Disastro Atac, perché
votare no: i privati
non sono la soluzione

Domenica a Roma saremo chiamati a votare sul referendum consultivo che chiede se consentire l’affidamento del servizio di trasporto, oggi gestito dall’Atac (società del Campidoglio), a soggetti privati attraverso gare pubbliche. Dopo averci pensato a lungo e aver letto i pareri favorevoli (in particolare quello di Walter Tocci pubblicato su strisciarossa che potete leggere qui ) e quelli contrari (sempre su strisciarossa Paolo Berdini che potete leggere qui ) sono arrivato alla conclusione che la scelta migliore sia votare no. Cerco di spiegare il perché.
L’argomento principale dei sostenitori del sì non mi convince. Perché è vero che l’Atac è un carrozzone che non funziona, è vero che prendere il bus a Roma è come giocarsi un terno al lotto, è vero che i mezzi spesso si rompono o vanno a fuoco e le scale mobili del metrò sono ad alto rischio, sì è tutto vero, non ci sono dubbi. Ma questo dipende dal suo essere azienda pubblica o da cattiva gestione? E poi, perché un’azienda pubblica, quasi per principio e per costituzione secondo i favorevoli al sì, non può mai funzionare bene? E perché invece un’azienda privata, sempre per principio e per costituzione, non può non funzionare bene? Dov’è scritto? Chi lo ha deciso? Quindi, che argomento è dire a chi difende la funzione pubblica di un servizio importante: vuoi che il servizio resti quel disastro che è ora? Oppure: se voti no difendi l’Atac com’è, un carrozzone ingestibile. 
Credo che questo sia un ragionamento pericoloso, tanto più in un momento nel quale si è avviato finalmente un serio ripensamento sulle liberalizzazioni e sulle privatizzazioni con le quali ci siamo ubriacati negli anni Novanta e Duemila credendo che bastasse togliere le insegne pubbliche e dare una mano di vernice privata per risolvere ogni problema. Ovviamente non era così, e basti citare il caso delle autostrade per capirci. Nemmeno è convincente l’argomento in base al quale non si vota per una privatizzazione ma per una liberalizzazione: insomma, diventerebbe privata la produzione e non il servizio. Per capirci i bus, i depositi, i lavoratori e tutto ciò che serve a produrre il trasporto sarebbero privati mentre tariffe, frequenza e rete resterebbero in mano pubblica. Si tratta di un argomento non convincente perché nessuno ha provato a spiegare perché un privato dovrebbe acquisire la produzione senza poter dire una parola sul prezzo di vendita, sul ciclo produttivo, sugli organici e in definitiva sul profitto che, fino a prova contraria, è il suo interesse principale.
Ma l’aspetto più preoccupante è che se si accetta questa logica (se il pubblico non funziona, invece di farlo funzionare lo facciamo diventare privato) un domani potremmo trovarci di fronte ad altri dilemmi di questo tipo, forse ancora più rischiosi: se l’ospedale pubblico non funziona (e di casi ce ne sono molti in giro per l’Italia) che facciamo lo diamo in gestione al privato? E se la scuola pubblica non va (e anche qui ne abbiamo di esempi) facciamo la gara pubblica aperta ai privati? E’ questo che vogliamo? Privatizzare o liberalizzare tutto? Personalmente non ho dubbi: dico no.

L’Atac non funziona non per colpa di un diavoletto maligno che la insidia e che fa in modo che il pubblico, il maledetto pubblico, sia sempre un disastro. Non funziona perché la politica, quella di ieri e soprattutto quella che oggi comanda in Campidoglio e si è riempita la bocca di chiacchiere e di promesse, non l’ha fatta funzionare, non è stata in grado di intervenire con serietà e con coraggio sulla struttura e sul servizio, scegliendo manager adeguati e dirigenti preparati. Al contrario, nel corso della sua storia l’Atac è stato il luogo dove scaricare raccomandati, trombati, promossi di favore e via elencando soprattutto nel settore dirigenziale con i risultati che sappiamo. Si sono riempiti a dismisura gli organici mentre il servizio diventava sempre più scadente. 
Alla fine, come sappiamo, un pezzo di quel servizio (il 20%, tutto in periferia) nel 2000 è stato dato in gestione al privato – il gruppo Roma Tpl – che non lo ha per nulla migliorato. Ed è la prova concreta che non è vero che il privato è sempre meglio del pubblico. In questo caso, infatti, il trasporto funziona male, ci sono zone nelle quali arriva e non arriva, viene pagato un prezzo al Consorzio che lo gestisce in base ai chilometri percorsi e non in base alla qualità. E i lavoratori, meglio ricordarlo a chi pensa troppo spesso che i privati siano benefattori, sono rimasti per mesi senza stipendio. E’ questa l’efficienza del privato?
Il caso Atac è l’emblema di una crisi d’epoca dalla quale non si esce con gli escamotage e con le scelte pilatesche. La politica (e la sinistra, secondo me, in primo luogo) deve assumersi le proprie responsabilità. Deve saper governare e non solo parlare, promettere, immaginare. E tra gli aspetti del saper governare quello centrale non c’è dubbio che sia far funzionare i servizi per i cittadini. Garantire efficienza, trasparenza, affidabilità. Altrimenti a che cosa serve la politica se alla prima difficoltà si affida una volta alla finanza, l’altra al privato e alla terza a tutti e due?