G7, la Nato non basta più
Al mondo serve
cooperazione pacifica

Il vertice del G7 in Cornovaglia ha fatto riemergere un interrogativo di fondo: come si governa il mondo multipolare di oggi?

Il Presidente americano Joe Biden è arrivato nella suggestiva penisola britannica con due obiettivi: ricostituire l’Alleanza atlantica fra Usa ed Europa messa clamorosamente in discussione dai quattro anni di Trump e ricostituirla in funzione anticinese. Gli Stati Uniti sono angosciati dallo sviluppo economico della Cina e anche dal suo espansionismo politico in Africa, unito a quello economico verso l’Europa che va sotto il nome di “nuova via della seta”.

I timori di Biden e quelli europei

Gli europei, dal canto loro, sono più preoccupati dall’attrito con la Russia di Putin, rimasta una superpotenza nucleare di tutto rispetto. L’estensione della Nato verso est, con l’ ingresso di ben 14 paesi dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss, ha rinfocolato il nazionalismo russo che ha subìto come un onta la deminutio capitis del ridimensionamento dell’ex impero sovietico nel vecchio continente e su scala globale; perciò, in questi anni putiniani, la Russia non ha perso occasione per prendersi delle rivincite in Georgia, in Crimea e in Ucraina e in Medio Oriente a sostegno del siriano Assad. In questo quadro di revanche, Putin conduce contro l’Europa un’azione di interferenza informatica e politica in vari paesi oltre a magnificare la superiorità della sua virile “democrazia illiberale” su quella liberale europea debole ed effeminata. Cosa che ha fatto anche con gli Stati Uniti, favorendo la destra trumpista.

Nel mondo globalizzato, invece, la questione climatica e ambientale e il diffondersi del Covid 19 – fenomeni tra loro connessi come ha ammonito papa Francesco – spinge a una cooperazione globale, specialmente economica e sanitaria, le singole potenze continentali, l’Unione europea e gli altri stati per fronteggiare l’una e l’altro. C’è da osservare che il virus pandemico è stato il vero agente esogeno che ha messo in crisi la globalizzazione capitalistica di segno neoliberista. Cosa che non era accaduta con la crisi finanziaria del 2008 nonostante gli sconquassi socioeconomici provocati.

Il dossier dei diritti umani

E’ tradizione della politica estera americana a gestione democratica di mettere avanti, quando si vuole contrastare potenze avversarie – oggi la Cina illiberale ma neoliberista e globalista di Xj Jiping o la Russia dell’autocrate Putin – il rispetto dei “diritti umani”, comprensivi di quelli democratici scritti “Dichiarazione universale dei diritti umani” approvata dall’Onu nel dicembre del 1948. Anche nel novecento, durante la “guerra fredda” e dopo, al tempo del confronto globale con il campo comunista guidato dall’Urss, gli Usa fecero spesso ricorso a questa formulazione. Chiedevano all’Urss, alla Cina e ai paesi anticoloniali di rispettarli, ma nel proprio campo quel rispetto – vedi la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet, le dittature del centro America ecc. – non era molto osservato.

Il fatto è che il mondo è multipolare. Pretendere di governarlo mettendo in prima linea i diritti umani o la democrazia di stampo occidentale è sbagliato e pericoloso. E anche ipocrita: vedesi quel che succede in Ungheria, Polonia, Slovacchia ecc., per non parlare della Turchia aderente alla Nato e anche quel che è successo negli States con Trump. Il tema dei “diritti umani”, inscindibile da quello della democrazia, esiste, eccome. Ed è sentito soprattutto da chi si batte per un mondo di liberi ed eguali dove sia bandita ogni oppressione e ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma si risolve con una lenta maturazione interna ai paesi, alle culture, alle civiltà, alle religioni di paesi diversissimi per storia e condizione sociale che compongono l’orbe terracqueo.

Cooperare è meglio che competere

Per far maturare queste condizioni nelle specificità proprie di quei paesi e di quelle civiltà, l’arma più efficace è la cooperazione paziente e multilaterale che, in Africa per esempio, risarcisca quei popoli in qualche modo dei lasciti del colonialismo e li liberi dal neocolonialismo che li sta devastando insieme al Covid 19. Pensare di esportare con la forza la cosiddetta “civiltà occidentale” e il suo modello di democrazia sarebbe cretino – così come lo era ieri l’esportazione della rivoluzione socialista o antimperialista sostenuta da alcuni settori rivoluzionari – se non fosse più prosaicamente l’usbergo dietro di cui in passato si sono nascosti robusti interessi economici e più in generale neocolonialisti e geo politici.

La conseguenza delle “esportazioni” è la guerra fredda o calda che sia, locale o di area vasta (vedi Medio Oriente), col pericolo sempre incombente dell’olocausto termonucleare. Ovviamente, a pratiche aggressive di varia natura di alcune potenze come la Cina e la Russia occorre non porgere l’altra guancia, ma senza chiusure. E se la Cina lancia un piano d’investimenti miliardario per la “nuova via della seta” è comprensibile la risposta di Biden con un piano altrettanto miliardario. Ma sarebbe ancor meglio cooperare che competere, anche se a suon di miliardi.

Perciò la risposta all’interrogativo iniziale è: cooperazione pacifica. Questo non vuol dire tralasciare o nascondere la questione dei “diritti umani”, significa solo affrontarla – come comunità internazionale e non come singole potenze – in modo equilibrato attraverso una serie di azioni, pressioni politiche e diplomatiche ovunque essa si manifesti, a iniziare dai paesi dell’Europa e dell’America. Mettendo in primo piano l’inveramento della Dichiarazione del 1948 sottoscritta all’unanimità dai paesi aderenti all’Onu.

Le sfide globali

Nella seconda metà del novecento, al tempo del mondo bipolare segnato dai blocchi politici-ideologici-militari contrapposti, venne avanzata dall’Urss kruscioviana l’idea della coesistenza pacifica innervata dalla distensione e dal disarmo atomico ma basata anche sulla competizione fra i due sistemi economici, capitalista e a pianificazione socialista, al fine di evitare lo scontro termonucleare. Ci furono varie interpretazioni della coesistenza, ma quella più avanzata la vedeva come la cornice indispensabile dentro cui far avanzare processi di liberazione e indipendenza nazionale sia all’est che all’ovest. Tutto il contrario dello Status quo.

Oggi non si tratta più di coesistere ma di collaborare per affrontare le grandi questioni globali ambientali e sanitarie che affannano l’umanità e la minacciano. Serve – come prospettò profeticamente nel 1975 Enrico Berlinguer nel mondo bipolare di allora – una sorta di “governo mondiale”.
Qualcosa che operando nella cornice dell’Onu riformata e potenziata, sopravanzi alleanze di ogni genere e di tutti i tipi, compresa quella Atlantica.