Draghi e il governo
di tutti con la Lega che
non potrà nuocere

Negli ultimi passaggi politici legati alla nascita del governo Draghi si è diffuso un certo allarme a sinistra. Davvero nella partita ci sarà, e a pieno titolo, Matteo Salvini? E in quel caso come potranno convivere nello stesso esecutivo forze politiche portatrici di valori e programmi opposti: europeismo e sovranismo, accoglienza e respingimenti, progressività e flat tax, solo per citare le questioni più eclatanti? Ma appunto: davvero? Davvero Draghi sta lavorando a un governo con ministri di tutti i partiti che lo sostengono? Al momento non risulta che sia stata espressamente indicata questa via. Si resta più che altro nell’ambito delle ricostruzioni giornalistiche, nelle quali – soprattutto quando ci sono trattative di governo – si passa facilmente dal tutto al contrario di tutto. Proviamo dunque a restare ai punti fermi.

1) Il mandato ricevuto dal premier incaricato dal Quirinale è per un governo senza coloriture politiche. La richiesta di un “governo politico” – ribadita dalle forze della maggioranza uscente e in particolare dai 5 Stelle, prima con Conte e poi con lo stesso Grillo – è insomma difficilmente percorribile. Ma anche un governo con troppi colori resta alquanto ingestibile. Certamente nella forma più “hard” – quella che vedrebbe la partecipazione dei leader di partito per “garantire” maggiormente il premier; ma prevedibilmente anche quella che comprende l’ingresso delle seconde linee, giusto per piantare delle bandierine accanto ai tecnici scelti da Draghi. Al momento l’ipotesi più plausibile riguarda il coinvolgimento di tecnici di area, in modo da offrire un quadro più coerente e facilmente governabile.

2) I temi. Sia il presidente Mattarella che il premier incaricato hanno insistito su tre questioni: l’emergenza sanitaria, la campagna vaccinale e la scrittura (ri-scrittura?) del Recovery plan. Un programma limitato, insomma, per quanto assai impegnativo. Soprattutto il terzo punto implica scelte importanti sul piano economico e alcune riforme da lungo tempo attese. La cornice esiste già, è quella fissata dall’Europa con il Next generation Eu: economia verde, digitalizzazione, inclusione sociale. Naturalmente l’intervento è molto vasto e non solo per la portata dell’investimento, oltre 200 miliardi: per riuscire a spendere bene e tempestivamente sarà inevitabile mettere mano a settori come la giustizia e la pubblica amministrazione. Ma difficilmente si andrà oltre. La riforma fiscale in senso progressivo, (giustamente) rivendicata dal Pd, non vedrà la luce: non solo perché al di là dei compiti del nuovo esecutivo ma anche perché Lega o non Lega non ci sarebbero i voti. Forza Italia è più orientata verso la flat tax e a dirla tutta anche gli alleati penta-stellati (in questo in perfetta sintonia con Renzi) hanno fin qui mostrato freddezza rispetto a un progetto che tuteli le fasce più deboli di reddito. Così come non si tornerà indietro sui temi dell’immigrazione, con buona pace di Salvini, e non si prevedono che semplici correzioni sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza, temi evidentemente troppo divisivi per il governo “di tutti”. Per far prevalere un progetto o l’altro bisognerà passare (anche qui giustamente) attraverso le elezioni.

3) E qui veniamo appunto ai tempi. Quale sarà l’orizzonte temporale del governo Draghi? Inevitabilmente nasce come un governo di legislatura, anche perché gli interventi da mettere in campo nelle tre emergenze sottolineate da Mattarella, richiedono tempo. Naturalmente nessuno ignora la variabile della prossima elezione presidenziale nella primavera del ’22 per la quale il nome di Draghi è da tempo fra i più ricorrenti. Ma qui si aprono altri scenari futuribili e incerti. C’è prima da portare l’Italia fuori dalla pandemia e dalla crisi, e non è una sfida da poco anche per un uomo osannato in tutta Europa.