Discriminazioni in alto mare, la vita difficile delle marittime

“Le disparità di genere costituiscono uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile, alla crescita economica e alla lotta contro la povertà”, tanto che l’Agenda 2030, vale a dire programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, ha riconosciuto fra i 17 obiettivi di sostenibilità, come strategico, quello delle pari opportunità fra uomini e donne nello sviluppo economico, oltre che l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (compresa l’abolizione dei matrimoni forzati e precoci) e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione.

Nonostante i progressi realizzati negli ultimi anni, le discriminazioni contro le donne e il divario di genere nel mondo del lavoro persistono ancora in molti paesi del mondo e le donne rimangono spesso confinate in lavori poco qualificati e retribuite in maniera inferiore rispetto agli uomini. Il settore dello shipping costituisce uno degli ambiti economici a prevalente dominanza maschile, in cui più che altrove si trovano resistenze di tipo culturale che ancora oggi impediscono la effettiva parità di genere nel mondo del lavoro.

Discriminazioni a bordo

Secondo i dati dell’IMO (International maritime organization) le donne rappresentano solo il 2% dei circa 1,2 milioni di marittimi in attività, imbarcate prevalentemente su vettori passeggeri e gerarchicamente inquadrate in ruoli inferiori rispetto ai colleghi maschi, ricoprendo con minore frequenza il ruolo di ufficiali. Le donne imbarcate ricoprono raramente ruoli tecnici e legati all’ingegneria della navigazione, mentre risultano maggiormente impiegate nei servizi di accoglienza, dei passeggeri, pulizie, e gestione delle cabine, bar e caffetteria.

Nonostante gli importanti sforzi intrapresi dagli organismi internazionali, fra cui l’IMO , l’ILO (International Labour Organization), dal sindacato internazionale(ITF) e da WISTA (Women’s International Shipping and Trading Association) al fine di migliorare le condizioni di vita e lavoro a bordo nave e favorire la produzione di maggiori dati statistici e qualitativi sulla loro condizione lavorativa, ad oggi persistono ancora criticità significative. L’ambiente marittimo rimane ancora oggi in gran parte precluso alle donne.

Nel corso del tempo, stereotipi e pregiudizi hanno connotato il profilo del lavoratore marittimo e in qualche modo reso difficile alle donne di inserirsi in questo ambiente lavorativo; ciò a partire dalla superstizione, la cui origine si perde nel tempo, secondo cui la presenza delle donne a bordo susciterebbe l’ira degli dei, scatenando violente tempeste e mare avverso alla navigazione. In tempi più moderni si attribuisce invece alla figura della donna la capacità di “distrarre”, generare malumori e dissapori tra gli uomini dell’equipaggio che si contendono le sue attenzioni, così da mettere in pericolo la sua propria incolumità e la sicurezza della nave.

Dagli studi fino ad oggi realizzati sul tema, alla base dell’esclusione delle donne nell’ambiente marittimo vi è una fitta rete di stereotipi che costituiscono il motore della reiterazione dell’ordine patriarcale. L’opportunità di imbarco per una donna è ancora condizionata da una cultura occupazionale fondata sulla strutturazione di ruoli stereotipati che, nell’immaginario collettivo, tendono a definire la donna, per caratteristiche e ruolo sociale non adeguata a questo tipo di impiego storicamente maschile.

Gli ostacoli che le donne devono affrontare nella scelta della carriera sono ancora significativi. Oltre alla non semplice gestione della maternità che costituisce uno dei “motivi sociali” per cui la carriera a bordo nave sarebbe poco adatta alle donne, si registrano fenomeni di discriminazione, molestie che ancora oggi fanno si che una delle preoccupazioni prevalenti delle donne prima dell’imbarco sia quella di poter essere vittima di abusi e aggressioni sessuali; preoccupazione che come studi evidenziano, purtroppo talvolta viene confermata allo sbarco con donne che riferiscono di essere state oggetto di violenza a bordo nave.

Le condizioni di vita e di lavoro delle donne marittime sono ancora poco conosciute dall’opinione pubblica e poco indagate sul piano scientifico. Sono ancora poche le statistiche, gli studi qualitativi che permettano di fare luce in modo approfondito sulla condizione occupazionale di queste donne e che facilitino altresì una riflessione sul tema che consenta di adottare misure volte a migliorare la loro vita a bordo nave e le loro opportunità di carriera. Tutto ciò facendo luce sul potenziale rappresentato dalla loro presenza nel settore.

Il working paper del CNR-Ircres (di Barbara Bonciani e Silvia Peveri, leggi qui) ha lo scopo di mettere in evidenza la condizione lavorativa delle donne marittime mediante gli studi fino ad ora realizzati e favorire un maggiore interesse scientifico sul tema che possa fungere da stimolo per le Istituzioni e gli stakeholder ai fini di un miglioramento della situazione esistente.

Un patto per la parità di genere

Da pochi mesi grazie all’iniziativa del Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile , Enrico Giovannini è stato redatto il Patto per la parità di genere per migliorare le condizioni di lavoro femminile e di valorizzare le attività svolta dalle donne in ambito portuale; Patto che ha visto l’adesione di tutte le Autorità di sistema portuale italiane. Come è noto, l’ambito portuale, nato storicamente maschile, denota ancora oggi una prevalente presenza maschile nelle imprese operanti presso le Autorità di sistema portual . Da uno studio di SRM, le donne impiegate nelle aziende portuali risultano essere oggi 1.236 su 18.860 dipendenti totali. Inoltre, sebbene si denoti una maggiore presenza delle donne negli uffici amministrativi delle Autorità di sistema portuale , tale presenza non corrisponde ad un’analoga copertura dei ruoli dirigenziali e quadri (Srm,2022 Port Inphographics).

A partire da queste premesse, il Patto per la Parità di Genere intende promuovere iniziative per favorire un ambito portuale più equo e inclusivo in un’ottica di genere, in ottemperanza all’obiettivo 5 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con i principi europei del Piano Nazionale di ripresa e resilienza. Come evidenziato dalla Prof.ssa Greta Tellarini del Dipartimento Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna, se si guarda ai dati generali concernenti l’Italia, il Global Gender Gap Report del World Economic Forum del 2017 colloca il nostro paese all’82esimo posto su 144 per quanto concerne la capacità di colmare le differenze di genere. La discriminazione nel campo della partecipazione economica e delle opportunità professionali ci colloca al 118esimo posto mentre se si prende in considerazione la sola parità retributiva scendiamo al 126esimo.

Questi dati evidenziano la necessità di intraprendere azioni politiche e culturali volte a colmare il divario e rendere maggiormente competitivo il nostro Paese. Parlando di promozione di pari opportunità di genere in ambito portuale tuttavia ritengo importante che venga posta attenzione anche sul settore più ampio dello shipping e in particolare sul lavoro marittimo, vale a dire sulla condizione occupazionale di quelle ancora poche donne impiegate sui vettori marittimi che scalano i nostri porti. I porti costituiscono infatti nodi strategici da cui passa il commercio mondiale, per il 90% movimentato via mare, grazie al contributo della forza lavoro imbarcata. Sarebbe dunque di grande interesse, se alla luce di quanto avviato con determinazione dal Ministro Giovannini, anche questo tema potesse trovare maggior spazio in iniziative volte al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 , per cui la metafora utilizzata da Sergio Bologna, per cui la nave rappresenterebbe una “solitudine maschile resa forza produttiva” si trasformi in un futuro caratterizzato da una maggiore presenza della componente femminile a bordo nave, che si realizzi mediante la valorizzazione delle loro professionalità e competenze.