Donne e scienza, troppe discriminazioni:
ai vertici il 78% sono ancora uomini

Sono passati oltre vent’anni dalla pubblicazione del volume Figlie di Minerva, il primo tentativo italiano di studiare i percorsi di carriera di uomini e donne nella ricerca pubblica. Da quella ricerca emergeva un quadro a dir poco deprimente: le studentesse risultavano più brave dei loro colleghi di sesso maschile all’università, anche nelle discipline più “mascolinizzate”, ma quando si trattava di nuove assunzioni di personale scientifico le donne erano in minoranza. La situazione peggiorava via via che si progrediva nella carriera, tanto che si è coniata l’espressione “soffitto di cristallo”, ad indicare un ostacolo invisibile ma difficilissimo da superare che impedisce alle donne di arrivare ai vertici della carriera in questi settori.

coronavirusSolo uomini al comando

Oggi la situazione, purtroppo, non è molto cambiata: le disuguaglianze di genere nel mondo scientifico ed accademico sono ancora presenti e crescono via via che si sale nella scala gerarchica. Secondo i più recenti bilanci di genere nel CNR le ricercatrici sono il 46,8% e i ricercatori sono il 53,2%, una differenza minore rispetto al passato, tuttavia, nelle posizioni dirigenziali, la percentuale degli uomini sale al 78% mentre quella delle donne scende al 22%. Dai dati forniti dalla Conferenza dei rettori (CRUI), nelle università la situazione non è molto diversa: tra i professori ordinari infatti le donne sono solo il 23%. Come sottolinea l’associazione “Donne e scienza” anche oggi, come vent’anni fa “le studentesse in generale superano in quantità e qualità di risultati la loro controparte maschile, ma con il progredire della carriera scientifica si invertono i ranghi, per raggiungere il massimo della disuguaglianza nelle posizioni di alto livello, dove la proporzione di donne oscilla fra il 20 e il 30% in media”.

E’ per questo che “Donne e Scienza” ha chiesto in questi giorni un incontro con la ministra dell’Università e Ricerca Maria Cristina Messa per proporre una serie di misure urgenti che non interessano solo le donne, ma il futuro della ricerca in Italia. Come sottolinea Sveva Avveduto, presidente dell’Associazione, infatti: “Il raggiungimento dell’uguaglianza di genere nella sola area STEM potrebbe aggiungere fino a 1,2 milioni di posti di lavoro e tra i 610 e gli 820 miliardi di Euro al PIL europeo entro il 2050”. Una ricerca più inclusiva è dunque nell’interesse di tutti.

Una lettera al governo

In occasione dell’ultimo otto marzo, l’Associazione aveva già inviato alla ministra una lettera per chiedere di istituire un tavolo tecnico dedicato al tema delle pari opportunità e delle disuguaglianze di genere nel mondo della scienza. Ora i dati emersi dai bilanci di genere e l’occasione storica del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), hanno spinto a riprendere in mano la questione. “E’ necessario – si legge nella richiesta alla ministra – che la parità di genere diventi reale nella pratica dei laboratori e delle aule universitarie, nella valorizzazione/valutazione dei curricula, nei bandi e nelle istruttorie dei concorsi, dei progetti nazionali ed internazionali. Se la disparità di genere perdura immutata è perché il problema ha molteplici cause, e va affrontato con diversi strumenti, culturali, normativi, di buone prassi”.
La lettera ha avuto oltre 200 adesioni di Associazioni e singole/i professioniste/i. Ma l’Associazione Donne e Scienza è andata oltre la semplice richiesta di attenzione e ha stilato una serie di proposte messe a punto in anni di attività e di riflessioni su questi temi. In primo luogo – dicono – occorre agire al momento dell’accesso ai ruoli strutturati: se l’ingresso nell’ambiente scientifico e nell’accademia avviene sempre passando per un periodo di precariato, tuttavia le donne rimangono più a lungo in questa situazione spesso a causa del loro ruolo di madri. Il tempo della maternità e delle cure parentali va quindi considerato. In secondo luogo, bisogna introdurre uguaglianza anche nella valorizzazione delle donne in termini di partecipazione a tavoli di lavoro, commissioni e ruoli decisionali. Infine si propone di inserire la valutazione e il finanziamento delle università e degli enti pubblici di ricerca in base ai risultati che avranno ottenuto per il superamento del gap di genere. Un programma ambizioso, ma che a questo punto è tempo di intraprendere.