Dubbi e proteste a Mosca, ma quanto è vasto il dissenso intorno a Putin?

Gli occhi. Quegli occhi. Si può decifrare dallo sguardo di Vladimir Putin cosa ne sarà del destino di un popolo, delle sorti del mondo? Si può capire dalle parole di ghiaccio rivolte al suo capo dei servizi segreti esterni, Serghei Narushkin, quale sarà la sorte sua e della Russia? Nell’Urss di Leonid Breznev ci si scervellava, spesso riuscendo, a leggere tra le righe di un “ukaze” o nel commento della Pravda, le novità imminenti ai vertici del Pcus e dello Stato. Nell’era di Putin, capo del partito “Russia Unita” (il 71% dei seggi nella Duma), quel metodo può tornare utile per provare a fare ipotesi il più possibile aderenti alla realtà. La domanda è: Putin reggerà, e per quanto?

Lo show di Putin

Se guardiamo a quanto accadde, il 21 febbraio, alla vigilia delle operazioni di guerra nella salone di Santa Caterina – quello usato dagli zar per le cerimonie dei matrimoni – possiamo farci sorgere un dubbio: è Putin così forte come si crede? La scena mandata in onda ha avuto qualcosa di inedito perché è cosa davvero rara la pubblicità della riunione del Consiglio di Sicurezza russo che ha preceduto la firma del riconoscimento dell’indipendenza delle due repubbliche autonome del Donbass. A cosa è servita quell’esibizione pubblica? Solo ai fini dell’ostentazione della potenza del capo?

L’umiliazione di Narushkin e di altri alti esponenti dell’apparato certamente è tornata utile al presidente russo ma ha autorizzato a pensare che nell’amministrazione del Cremlino ci sia aria di maretta. L’incertezza, anzi la titubanza del capo dei servizi nell’ammettere la giustezza della dichiarazione di indipendenza, è stato un segnale. Stiamo parlando di un collaboratore tra i più fedeli, del compagno di studi a Leningrado che ha anche ricoperto il posto di capo dell’Amministrazione del Cremlino. Quanto è vasto e consistente il dissenso che può nuocere a Vladimir Putin?

Prendiamo il potente ministro degli Esteri, Serghei Lavrov. Un diplomatico di alta classe, dieci anni all’Onu. Si dice che Vladimir Putin abbia fatto richiamare in patria tutti i suoi parenti che

Putin con il ministro della Difesa Sergej Šojgu

stavano all’estero. Al pari di tante famiglie di alti dirigenti dello Stato. Mogli, figli, cognati residenti in Europa o negli Usa per studio, lavoro o per turismo prolungato. Non si fida più? Di certo, ha colpito anche vedere Lavrov ricevuto da Putin, ma seduto all’altro lato di un lunghissimo tavolo. Una distanza dovuta a precauzioni sanitarie oppure un altro messaggio per marcare la differenza del potere?

L'”operazione speciale”

Le congetture aumentano. Si ha l’impressione che Putin abbia bisogno di dimostrare a tutti i costi il mantenimento di un ampio consenso. Domenica (ieri) ha fatto visita agli impianti industriali aerospaziali. Un complesso che dà lavoro a migliaia di persone. Un servizio al tg della sera, il Primo Canale della tv pubblica, lo ha mostrato a colloquio all’aperto. Lui ad un microfono, due dirigenti alla parte opposta e un gruppetto di tecnici da un’altra parte ancora. La camera, ad un tratto, ha inquadrato un tecnico: “Vogliamo dire che mandiamo il nostro saluto ai ragazzi laggiù”. I “ragazzi” sono i soldati mandati al fronte ucraino. Telecamera e audio a Putin: “I ragazzi lo sanno, vi ascoltano. Vi ringrazio”. Tutto ben studiato per il messaggio da mandare al popolo.

Il tg, come ai vecchi tempi di “Vremja”, alle 21 ha trasmesso il reportage sulla “operazione speciale” (così si ostinano a definirla) in corso in Ucraina. Ma non ha potuto esimersi dal trasmettere immagini e video di guerra. Però con l’intento di giustificarla così: l’intervento delle forze russe si sta compiendo per ragioni di difesa. Per rafforzare, in maniera grottesca, questa tesi, il racconto dal fronte ha mostrato le immagini dei cittadini di Kiev che preparano le molotov. Come a dire: siamo qui per questi bombaroli. I civili ucraini, che cercano di organizzare la difesa, paragonati ai filofascisti di stanza a Mariupol, quelli del battaglione Azov. Tutto fa brodo.

Proteste a Mosca

Naturalmente il tg della sera non ha mostrato le manifestazioni di protesta che si sono svolte, anche con una partecipazione notevole, in tante città russe con lo slogan “Скажи нет войне”, “Dite no alla guerra”. Il tam tam è stato promosso sui social dal “Movimento Primavera” che ha fissato per le ore 16 il raduno: davanti ad una stazione della metropolitana, sul Novoj Arbat a Mosca, sulla Prospettiva Nevskj a San Pietroburgo, a Barnaul sino a Novosibirsky, in Siberia. In molti casi la repressione è scattata con fermi a decine. In altri casi le immagini dei social hanno mostrato i manifestanti che riescono a strappare all’arresto una ragazza trascinata per le gambe. I poliziotti hanno rinunciato all’arresto e sono scattati gli applausi.

