Dopo Big Pharma è l’ora di Big Army, l’Italia nella sfrenata corsa al riarmo

La pandemia da Covid-19 ha prodotto negli ultimi due anni un balzo record dei profitti dell’industria farmaceutica mondiale, a tutti i livelli e per imprese di ogni dimensione. Non si possono fare paragoni azzardati, ma il testimone dei miliardi di spesa e di utili sta passando da Big Pharma a Big Army, dai farmaci alle armi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni internazionali avranno un effetto ancora più ampio e prolungato nel tempo per la cosiddetta industria della Difesa, formula ipocrita con la quale ovunque nel mondo, sia nelle democrazie occidentali sia nei regimi autoritari, si indica la produzione di armamenti che vale almeno 500 miliardi di dollari a livello internazionale, mentre la spesa annuale nel mondo tocca i 2000 miliardi di dollari. Tocca all’industria degli armamenti riempire il portafoglio in nome, ovviamente, della pace e della sicurezza per tutto il pianeta.

Fortissimi aumenti di spesa

Le notizie di questi giorni confermano che è partita una nuova corsa al riarmo, un percorso che non si sa dove ci porterà. Anche l’Italia, che nella Costituzione “ripudia la guerra”, sta cambiando passo. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto che “il Paese ha investito poco per la difesa e deve accelerare”. L’Italia porterà le spese militari al 2% del Pil annuo dall’attuale 1,5% circa, come fanno tutti i Paesi Nato, quindi investiremo almeno 10 miliardi all’anno in più per i prossimi anni oltre il budget attuale. La spesa militare nazionale è di circa 26 miliardi nel 2022, salirà ad almeno 38 miliardi di euro. Ma, complice la minaccia di Mosca, si parla di costituire fondi speciali da cui attingere per finanziare investimenti aggiuntivi in armamenti e tecnologie. Non si capisce che cosa ci faremo con tutte le nuove, modernissime armi considerato che per una legge approvata dieci anni fa l’esercito italiano di 162.000 unità deve scendere a 90.000 militari e 6300 civili entro il 2024. Facile immaginare che la crisi Ucraina farà cambiare idea a molti alimentando spese di dubbia utilità e uno spreco che poco si addice a un Paese ancora in difficoltà sul fronte economico e sociale.

L’impegno nazionale è in sintonia con il generale aumento delle spese militari: l’Unione Europea ha deciso l’acquisto per l’Ucraina armamenti per 450 milioni di euro, gli Stati Uniti hanno promesso prima 350 milioni di dollari di aiuti militari per Kiev e poi, negli ultimi giorni, il presidente Joe Biden ha annunciato aiuti in armamenti per altri 800 milioni di dollari, che si aggiungono alle decine di tonnellate di contributi militari di vario genere concessi lo scorso anno all’Ucraina. Larga parte del mondo occidentale, dentro e fuori la Nato, ha deciso forti investimenti nella Difesa e inviato armi al governo di Kiev per resistere all’invasione russa, con qualche novità clamorosa, ricordando la storia: la Germania, guidata da un cancelliere socialdemocratico, ha deciso un piano pluriennale di 100 miliardi per rafforzare e modernizzare il proprio esercito. Un rapporto dettagliato di questa ondata di investimenti in armi è stato pubblicato dalla britannica The Conversation (ripreso da Internazionale),  altri studi sono stati diffusi da organizzazioni pacifiste e umanitarie. I dati non sempre sono ufficiali, ma non c’è dubbio che stiamo parlando di affari giganteschi con ricadute enormi sugli investimenti, i bilanci pubblici, la ricerca e l’occupazione.

Chi ci guadagna

L’aspetto economico e finanziario è importante, centrale. Con le armi si guadagna, le imprese degli armamenti sono il traino del progresso tecnologico, dell’innovazione. Dispiace dirlo, ma è così. Anche Internet nacque dallo sviluppo di un progetto militare americano. Mentre giungono i bollettini di guerra e si aggiornano i numeri dei morti e delle distruzioni, altre notizie più serene e soddisfacenti caratterizzano i listini di Borsa e, in particolare, le performance delle imprese industriali e tecnologiche della Difesa. Un forte rialzo, ad esempio, in Piazza Affari ha caratterizzato titoli come Leonardo (ex Finmeccanica) in crescita di oltre il 16% nella sessione post-invasione e di Fincantieri (oltre il 20%), due grandi imprese controllate dallo Stato. Lo scoppio della guerra in Ucraina probabilmente ha fatto ricredere l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, che immaginava di ridimensionare le attività tradizionali della Difesa per abbracciare una scelta strategica più legata al civile e allo sviluppo delle tecnologie, della cyber security. Ora si parla pure di una fusione tra Leonardo e Fincantieri (leader nell’industria navale, con uno sbocco anche militare) che creerebbe un colosso europeo della Difesa, capace di giocare un ruolo nei processi di alleanza-aggregazione di cui si discute tra Parigi, Berlino e Roma. Interessante notare che Leonardo ha appena affidato a una nota società internazionale di consulenza l’elaborazione di un piano di sostenibilità. Evidentemente questa filosofia d’impresa tanto di moda va un po’ aggiornata: come convive la sostenibilità con i cannoni della vecchia Oto Melara?

Affari senza frontiere

Il quadro delle armi e della finanza va completato con fenomeni di Borsa rilevantissimi e diffusi. La tedesca Rheinmetall, che produce carri armati e veicoli corazzati, è balzata di oltre il 30% dopo lo scoppio della guerra, i titoli di Hensoldt, azienda tedesca attiva nel campo dei sensori per applicazioni in ambito difesa e sicurezza (di cui Leonardo possiede il 25%), sono saliti del 45%. La svolta del riarmo del governo rosso-verde di Berlino ha influenzato le quotazioni del produttore di sottomarini Tkms (Thyssenkrupp, quelli della strage di operai all’acciaieria di Torino nel 2007). Anche le azioni della britannica BAE Systems hanno raggiunto livelli record, così come della francese Thales. E ancora: la Raytheon produce i missili Stinger e, con la Lockheed Martin, anche i missili anticarro Javelin. Le azioni di entrambe le aziende statunitensi sono cresciute dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. La BAE systems, la principale produttrice nel Regno Unito e in Europa, ha migliorato di circa un quarto la propria capitalizzazione.

L’industria degli armamenti è senza frontiere, davvero globale. Gli Stati Uniti sono il leader mondiale, con il 37% delle vendite di armi tra il 2016 e il 2020. Poi viene la Russia con il 20%, seguita dalla Francia (8%), dalla Germania (6%) e dalla Cina (5%). La piccola Israele controlla il 3% delle vendite globali e nel governo Bennett qualcuno ha fatto dichiarazioni positive sull’effetto che la guerra in Ucraina avrà sull’export israeliano di armi. Oltre al gas e al petrolio, l’unica grande industria strategica che funziona nella Russia di Putin è quella delle armi.  Difficile orientarsi tra cifre credibili, ma la Difesa è la principale voce del bilancio. Da qualche anno Mosca rafforza la produzione interna di armamenti come risposta alle sanzioni occidentali imposte dopo l’occupazione della Crimea. Il Cremlino ha varato un vasto programma di sostituzione delle importazioni, per ridurre la dipendenza dagli armamenti e dalle competenze provenienti dall’estero, oltre che per aumentare le vendite all’estero. Le guerre non mancano mai per realizzare buoni affari, le armi non soffrono la recessione.