“Dopo la pandemia bisogna cambiare:
dobbiamo ripensare a fondo le città”

INTERVISTA A PAOLO FONTANELLI – “Sbaglia chi pensa che tutto tornerà come prima”. Sindaco di Pisa dal 1998 al 2008, nella ristampa del libro – “Pisa dei miracoli”, Felici editore – Paolo Fontanelli, coadiuvato da Gianfranco Micali, va oltre il bilancio della sua esperienza amministrativa e riflette sui cambiamenti profondi che la pandemia produrrà nelle città. Ai contributi che accompagnavano la prima edizione del 2008 (Salvatore Settis, Remo Bodei, Vezio De Lucia, ecc.) si affiancano adesso quelli di intellettuali e scienziati di rango come Guido Tonelli e Lina Bolzoni, insieme a personalità pisane come Cosimo Bracci Torsi, Mario Pasqualetti e Dario Franchini.

“Questa crisi lascerà tracce indelebili – spiega l’ex primo cittadino di Pisa – Cambieranno abitudini, stili di vita e di lavoro. L’organizzazione dei servizi dovrà tenerne conto e si porrà il problema di dare risposte a una nuova domanda di socialità, di prevenzione, di qualità abitativa, di spazi pubblici ”.
Una lunga esperienza politica e amministrativa alle spalle, assessore regionale in Toscana prima, sindaco dopo, nel 2008 Fontanelli è stato eletto in Parlamento nella lista Pd e dal 2013 ha ricoperto la carica di questore della Camera fino alla conclusione della XVII legislatura.

Porto fluviale, un particolare del murale di Blu. Foto di Ella Baffoni

La pandemia ha modificato rapporti interpersonali e vita collettiva, con la ripartenza si tornerà all’antico o la paura del “contagio” imporrà cambiamenti radicali di abitudini e modi di pensare?

Ritengo che il livello di attenzione rimarrà alto e che dovremo fare i conti con questo lascito. Penso che si registrerà una certa prudenza nel frequentare luoghi sovraffollati, soprattutto in una parte dei cittadini, almeno nella prima fase. Meno tra i più giovani che hanno pagato un prezzo molto alto alla limitazione della socialità.

Crescerà la domanda di un ambiente di qualità e maturerà una coscienza ambientale nuova?

Penso di si. In molti hanno capito che tra le ragioni che favoriscono i virus c’è anche il tema delle forzature nel rapporto tra l’uomo e la natura. Una parte della popolazione guarderà le cose in maniera diversa dal passato, sarà indotta a ripensare stili di vita, sistemi di relazioni interpersonali, modelli di consumo. Sono tutti elementi che spingono a ragionare sul fatto che le cose non saranno più come prima. La riflessione su come ripensare le stesse città deve diventare centrale per la politica e per le forze sociali.

Si ricorrerà allo smart working in modo più diffuso, come tutelare quindi diritti e contrattazione con la frammentazione dei luoghi di lavoro?

Bisognerà trovare forme nuove di organizzazione e di mobilitazione per difendere i diritti. L’esperienza recente dei rider indica una strada di lotta collettiva. Invece il lavoro a distanza può spingere verso una frammentazione o verso logiche di tipo individualistico. Tutto ciò pone sfide innovative al sindacato. Ma bisogna anche pensare a come potrebbe migliorare la qualità della vita e alle opportunità anche economiche per molti luoghi che determina una diversa organizzazione del lavoro. Le città in primo luogo.

Qualche esempio?

Pensiamo al fatto che una quota rilevante della mobilità quotidiana su mezzi privati possa diminuire, e al fatto che anche il recupero del tempo speso oggi in pendolarismo promuova nuovi interessi. Si sta già ipotizzando un’offerta turistica integrata con forme di lavoro a distanza che consenta di visitare luoghi dove prima si poteva andare solo per le ferie. Lavori e contemporaneamente conosci e vivi una realtà nuova. Ecco, progettando il dopo pandemia si possono mettere assieme cose diverse che, alla fin fine, possono anche rendere meno caotiche e più vivibili le città.

Anche a destra maturerà maggiore consapevolezza della necessità di ridefinire il rapporto tra sviluppo e ambiente?

Sul piano generale sicuramente a sinistra c’è una maggiore consapevolezza dei limiti e delle distorsioni dello sviluppo che il virus ha messo in evidenza. Questa pandemia, che probabilmente non sarà l’ultima, è figlia di un disequilibrio evidente tra l’uomo e la natura. La sinistra è più portata a farsi carico di questo problema. Nella Destra infatti prevalgono più decisamente elementi liberistici e anche egoistici. Ma anche la destra dovrà fare i conti con emergenze come quella che stiamo vivendo.

Questo sta già avvenendo secondo lei?

Siamo lontani da un simile approdo. Un esempio? L’uso fuorviante di certe parole, tipo “sostenibilità”. Nei programmi anche la Lega parla di sostenibilità dello sviluppo, oppure riprende il tema della rigenerazione urbana. Osservando i fatti però ci rendiamo conto che quella espressione viene intesa in modo ingannevole. Sostenibilità significa anche riduzione del consumo del suolo e dei fattori che comprimono il sistema ambientale.

Invece?

