“Dove sono gli anni” di Villalta, una profonda riflessione sul senso del tempo

Dove sono gli anni, titolo dell’ultima pubblicazione in versi di Gian Mario Villalta da poco uscita per Garzanti, pur terminando senza punto interrogativo, non si riesce a leggere se non nella forma di quesito. Forse per quel “dove” iniziale o, più probabilmente, perché è una frase-domanda che ci siamo posti tante volte e per la quale non abbiamo mai trovato una risposta sufficientemente soddisfacente. E quindi l’abbiamo formulata ancora e ancora e ancora, finendo per lasciarla lì così, in eterna sospensione, in attesa che qualcuno o qualcosa arrivi a fornirci una soluzione adatta. Ma questa titolazione, tanto semplice nella scelta lessicale quanto dirompente nella stratificazione di significato a cui conduce, evidenzia da subito un’altra questione, quella dello spazio (dove) nel quale è possibile fare stare il tempo (gli anni). C’è un luogo, additabile su qualche cartina o messo a fare capolino nel nostro paesaggio interiore, in cui è possibile tenere traccia delle ore, dei minuti, dei secondi già trascorsi? Esiste un cloud così grande e coraggioso da conservare tutto ciò che siamo stati e, in qualche modo, continuiamo a essere?

Passato, presente, futuro: la nebbia dell’esistenza

Si capisce presto che questa di Villalta è una raccolta di pensiero, mentale, che diparte da una riflessione profondissima sul senso del tempo e, dunque, dell’esistenza, filtrata dallo sguardo di chi, con un colpo di coda dell’occhio, si volta indietro e ripercorre l’accaduto del proprio dentro e del proprio fuori. Quando scende la nebbia dell’età pienamente adulta, ci si sente in dovere di fare come un bilancio, redigere una partita doppia che finisca in pari; la nebbia non è però qui da intendersi come grigiore o grigiume, qualcosa cioè di poco attraente e terribilmente piatto, perché in Villalta diventa una sospensione pacata dello scorrere del tempo che tutto ovatta e avvolge e consente a chi scrive di rivivere le cose una seconda volta, di attuare un secondo giro di giostra; a questo processo di reduplicazione mutuato dalla parola, l’autore si concede con straordinario acume e incredibile dolcezza, rendendo duttile la linea cronologica, lasciando avviluppare su stessi e insieme passato, presente e futuro. Non ci si aspetti però cedimenti nostalgici straripanti o malinconie maltenute, perché in Dove sono gli anni tutto è contenuto in una struttura fortemente calibrata, che certamente crea armonia e non rigidità, ma dalla quale non è possibile esimersi durante la lettura: due macro sezioni, “Dove sono gli anni” e “La solitudine delle specie dominante”, la prima costituita a sua volta da quindici micro sezioni, composte da cinque testi più uno – separato dagli altri tramite il disegno della spirale, la stessa presente in copertina –, la seconda formata da tre micro sezioni, con ognuna sei componimenti.

Nel fil rouge dato dalla maglia a righe del bambino che ognuno di noi è stato e verso il quale si prova una profonda mancanza e da un paesaggio aspro e familiare al contempo, Villalta ripensa l’esistenza tra famiglia, incontri, amori e vicende sociali, a testimonianza che la vita non è mai una cosa sola e quando la si rammenta o la si scrive bisogna essere disposti a muoversi per movimenti centripeti e centrifughi insieme e a seguire un andamento sinusoidale. Lo sguardo del dopo, quello dal quale il punto di osservazione viene fissato, tende ad appianare, a porre tutto sulla stessa linea, ma non in senso di appiattimento bensì di ripartizione dell’importanza che, mentre si è impegnati a vivere, si tende invece a concentrare in maniera spesso diseguale e impropria; ma questo sguardo è contestualmente sguardo del prima, dal momento che molto ancora c’è da vedere e da conoscere, molto ancora per cui può valere la pena accendersi, indignarsi, cambiare.

Gian Mario Villalta, con questo sublime esempio di poesia, ci costringe a ripensare il tempo, a porci in una dimensione critica rispetto alla fagocitazione indotta dall’iperpresente contemporaneo, per riprendere un termine caro a Mauro Ferraresi, e riabilita il rapporto dell’io con la comunità di riferimento e della grande storia a cui, volente o nolente appartiene; ogni testo, infatti, parla di un ionoi a un noiio, intersecando un passato condivisibile a un futuro che sarà cosa comune e conferendo così un valore autenticamente etico a questi versi. Gian Mario Villalta riesce, infine, a scongiurare la disperata solitudine che tutti ci attanaglia e che questa società digitale ha contribuito a rimarcare con strumenti subdoli; dentro le pagine di Dove sono gli anni torniamo a essere figli, fratelli, studiosi, lavoratori, persone che sognano e che soffrono, esseri umani che si dividono ambiente e ambienti, che – ancora e per sempre – provano a trovare un senso.

Le mani hanno creduto, hanno obbedito al tempo.

Quante volte hai sbagliato e lo sapevi dopo
la curva dei pensieri, il muro dei sensi, i desideri
ostinati a tenerti nel tuo cervello altrove.

Troppa realtà, troppa solitudine,
tu che volevi vantare il senso di quelle parole
che stavano insieme bene in un’altra vita vera.

Ogni volta il disordine è stato un giorno nuovo
ma non hai potuto disfarti, troppo tardi
ricominciare, e in quelle parole non ti volevi più.

Solo chi se andava per sempre ti voleva con sé.
Si portava via i gesti che non potevi più dire.
E poi di nuovo, a tradimento, nelle cose da fare,
nei pensieri arrivati da dirti di nuovo vivo, un peso
parte di te stesso, senza lasciare nessun peso indietro.

*

Ci siamo uniti anche noi per vedere
poi gli occhi se ne sono andati via con l’azzurro
verso l’alto felici pieni
di tutta l’attesa – portala alle estreme
conseguenze – precipitare
insieme

*

Madame Bovary c’est moi

Quante volte nel dopo la spossatezza
dolce finalmente portata alla foce
la notte varcata nel corpo finalmente
perduto te stesso dove il desiderio
ti aveva guardato quante volte
ti sei addormentato chiedendoti
se era proprio quella la felicità.

*

mi hanno detto che sogni, maritimus,
che in tutti i mammiferi
la tomografia a emissione di positroni
registra una fase rem prolungata ma, dicono,
potrebbe darsi che sogni solo quello che hai visto,
il mare che si ritrae, la terra che si ritrae,
nel sonno, nella veglia, l’orizzonte
lontano la veglia il sonno l’orizzonte
l’orizzonte senza requie