Dostoevskij e non solo: il delitto di essere nati russi

A Norimberga vennero processati i criminali nazisti (qualcuno venne pure assolto). Non vennero processati i tedeschi che pure avevano nelle piazze inneggiato a Hitler e neppure i militari della Wermacht che avevano sparato e ucciso per Hitler. All’università Bicocca si è pensato bene di processare un signore nato due secoli fa e morto cento e quaranta anni fa. Un signore un po’ particolare, direi eccezionale per tante ragioni, Fedor Dostoevskij, uno dei più eccelsi scrittori di ogni tempo, grande come pochi altri, di cui forse oggi, nell’ignoranza dei nostri tempi, si legge poco, ma che ha illuminato e continua a illuminare la cultura di tutto il mondo, attraverso opere straordinarie, come I fratelli Karamazov, I demoni, Memorie dal sottosuolo, Delitto e castigo (un piccolo vanto nazionale, perché fin da quel titolo ritroviamo il nostro Cesare Beccaria e il suo Dei delitti e delle pene).

Dostoevskij cancellato, niente polemiche

La colpa di Dostoevskij è di essere nato a Mosca e di essere persino morto a San Pietroburgo (ex Leningrado). Russo era e russo dunque rimane. Pazienza che fosse stato condannato a morte (e poi graziato, quand’era già sul patibolo e aveva già baciato la croce) con l’accusa d’aver cospirato contro lo zar Nicola. Russo era e russo rimane, dunque colpevole, al punto che l’università Bicocca ha l’altro ieri proibito che se ne pronunciasse il nome. La notizia l’avrete letta. Paolo Nori, scrittore e studioso di letteratura russa, autore recente di una biografia di Dostoevskij (Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij), l’aveva raccontata riferendo su Instagram dell’avviso ricevuto dall’università Bicocca, dove avrebbe dovuto tenere quattro lezioni, aperte a tutti, sullo scrittore russo: “Sono arrivato a casa e ho aperto il pc e ho visto una mail che arrivava dalla Bicocca. Diceva: Caro professore, stamattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice dì rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello dì evitare ogni forma si polemica soprattutto interna in questo momento dì forte tensione”…

Reazioni multiple, testimonianze di solidarietà con Nori e a questo punto la marcia indietro degli accademici: le lezioni si terranno. Siamo contenti: “L’Università di Milano-Bicocca è aperta al dialogo e all’ascolto anche in questo periodo molto difficile che ci vede sgomenti di fronte all’escalation del conflitto”. A Radio popolare, il prorettore Maurizio Casiraghi, vittima sacrificale, aveva precisato che non di censura si trattava ma di “ristrutturazione dei percorsi”, per “ampliare i contenuti”. Avrebbero voluto aggiungere alcuni autori ucraini: troppo poco Dostoevskji. Peggio la pezza del buco.

La “colpa” di esseri russi

Il sindaco di Milano, che aveva già scomunicato il direttore d’orchestra Valerij Gergiev, ci ha pure messo a parte di una sua conversazione con la rettrice, Giovanna Iannantuoni: “Mi ha detto che le cose non stanno così, che non è stato cancellato nessun corso. Ma certamente qualcuno lì ha sbagliato. Ritengo sia un errore cancellare un corso del genere”. Non è chiaro. Forse Nori si è inventato tutto. La guerra confonde le coscienze, ma evidentemente anche la lettura della posta.

La Stampa (al giornale di Giannini, se non sbaglio, il merito dello scoop relativo alla Bicocca) pubblicava anche un articolo di Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica alla Sapienza, e , accanto, per una perfetta equidistanza, anche un testo di Massimiliano Panarari, professore di sociologia della comunicazione in vari atenei. Trascrivo il titolo di Panarari: “… bisogna mettere in chiaro che si è contro lo Zar e la sua corte”.  Donatella Di Cesare citava il caso del soprano russo Anna Netrebko, che diserterà la Scala per via dell’ostracismo decretato nei confronti di Gergiev, e il titolo spiegava: “Sono con lei: il suo passaporto non può farla diventare un nemico”.

Donatella Di Cesare denunciava anche la pratica di alcune riviste culturali, letterarie o scientifiche, di respingere gli articoli di autori russi. Qualcuno, solerte, ha già evidentemente raccolto le prescrizioni contenute in un messaggio giunto proprio dall’Ucraina e siglato – ricopiamo diligentemente – da Ukrainian book institute, Lviv International BookForum, PEN Ukraine, Book Arsenal, la cui natura possiamo solo immaginare. Sotto i colori del paese aggredito e sotto il titolo “Stand with Ukraine!”, corre l’invito a boicottare ogni forma di informazione e comunicazione dalla Russia, propaganda che si realizza “attraverso prodotti culturali in genere e attraverso libri in particolare”. Propaganda a sostegno di Putin, spiegano gli autori del manifesto, propaganda diffusa in tutto il mondo, grazie alle fiere del libro o alle conferenze scientifiche, al fine di giustificare le bombe. Sotto accusa scrittori, agenti letterari, editori, distributori. Al primo colpo, viene da pensare alla “caccia alle streghe” di non lontana esperienza americana: allora, negli anni cinquanta, il bersaglio erano scrittori, registi, attori accusati di comunismo. Ci finì in mezzo anche Charlie Chaplin.

“E’ vero – torniamo a Donatella Di Cesare – che i venti di guerra soffiano forti ormai anche per le nostre strade e nelle nostre piazze e che c’è chi fa di tutto per accendere gli animi, ma forse occorrerebbe fermarsi prima di compiere gesti di cui pentirsi e vergognarsi”.

Uscire dagli schemi manichei

Il tifo imperversa e noi italiani il tifo lo conosciamo bene, ma non è questione tra Milan e Inter, tra Lazio e Roma, ma tra grandi paesi, tra grandi popoli, che imprigioniamo in uno schema banalmente manicheo, con il risultato di “accendere gli animi”, come ammoniva la professoressa. Quanti commentatori con l’elmetto in testa sono sfilati davanti alle nostre telecamere? Quanta ansia di regolare i conti con Putin e magari con la Russia, per quella idea antica, puramente simbolica, metaforica, astratta, preistorica, di “comunismo” che la Russia con la sua vicenda può ancora rappresentare. Contro il “tifo”, con le sue valenze belligeranti, dovrebbe valere l’arma pacifica della cultura (anche dello sport: ricordiamo tutti la “strategia del ping pong” che mezzo secolo fa aprì le porte della Cina di Mao al presidente americano Nixon). La cultura consente ponti e soprattutto consentirebbe di non fare stracci di decine d’anni di storia, di patti violati, di aggressioni, di false verità.

Sembra invece che si vogliano inasprire le divisioni, accentuare le distanze, chiudere le porte alla comprensione. Si dovrebbe capire che così non si fa “politica”: si fa solo un piacere al “nemico”, accerchiato, ma rinsaldato, i cattivi assieme ai buoni. Colpisce certo entusiasmo nostrano che ha accolto la scelta del governo di spedire bombe e fucili in Ucraina, come se bombe e fucili rappresentassero la via per costruire la pace e non invece un modo sicuro per allungare i tempi della guerra. L’interventismo lo abbiamo già conosciuto e lo abbiamo conosciuto come una malattia mortale.

Un’ultima notazione, lieve stavolta. A Milano sono stati i giorni della moda. Tra le tante passerelle anche quella per i modelli di Antonio Marras, uno dei più intelligenti stilisti italiani, un autentico artista. Aveva da mesi intitolato la sua sfilata “Oci ciornie”. Il titolo è rimasto. Dobbiamo cancellare Marras?