Faccio l’esempio di Pisa. La giunta guidata dalla Lega ha presentato un programma che parla di riduzione del consumo di suolo. Nella realtà hanno previsto un piano urbanistico che prevede 110 ettari di nuova urbanizzazione. “Rigenerazione urbana” dovrebbe significare soprattutto recupero e riuso, invece si costruiscono nuovi edifici con nuove cubature. Siamo in un’epoca in cui non bisognerebbe consumare nuove risorse, ma recuperare e riqualificare quelle che ci sono creando nuovi standard di civiltà urbana.

urbanistica
Foto di anarosadebastiani da Pixabay

Recupero e conservazione da una parte, innovazione dall’altra: è stata questa la ricetta per Pisa dell’Amministrazione di sinistra guidata da lei…

Nella prima edizione del libro si dava conto di un progetto per il futuro che avevamo sviluppato nell’arco di due mandati amministrativi. Un’idea fondata sulla qualificazione di un equilibrio tra la città dei grandi servizi, formazione e sanità, quella dei cittadini e quella dei monumenti e del turismo. Puntavamo a migliorare quell’equilibrio e a renderlo più attrattivo. Pisa non è una grande città, ma è conosciuta nel mondo per la Torre e la piazza dei Miracoli e ha un profilo internazionale soprattutto per le sue tre Università. Più di cinquantamila iscritti in una città di novantamila abitanti e la presenza di due Scuole di eccellenza come la Normale e la Sant’Anna.

La deindustrializzazione ha modificato l’economia della città.

Oggi Pisa ruota attorno a tutto questo: stipendi pubblici, commercio, ma anche reddito e rendita che provengono dalla presenza di migliaia di studenti fuori sede. Minore è invece l’incidenza di un turismo che ha la caratteristica del “mordi e fuggi”. Due ore nella zona della Torre e via ! Senza fruire dei beni culturali della città, sia sul piano della struttura medievale che di quello museale. E’ sulla base di questo contesto che ci ponemmo l’obiettivo di proporre un progetto per connotare Pisa sempre più come città della cultura e del sapere. Si è fatto molto ma ancora non ci siamo, non è maturato un impegno effettivamente coesivo nella città. La riedizione del libro pone il problema di ciò che rimane da fare anche in funzione dei cambiamenti che comporta l’insorgere della pandemia.

Come dovrà essere, quindi, la città dei prossimi decenni?

Gli spazi intanto. Bisognerà provare a rilanciare una socialità di maggior qualità, meno concentrata e più diffusa, una sorta di socialità anti contagio. Bisognerà aumentare i parchi urbani ma soprattutto creare più zone pedonalizzate attraenti, fruibili e sicure per la vita collettiva. I Lungarni possono essere il punto di riorganizzazione della socialità nel centro storico, ma ciò comporterà togliere il traffico privato, rendere gradevole la mobilità ciclopedonale e puntare ad una valorizzare commerciale degli spazi che si affacciano sul fiume.

Scelte che favorirebbero anche il turismo…

Certo, si determinerebbe un ulteriore richiamo per chi oggi viene a visitare la Torre e Piazza dei Miracoli e non si sofferma sul resto della città. Si dovrà pensare a un turismo di qualità. Il punto di maggiore forza può essere l’offerta integrata del sistema museale sui Lungarni, arricchita dalla recente inaugurazione del Museo delle Antiche Navi agli Arsenali Medicei. La sfida più importante sarà il recupero e la trasformazione del vecchio ospedale nel centro cittadino, confinante con la Piazza dei Miracoli.

Una città che si misura alla pari con Palo Alto, Boston o Zurigo come ipotizza Guido Tonelli, scenziato del Cern di Ginevra e professore a Pisa ?

Tonelli è uno scienziato che gira il mondo e, facendo i confronti, si sofferma su questa straordinaria potenzialità di Pisa. Una città a vocazione internazionale per i suoi beni monumentali e per le sue università che producono cultura, ricerca e formazione. Ma anche per una più alta qualità della vita in un territorio storico e ambientale straordinario collegato al Parco Naturale di San Rossore.

Guardando al dopo Covid, Dario Franchini e Mario Pasquarelli propongono l’esempio di Parigi “città del quarto d’ora” con spazi pubblici di qualità e servizi di prossimità da raggiungere facilmente a piedi o in bici…

L’idea, valida in generale e non solo per Pisa, è quella di fare in modo che i quartieri abbiano tutti i servizi utili, raggiungibili dai cittadini al massimo in un quarto d’ora a piedi o in bicicletta. Si tratta di ridimensionare l’esigenza di spostarsi continuamente in auto o con i mezzi pubblici. Un modo per evitare assembramenti nel centro cittadino e per ridare a zone che stavano diventando soltanto dormitori una funzione e una propria socialità. Un contributo in tal senso può arrivare dalla digitalizzazione.

Si parlava già di fuga delle città prima del Covid, la pandemia rende il dibattito ancora più attuale…

Non credo che il Covid incentiverà la fuga dalle città. Forse ci sarà o si accentuerà nelle grandi metropoli, ma le città avranno sempre un ruolo propulsivo. Nelle realtà medio piccole invece si potrebbe registrare la tendenza a cercare soluzioni abitative più adeguate. Il lockdown ha fatto misurare la difficoltà di vivere in ambienti ristretti e senza sbocchi all’aria aperta. Crescerà la domanda di soluzioni abitative migliori.

Questo non favorirà il rilancio in grande stile del consumo di suolo?

Consumare il suolo significa aggravare l’emergenza ambientale. Servirebbe una normativa nazionale più stringente per scoraggiare un eventuale processo che vada in quella direzione. Bisognerebbe sviluppare e incentivare nuove convenienze sul recupero e il riuso dell’esistente. E’ un fatto consolidato che in Italia esiste un grande patrimonio abitativo inutilizzato, per non parlare di quello industriale.