Due leader senza vergogna davanti al muro della vergogna

Due leader senza vergogna davanti al muro della vergogna. Il gesto simbolico con cui Viktor Orbán e Matteo Salvini hanno voluto aprire la loro giornata di colloqui è stato la visita, a piedi e poi in elicottero e con il binocolo, per vedere meglio, al muro che il governo di Budapest ha fatto innalzare lungo tutto il confine con la Serbia per respingere migranti e profughi in cerca di asilo. Il muro, per intenderci, all’ombra del quale si trovano i campi di concentramento in cui la polizia ungherese rinchiude tutti quelli che attraversano il confine negando cibi e bevande ai “clandestini”, come è stato documentato in modo inoppugnabile in una serie di denunce alla Corte europea per la Difesa dei Diritti Umani, la quale in almeno un’occasione ha condannato il governo di Budapest a interrompere quella che si configura come una vera e propria tortura. Poiché il vicepremier italiano e ministro di tutti i ministeri frequenta abbondantemente i media è molto probabile che sapesse che cosa accade accanto a quel muro davanti al quale ha esibito il suo solito sorriso da selfie. E che magari se lo ricordi la prossima volta che gli verrà voglia di fare comizi con il rosario in mano e agitando il Vangelo (e magari indossando la mantella da cardinale).

In fatto di immigrazione, ha spiegato più tardi Salvini, c’è una “totale convergenza” con Orbán. Il che può apparire davvero strano visto e considerato che il leader ungherese è il campione del fronte del rifiuto alle proposte della Commissione vòlte a distribuire i profughi arrivati in Italia nei diversi paesi dell’Unione. Ma Salvini la contraddizione non la vede in quanto, dice, quel che vogliamo non è gestire i profughi che arrivano ma impedire proprio che arrivino. Per gli ungheresi è un po’ più facile, perché da loro giugnono via terra e si possono costruire i muri. Noi, invece, mica possiamo costruire muri in mezzo al mare…

A parte la squallida sceneggiata della passeggiata all’ombra del filo spinato, comunque, il succo dei colloqui tra il capo del governo ungherese e il vicecapo del governo italiano ruotava intorno a un tema politico: gli schieramenti e le alleanze nel parlamento europeo che uscirà dalle urne a fine maggio. Nonostante i toni da machos dei due, il confronto tra Salvini e Orbán parte da due debolezze. Il primo ha fallito clamorosamente l’obiettivo di costruire un’alleanza sovranista che si garantisca, nell’assemblea di Strasburgo, un gruppo in grado di rovesciare gli equilibri e “rivoltare l’Europa come un calzino”, come ebbe a dire il capo leghista mutuando in chiave d’abbigliamento la metafora grillesca del parlamento italiano da aprire “come una scatoletta di tonno”. Rodomontate patetiche, l’una e l’altra. Da tutto l’intenso lavorìo svolto in prima persona da Salvini e dai suoi emissari inviati qua e là ormai è chiaro che non è sortito nulla. Non solo la Grande Alleanza dei sovranisti non si farà, e non è detto neppure che regga l’asse con Marine Le Pen intorno al quale avrebbe dovuto essere costruita, ma ormai appare certo che la galassia populista-sovranista si troverà, nel parlamento futuro, divisa almeno tra due gruppi diversi, se non addirittura tre. Politicamente influente quanto lo è nel parlamento di adesso: cioè poco o niente.

Se ne è reso conto anche il vicepremier italiano, che ormai da un bel po’ non parla più di Lega delle Leghe et similia, ma ha cominciato ad abbozzare a mezza bocca strategie di alleanza con il Partito Popolare. Sì, proprio quello che qualche tempo fa voleva mandare a casa senza pietà insieme con i socialisti e tutti “i burocratelli europei”. Ora i popolari non dovrebbero andare più a casa ma farsi convertire alle virtù del sovranismo.

E qui il fallimento di Salvini si incontra con la debolezza di Orbán. L’ungherese milita ancora, con il suo Fidesz, nei ranghi parlamentari del PPE, ma in una posizione di grande precarietà. Qualche mese fa il parlamento, con il voto politicamente determinante di una grossa parte dei deputati popolari (non quelli di Forza Italia), ha condannato le innumerevoli e gravi violazioni delle regole della democrazia parlamentare che il suo governo pratica in patria. Qualche settimana fa, poi, l’espulsione sua e di Fidesz dal PPE, chiesta dai partiti più coerenti con la tradizione cristiano-democratica, è stata commutata in un “periodo di osservazione” al termine del quale verrà presa la decisione definitiva. Avere fuori dal PPE sulla destra un alleato che – così almeno sperano i due – avrà un certo peso numerico potrebbe aiutare Orbán rendendolo più forte nel gruppo popolare. Salvini, a sua volta, avrebbe nell’ungherese una leva con cui cercare di condizionare da destra i popolari e dissuaderli – come ieri hanno dichiarato i due a Budapest spiegando il senso della loro iniziativa – dall’allearsi nuovamente con i socialisti e altri gruppi democratici. I sovranisti, senza entrare in maggioranza, potrebbero così ottenere concessioni importanti. Per esempio sui temi dei diritti civili e delle libertà civiche, sull’immigrazione e, perché no?, nell’occupazione di posti di potere nelle istituzioni brussellesi.

Questo disegno ha un punto di forza nell’orientamento che esiste in una parte, probabilmente minoritaria, del PPE che trovò molto tempo fa, prima che partisse la campagna elettorale, espressione nelle parole dell’allora capogruppo popolare e attuale Spitzenkandidat del PPE Manfred Weber, esponente della CSU non particolarmente amato dalla cancelliera Merkel. Anche se va detto che poi Weber ha mostrato segni di pentimento, intanto votando anch’egli e facendo votare la mozione di condanna del governo ungherese.

Ma l’ipotesi di un avvicinamento tra il PPE e i sovranisti ha anche due punti di debolezza. Il primo è che un’intesa politica presuppone, in genere, almeno la possibilità sulla carta di un’alleanza di fatto e quest’ipotesi, almeno stando ai sondaggi attuali, non esiste: insieme popolari e sovranisti di tutte le bandiere non avrebbero la maggioranza. Il secondo è che un avvicinamento troppo esplicito a un personaggio come Salvini, e più ancora come Le Pen e forze altrettanto esplicitamente razziste, non passerebbe dentro il Partito Popolare senza provocare uno sconquasso, con la ribellione aperta di una serie di partiti, disgustati sul piano dei princìpi e preoccupati per gli effetti che il “tradimento” avrebbe nel loro elettorato.