Dov’è riposta
la bandiera
della pace?

Al rombo dei cannoni, viene da chiedersi dove sia stata riposta la bandiera della pace, la bandiera dai sette colori con la sua storia lunghissima e gloriosa, la stessa bandiera che abbiamo ritrovato appesa ai balconi e alle finestre non molto tempo fa, all’invasione dell’Iraq da parte degli Usa. Allora, tra la difesa di un dittatore e il contrasto all’arroganza americana, si era scelto un valore superiore: la pace. Non era stare in mezzo, contarono più che i delitti di Saddam il nostro antiamericanismo, il rifiuto della legge violenta imposta dal più forte, enormemente più forte. Ma era anche pensare alla inutile sofferenza della gente comune, ai morti, alla dissipazione di ricchezze che altro fine avrebbero potuto conoscere, era opporsi ad una violazione di un principio di convivenza, troppe volte offeso, continuamente offeso, ma dal quale non si dovrebbe prescindere mai. Era, consapevolmente o no, affidarsi alla politica.

Impotenza o indifferenza?

Di questi tempi, al rombo dei cannoni, mentre giornali, tv, blog ci raccontano di carri armati, di eroiche difese e di criminali attacchi, di inermi tentativi di mediazione, mentre ci invadono di immagini che sembrano riproporre sequenze di un film sulla seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa contro la Wehrmacht, nelle pianure, sempre lungo piste innevate, e ci bersagliano di notizie, senza saper o poter distinguere tra le vere e le false, se interrogo il mondo che mi sta attorno raccolgo soprattutto sentimenti di impotenza o atteggiamenti di indifferenza oppure, dopo la scossa delle bombe, di paura, con il distacco però di chi sa che la guerra è comunque, per ora, lontana. Si temono di più i rincari del gas o del petrolio, dell’elettricità o della benzina, il crollo della borsa. Non so come si reagirà all’annuncio di “ondate di profughi”, alla luce della nostra vecchia ormai convivenza con le badanti ucraine.

I cosiddetti movimenti pacifisti sono rimasti fino a ieri silenziosi, al punto che viene da chiedersi se non si fossero estinti. L’onda irachena è sembrata esaurirsi. Le guerre africane non hanno mai scosso gli animi. Berkeley è solo nella memoria dei più anziani. “Fragole e sangue”, film celebrato allora sulla rivolta studentesca, è solo materiale d’archivio polveroso, come i nostrani cortei contro la guerra in Vietnam o per difendere la democrazia in Cile, messa in ginocchio più dagli americani che da Pinochet.

Ma a Roma e a Milano qualcosa s’è mosso

Chiedo anche timidamente se mai un movimento pacifista abbia scongiurato una guerra. Un secolo fa, scesero in strada quelli che la guerra la volevano e la guerra la ottennero. Ma è anche vero che manifestare, protestare, ritrovarsi in piazza aiuta la formazione di una coscienza. Iniziative in piazza se ne sono contate poche, adesso a Roma e a Milano (assai affollate), altre nei prossimi
giorni. Il segretario del Pd, Enrico Letta, proprio a Roma, rivolgendosi alla comunità ucraina, ha promesso che fino al ritiro dei soldati, non finirà “la lotta che comincia oggi”. Ecco una verità: una lotta cominciata troppo tardi.

Lascio stare la politica italiana, che mi è sembrata esangue, contraddittoria, immobile, insofferente di fronte a qualsiasi necessità di analisi. Non ne parlo, ma mi sembra di avvertire l’irresponsabilità di chi non sa che pesci pigliare, se non affidarsi ad un generico equidistante appello alla pace, nella sudditanza ad un certo sistema, in un perenne mediocre conflitto di interessi. Il governo (non siamo riusciti a vedere ala prova Mario Draghi per i divieti russi) non ha avuto una faccia.

Paesi europei “come un gregge”

Non dovrei dire dell’Europa (di cui saremmo parte autorevole), ma non resisto alla tentazione di riprendere quanto scritto da Alberto Negri (il Manifesto di ieri): “Essendo latitante una politica estera dell’Unione – Borrell è una sorta di ectoplasma – la Nato si è completamente sovrapposta a Bruxelles. I Paesi europei come un gregge si sono accodati al cane americano di cui hanno accettato le iniziative finendo come in Afghanistan per condividere con gli Usa un disastro orchestrato essenzialmente da Washington. Del resto l’obiettivo degli americani in questa crisi è quello di mandare agli europei due messaggi: 1) devono pagare sempre di più il conto della Nato, 2) devono smettere di acquistare gas russo”.

Papa Francesco ha fatto sentire la sua voce. A smorzare la voce del pacifismo è stata anche la difficoltà a capire la “qualità” dello scontro, almeno fino all’esplodere delle bombe, è stata la convinzione che non sarebbe mai potuto accadere, che si sarebbero fermati in tempo. Mi consento un’altra citazione, questa volta la quotidiana vignetta di Ellekappa: “Morire per Kiev” “Un attimo che devo ancora capire dov’è Danzica”. Le ragioni superficiali e quelle profonde. Gli slogan e la sostanza. La Russia di Putin contro l’Ucraina? Un paese che vuole tornare potenza mondiale contro la “potenza mondiale” per eccellenza, mentre l’altra “potenza mondiale”, la Cina, sta a guardare e l’Europa fa il vaso di coccio. Il pretesto della Nato, un pretesto obsoleto da qualsiasi parte lo si guardi: dalla parte dell’Ucraina che in una condizione di neutralità potrebbe ritrovarsi molto più forte da un punto di vista della contrattazione dei benefici, da parte della Russia, che circondata dalla Nato lo è già e che ha bisogno di aperture per mettere a frutto le proprie risorse (il gas in primo luogo). La dittatura di Putin di fronte alla pseudo democrazia di Kiev (capitale di un paese che si trascina appresso la colpa dell’assassinio di un milione e mezzo di ebrei e che ancora alimenta e protegge l’estrema destra). Da che parte stare? Per la pace, ma è difficile mobilitare per la pace senza un nemico da additare. Tornano le bandiere perché in questo momento Putin è il “nemico”, perché è stato lui a premere il grilletto, perché sta aggredendo un altro paese. Ma chi ha violato gli accordi di Minsk del 2014? Perché non è l’unica volta che si combatte per il Donbass, per Doneck o per Lugansk…

Nella crisi del pacifismo c’è forse qualcosa d’altro, qualcosa di profondo, di endemico: la fine di una cultura, la disgregazione della politica, la perdita di quei fondamenti valoriali, che hanno ispirato l’agire di tante generazioni, dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondale, una perdita che ha disgregato non solo la politica ma anche il senso di appartenenza ad una comunità. Il modello di vita che abbiamo inseguito e infine adottato, all’ovest come all’est, ci ha regalato individualismi ed egoismi, che non sono terreno fertile per la solidarietà, per la giustizia sociale, per la democrazia e nemmeno dunque per la pace.