La guerra di Putin ha riaperto, dunque, l’antico gioco attorno al mistero del Cremlino. Non siamo, ovviamente, ai tempi dell’Urss. Da tempo in tv si svolgono dibattiti sulle questioni politiche più attuali, con l’invito a deputati della Duma di Stato (il parlamento), esperti, militari e professori. Da giovedì scorso si parla di guerra. Ieri uno dei temi è stata l’interpretazione su una previsione del presidente francese Emmanuel Macron: “Questa guerra durerà a lungo”. L’esperto militare chiosa: “Ecco, vedete, l’occidente vuol fare durare a lungo questa guerra”. Paradossalmente pronunciano la parola vietata, guerra, discutono proprio sulle sue implicazioni. Anche questo è un dettaglio significativo.

Certamente, ha colpito la presa di distanza di noti esponenti dello sport e dello spettacolo. Il tennista Andrej Rublev ha scritto su una telecamera “no alla guerra” e poi ha messo tutto su Twitter. C’è anche la “defezione” di un primo oligarca, Mikhail Fridman di stanza a Londra. Ma è altrettanto importante registrare, per esempio, la reazione determinata in altri settori della società. All’IMEMO, lo storico istituto di studi internazionali che porta il nome di Evgheny Primakov, già presidente del Soviet supremo, inviato di Gorbaciov per la guerra nel Golfo e ministro degli Esteri di Eltsin, il responsabile della Direzione di Valutazione strategica, Serghei Utkin, ha scritto: “Il mio Paese sta commettendo un terribile crimine in Ucraina che non ha giustificazione. Per il Donbass abbiamo la nostra parte di responsabilità”. E, poi, una riflessione sulle conseguenze. Si dice che “non possiamo augurarci una sconfitta delle nostre truppe” ma cosa sarebbe peggio, un “isolamento internazionale per decenni della Russia, pur di tenere sotto controllo Ucraina e Bielorussia, oppure la rapida ammissione che questa guerra è una pazzia che va fermata subito”? Una posizione coraggiosa visto che il suo direttore giustifica, invece, le ragioni dell’invasione.

Dunque il dibattito c’è. Le posizioni si scontrano. C’era un settimanale che, negli anni di Gorbaciov, stampava milioni di copie in tutta l’Urss e animava il dibattito pubblico nel segno della “glasnost”. “Argumenti i fakti” era il simbolo dello spirito critico e anche punto di riferimento delle forze del rinnovamento. I lettori se lo divoravano in metro, in tram, perché c’era fame di conoscenza e voglia di discutere non più, sottovoce, nelle cucine degli appartamenti. Durante la perestrojka, si leggevano i giornali più “sfidanti” e si ascoltava il dibattito della Conferenza di organizzazione del Pcus attraverso le radioline a transistor.

Dopo 30 anni dalla dissoluzione dell’Urss, quell’aria pulita (o quasi), quel vento fresco che Gorbaciov aveva soffiato nell’apparato del partito e dello stato sovietico, c’è ancora. In forme diverse. Succede, per dire, che in questi giorni le pagine della rivista siano segnate dal commento di uno storico, Pëter Polochko. Secco, diretto: “Sino alla rivoluzione del 1917 l’Ucraina non stava nemmeno nella carta geografica”. Rilancia la ricostruzione storica, a volte bizzarra, di Putin che ha puntato il dito contro i bolscevichi (in primis Lenin) rei di aver inventato di sana pianta l’Ucraina realizzando il principio di autonomia delle repubbliche sovietiche.

Giovane russo protesta contro l'invasione ucraina foto Moscow times
Giovane russo protesta contro l’invasione ucraina foto Moscow times

È tornato ad essere questo il sentimento prevalente in Russia? Non proprio. Il mondo giovanile guarda il mondo e non intende assecondare i venti di guerra. Certamente, c’è il presidente della Duma, Vyaceslav Volodin che dichiara: “Il conflitto che dura in Ucraina è necessario e benefico per gli Stati Uniti, che hanno riempito il paese di armi”. C’è l’appello che rimbalza all’estero di 664 ricercatori e professori di scienza per la fine immediata della guerra che è “un salto nel nulla”. C’è il giornale “Novaja Gazeta”, unico di netta opposizione, che fa parlare il capo dell’Unione di Destra, Leonid Gozman: “Noi non abbiamo né una vera Duma, né una corte costituzionale, né uno Stato. C’è una entità collettiva, la cerchia degli amici di Putin che lui consulta. Anche questo è uno Stato, imperfetto ma c’è. Qual è il problema del Politburo o di una cucina? Sapere solo di cosa sono costruiti”.

“Se sei contro la guerra abbracciami”

Tipici ragionamenti russi. Però a Mosca, davanti all’ingresso di una stazione del metro, capita di trovare uno dei più noti “tiktoker” russi, il giovanissimo Alex Medved. Che va al sodo, rischiando. Ha un cartello con la scritta: “Se sei contro la guerra abbracciami”. In tanti corrono per scendere nel tunnel ma prima gli aprono le braccia e lo stringono a sé. Un anziano con il bastone, un ragazzino con lo zaino, una ragazza. La Russia, oggi, in una nuova fase drammatica della Storia, è anche questa. E tutto può succedere.
Ma se tutto può succedere, dobbiamo anche sapere che, anche a causa delle sanzioni e della nuova cortina di ferro issata nei suoi confronti, la Russia rischia di diventare ingovernabile. Senza Putin ma con chi? Se collassa il sistema economico, se il suo tessuto sociale non omogeneo crollerà, come avvenne 30 anni fa con la dissoluzione dell’Urss, bisogna ricordarsi che possiede pur sempre un arsenale nucleare terribile. E ci riguarda.