’hanno ratificata) secondo il quale vi è la «tendenza degli enti preposti, in particolare i servizi sociali, a minimizzare la violenza, sottovalutando il pericolo che essa rappresenta per la sicurezza e il benessere della madre e del bambino, e a incolpare le vittime per il rapporto tormentato tra il padre violento e il bambino». Fino ad arrivare, fa notare la Relazione parlamentare, a casi di rigetto delle denunce delle vittime di abuso da parte del partner, sulla base di motivazioni dubbie come “la sindrome da alienazione parentale”. In sostanza, si imputa alla madre condotte “alienanti” o “manipolative”,  quando ad esempio il minore si rifiuti di frequentare il genitore violento.

«In alcuni casi – si legge nel documento – il mancato riconoscimento della violenza domestica nell’ambito dei giudizi civili e minorili può realizzare la forma più grave di vittimizzazione secondaria in danno del minore e della madre, attraverso l’allontanamento del figlio dalla madre stessa».

La matrice culturale

Ma, come si diceva, la vittimizzazione secondaria ha una matrice culturale, ben spiegata dalla sociologa femminista, attivista dei centri antiviolenza, Lella Palladino, in un’importante pubblicazione editoriale del 2020, “Non è un destino”, che scardina una serie di dolorosi stereotipi che “macchiano” il tema della violenza sulle donne. Ce ne rendiamo conto già dall’introduzione, dove si legge: «[…] costrette a sentire la solita esternazione scomposta e stonata: “Ma perché non lo ha lasciato prima?”, “Certo che pure lei però…”, “Ma che madre è? Come ha potuto permettere che i figli vivessero in questo inferno?”. È incredibile come più gravi siano state le violenze, più forti le umiliazioni e le offese, e più generalizzato si riveli il rimprovero per colei che tutto questo lo ha subito […] Mai per nessun reato scatta in automatico la giustificazione dell’autore, il sospetto del concorso di colpa da parte della vittima».

Oltre gli stereotipi e i pregiudizi

 Essere vittima due volte, dunque, sentirsi – come scrive la Anjuman:

«imprigionata in questo angolo/ Piena di malinconia e di dispiacere./ Le mie ali sono chiuse e non posso volare».

Anche lei vittima delle Istituzioni, anche se dopo la sua morte. Dalle notizie che si hanno sulla Anjuman (divenuta una delle voci più apprezzate della poesia nel suo paese), infatti, il femmicidio ad opera del marito dalle autorità fu rubricato come suicidio.

I suoi versi sembrano richiamare una tristezza irrimediabile, dalla quale tuttavia ci si vuole affrancare, come ogni persona che sia (o sia stata) vittima di un abuso. Una scia luminosa, nonostante tutto, ci guida nella lettura di altri versi della poetessa:

«[…] Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore
Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.
Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento […]».

Nadia Anjuman si aggiunge all’elenco, tristemente numeroso, di donne che ingrossano le statistiche del femminicidio. Ma tante possono e vogliono uscire dalla gabbia, che spesso è anche la società a costruire, alimentando il cosiddetto senso di colpa della vittima (nato entro le mura domestiche, portando la vittima a guardarsi con gli occhi del proprio maltrattante), la vergogna per l’etichetta. Non è un destino, ci ricorda Lella Palladino, e precisa che è dall’eliminazione degli stereotipi e dei pregiudizi che bisognerebbe partire.

 

Esistono pochi e sparsi contributi poetici tradotti in italiano di Nadia Anjuman. Tra questi: “Elegia per Nadia Anjuman”, di Cristina Contilli e Ines Scarparolo (Edizioni Carta e Penna, 2006) e “Come un uccello in gabbia. Storie dalla Casa per donne maltrattate di Kabul e Poesie di Nadia Anjuman” tradotto in italiano da una delle sostenitrici di HAWCA (Ong afghana), Laura Quagliuolo del CISDA (Coordinamento italiano sostegno donne afghane Onlus).

Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi” di Lella Palladino (Donzelli Editore, 2020)