Draghi non scalda
la sinistra ma può
sterilizzare il sovranismo

Sono bastate alcune difficoltà, evidenti peraltro, nel cammino del governo di tregua per far riemergere il rimosso nel centrosinistra. La partecipazione alla maggioranza senza “formula politica” è stata vissuta come un trauma. E, per reagire d’istinto dinanzi a un evento subìto, riaffiorano letture cospiratorie sulla defenestrazione di Conte. La figura stessa di Draghi viene raffigurata dai giornali d’area come un “cigno nero”, un bonapartista, un tecno-populista, un banchiere (dimenticando magari che la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico).

Quell’insidiosa nostalgia per Conte

Rimane ancora forte la nostalgia di Conte e del suo cosiddetto governo di svolta. Il socialista liberale Draghi non sfonda nel gradimento dei partiti del centrosinistra che prediligono il trasformista grillino di ascendenza democristiana, con un curriculum modesto come dice Ferrara, e grande amante del selfie. La motivazione di questa strana connessione sentimentale è che Draghi appartiene all’élite mentre Conte è al di fuori dei giri dei poteri influenti. Lo schema populista, che si scaglia contro l’élite assunta come una entità omogenea, ha ormai contagiato il Pd che, da sempre al governo e con i suoi ex deputati anche ai vertici delle banche, gioca a rivendicare la propria estraneità rispetto alle odiate élite.
L’analisi realistica così cede il passo alla recriminazione moralistica. Il premier estratto a caso è caduto anche per la inadeguatezza dell’avvocato e del suo esecutivo dinanzi alla tenuta della maggioranza, al governo dell’economia e della pandemia. I monologhi del premier al calar delle tenebre non avevano nulla della sobria comunicazione istituzionale e si coniugavano con una improvvisazione nella precisazione delle scelte strategiche in materia economica.
Se il complotto è invocato come causa della rottura del governo di svolta si dimenticano le fragilità di gestione palesate dai ministri quando teorizzavano che negli autobus in un metro quadro potevano tranquillamente starci almeno 5 passeggeri o che la temperatura dei bambini doveva essere misurata a casa prima di essere affidati alle immuni e felici oasi dei banchi a rotelle. I foglietti generici come surrogato dei piani per i fondi europei erano un indicatore di improvvisazione troppo evidente per passare inosservato.

Non è il momento di pensare a un’alternativa a “superMario”

Gli esercizi infiniti sulle alleanze, gli incontri ravvicinati di Letta con tutti gli interlocutori immaginabili per allestire una coalizione autonoma, blindata con l’ausilio della coercizione di una legge elettorale maggioritaria, confermano che la leadership del Pd continua ad essere avvolta in uno stato confusionale. L’unica cosa sensata, stando per necessità in un governo che nella maggioranza vede la presenza di sicuro compromettente della Lega, non è quella di lavorare adesso ad una alternativa a Draghi ma di individuare punti qualificanti rispetto ai quali si rende percepibile dinanzi al paese la funzione del Pd in una esperienza di governo che rischia di logorarlo.
Il centrosinistra non mostra di aver compreso che se “super Mario” fallisce per le provocazioni della destra, il capitano leghista e Meloni acciuffano lo scettro non certo Letta o Conte che già adesso prenotano una coalizione a due teste di cui la più votata assumerebbe i galloni della premiership in caso di vittoria. Sul piano tattico la ginnastica delle alleanze al momento ha poco senso, e stare in un governo contro voglia non aiuta a sconfiggere le destre che sono tutt’altro che in disarmo. Solo il successo del governo può sterilizzare il sovranismo e le forze post-fasciste.

Approfittare della tregua per dare rappresentanza sociale al lavoro

La complessità della crisi italiana (economia, pandemia, dissoluzione della politica e della forma di Stato) sconsiglia di non partecipare al gioco della delegittimazione di Draghi, ironizzando sulle cadute del suo governo dei migliori, ma di approfittare della tregua per ricostruire il soggetto politico e la rappresentanza sociale del lavoro. L’autonomia politica della sinistra è l’investimento necessario ma da nessuno tentato seriamente in questa confusa fase che pure ridisegna il modello economico-sociale, la fisionomia del capitalismo italiano e la funzione del lavoro, della conoscenza, dell’amministrazione.
Pensare che questi problemi si affrontino con la nostalgia dell’avvocato del popolo, con l’immagine del cacciavite, con il questionario on line ai circoli sopravvissuti e con il rimpianto del Mattarellum è il segnale di un centrosinistra attento alle piccole pratiche quotidiane e quindi del tutto fuori fase rispetto alla comprensione del senso reale del passaggio politico-sociale in corso.