Disobbedienza civile sui migranti, il dilemma tra legalità e giustizia

Potrà forse sembrare un dettaglio privo di importanza, o una semplice coincidenza, non meritevole di particolare rilievo. Eppure vi è un dato, nella situazione politica attuale, che sarebbe probabilmente sbagliato sottovalutare. La prima manifestazione di questo nuovo fenomeno risale ad un paio di mesi fa, col varo del decreto Salvini sulla sicurezza. Alcuni sindaci particolarmente battaglieri – in prima fila, Orlando e De Magistris – annunciavano il loro fermo proposito di disapplicare il provvedimento legislativo in questione, specificamente nella parte in cui prevede il rifiuto o la revoca della cittadinanza agli stranieri ai quali sia stato negato lo status di rifugiati richiedenti asilo.

Pressochè contemporaneamente, il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, veniva sospeso dalla sua funzione per iniziativa della magistratura, per essersi reso responsabile di alcune irregolarità, per le quali sarà chiamato in giudizio. Più recente, ma altrettanto significativo, un terzo episodio. Informato del sequestro della nave Mar Jonio, deciso dalla magistratura siciliana, l’armatore dell’imbarcazione , Beppe Caccia, ha ribadito di non essere pentito della sua condotta – aver salvato alcune decine di migranti vicini al naufragio – e di essere pronto a ripetere il suo comportamento, anche a costo di essere sanzionato.

Cosa accomuna questi tre fenomeni, per altri aspetti fra loro diversi? Balza agli occhi un punto, di per sé fortemente problematico. Per dirla in estrema sintesi: Orlando, Lucano e Caccia si sono consapevolmente posti in una posizione di irregolarità, o di vera e propria illegalità, per rispondere ad esigenze non contemplate, o comunque non adeguatamente tutelate, dalla legislazione vigente.

Qualche riflessione, suggerita da questa circostanza per lo meno insolita, può non essere inutile. Emerge anzitutto, un aspetto di carattere generale, relativo al rapporto fra diritto e giustizia. Non lo si scopre certamente adesso, ma quanto è accaduto conferma con grande incisività il permanere di uno scarto insanabile fra il diritto positivo, nella sua astratta universalità, e le istanze di una giustizia sostanziale, sempre irriducibile, e spesso incommensurabile, rispetto alla legge.

Meno scontato, e tale da richiedere un’analisi meno estemporanea, è un secondo aspetto, soggiacente agli episodi citati. In termini schematici si può dire che il tema delle migrazioni non si presta ad essere affrontato con gli strumenti giuridici ordinari, e richiama invece sia pure indirettamente la necessità di una prospettiva più ampia e comprensiva, non riconducibile all’orizzonte della legislazione vigente. Per “fare giustizia” rispetto ai migranti bisogna andare oltre i limiti, dogmatici e tecnici, di ciò che il diritto è in grado di garantire.

Il fenomeno delle migrazioni si propone come quell’anomalia che il diritto attuale non è in grado di ricondurre alla norma. Di qui un’alternativa: o rispetto rigoroso della legalità, ma anche ingiustizia sostanziale. O rispetto di inalienabili diritti umani e naturali, ma anche deroghe e irregolarità, rispetto a ciò che il diritto prevede nella sua applicazione letterale. Un bel dilemma – non c’è che dire.