Voto: la destra divisa si lecca le ferite e il campo largo tiene a sinistra

Qualche centinaia di migliaia di voti, pochi pur avendo ben presente il numero di partenza dei votanti, ma tali da consentire una lettura legata ai dati reali di quella che è la situazione politica del Paese. I sondaggisti fanno il loro mestiere, ma i risultati delle amministrative appena concluse sono voti veri, e descrivono una situazione certamente complessa, in movimento, ma con alcune indicazioni con cui sarà bene che i partiti si impegnino a misurarsi. La situazione reale.

I successi di Verona, Parma, Piacenza e Catanzaro

veronaA conti fatti la coalizione di centrosinistra ottiene alcuni clamorosi successi. Verona e non solo. Parma, Piacenza, Catanzaro. Dei tredici capoluoghi chiamati al ballottaggio sette hanno scelto il candidato proposto dal Pd, titolare con Enrico Letta di una leadership che potrebbe realmente portare a quel campo largo che il segretario del partito democratico va proponendo in modo da contrastare la coalizione di centrodestra in vista delle politiche del 2023 e prima delle regionali siciliane di autunno.

Una proposta di unità e aperta su un programma che tenga conto delle esigenze e delle richieste di un Paese in difficoltà che vada dai Cinquestelle ad altre formazioni che vorranno starci. Compreso le formazioni centriste nelle diverse accezioni. La sinistra. Il voto concluso domenica in certe realtà è stato una sorta di prova generale. Che è andata molto bene.

Il centrodestra resta diviso

Non è andata allo stesso modo per la coalizione di centrodestra che di capoluoghi se n’è aggiudicati 4. E si deve leccare le ferite in città come Verona, dove il sindaco uscente, Sboarina, ha scelto di perdere piuttosto che chiedere i voti all’ex leghista ora Forza Italia, Toti, consentendo la vittoria di Damiano Tommasi. E a Catanzaro, bastione storico del centrodestra, un altro significativo ribaltamento con Nicola Fiorita.

Il nervosismo nelle fila del centrodestra è palese. Meloni, Salvini e Berlusconi davanti alla concretezza dei risultati si sono impegnati a dichiarare che si vince solo se uniti. Confermando così la spaccatura di cui stanno pagando le conseguenze.

E’ necessario confrontarsi, certo. Però poi il solo Berlusconi ha già riunito i suoi cercando di incolpare l’assenteismo per gli scarsi risultati.  Ma gli altri due, quelli che si contendono il posto a palazzo Chigi fra un anno, almeno ci sperano, hanno scelto generiche dichiarazioni di buona volontà. Rimandando ancora la resa dei conti. Tra uno, Salvini, che ormai non tiene neanche al nord  e rischia di diventare sempre più un peso. E la Meloni che i candidati che mette in campo riesce ormai a sbagliarli sempre. E non riesce a sostenerli neanche quando si spende in prima persona. Vedi Sboarina a Verona e l’indimenticabile Michetti a Roma.

I grillini e le runioni con Grillo

La galassia grillina fa i conti con la scissione di Di Maio. Per cercare di porre riparo alla situazione di un movimento che anche dall’appena conclusa tornata elettorale ha avuto più dolori che gioie è arrivato a Roma il garante Beppe Grillo. Riunioni lunghissime con Giuseppe Conte, il leader. Con i parlamentari. Con le prime file stellate. Sullo sfondo, al di là delle smentite, il problema dei due mandati. Va superato, risolto, altrimenti il rischio di altri abbandoni diventa più che reale. La soluzione cui si starebbe lavorando è quella di salvarne solo alcuni. Cinque, qualcuno in più. E ovviamente solo volti noti. Il presidente della Camera, Vito Crimi, Paola Taverna. Pochi altri.