Diseguaglianze e diritti negati: la destra governa tra vittimismo e minacce

Non abbiamo dovuto attendere molto per capire meglio ciò che già sapevamo. Il governo Meloni è un governo di pura destra sia dal punto di vista valoriale, che da quello economico. E con venature fascistoidi. È un governo caratterialmente populista e vittimista. Da manuale sotto questo profilo. Il suo leader esordisce intanto platealmente, rifiutando il tratto femminile della sua funzione premierale, a voler significare che la differenza di genere non solo non esiste, ma non va nemmeno nominata. Ovvero, cancel culture polemica di ogni battaglia emancipativa a riguardo.

giorgia-meloni-quirinale.onori-militariLo stesso tipo di cancel culture vale per l’antifascismo. Con la scelta del fascista non pentito La Russa a capo del Senato, che esibisce busti del Duce. E la generica condanna di ogni regime da parte di Meloni. Due mosse che eliminano in radice e in chiave programmatica ogni discontinuità positiva dell’antifascismo a base della Costituzione repubblicana. Un prologo della sua controriforma in senso presidenziale, e sogno che s’avvera di tutto l’anti antifascismo della destra italiana,

E a tutto questo fa da pendant il vittimismo anti casta e anti regime di sinistra che domina il discorso pubblico della premier underdog, finalmente vincente e vindice contro la cultura dominante. Ma è qui, in simultanea, che avviene la torsione della protesta vittimaria in repressione e restaurazione, tipica delle destre moderne novecentesche: merito, ineguaglianza, gerarchia, comunitarismo etnico. E compressione dei diritti. Cominciamo dai diritti.

L’avvisaglia era già partita contro l’aborto e a favore del diritto di non abortire. Fin qui retorica pro life. Ma l’attacco si è concretato subito nel decreto sui rave party, che colpisce il diritto di manifestazione non autorizzata su sito pubblico o privato di almeno cinquanta persone. Legge per ora rientrata per ovvi motivi di incostituzionalità, ma che comunque pende come minaccia, sia pur da revisionare nel suo dispositivo. Sta qui l’animus repressivo di un governo che si manifesta allo stesso modo nell’istruzione. Presentata come filtro selettivo dei talenti e dei migliori, dice il Ministro Valditara “l’umiliazione” è una risorsa formativa, e l’esclusione plasma i meriti. Al macero dunque il ruolo formativo di massa della scuola, che già vede in Italia una dispersione del 23 per cento e ci mette a riguardo in Europa solo avanti alla Grecia. In parallelo poi c’è l’idea di escludere dal reddito di cittadinanza tutti coloro che non hanno un diploma e sono svariate centinaia di migliaia tra i 19 e i 50 anni. Ulteriore conferma del carattere classista di una coalizione che trasforma il welfare in mera assistenza e lascia il mercato del lavoro al precariato e all’ arte di arrangiarsi.

E in tal senso va anche il regime forfettario e la flat tax al 15 per cento fino a 85 mila euro più altri 40 mila rispetto a questa soglia già raggiunta nell’annogiorgia-meloni-campanella antecedente. Premio questo sia all’individualismo possessivo della micro impresa individuale, sia all’impresa che fa contratti atipici per dipendenti a partita Iva, senza oneri di sorta per il datore. Quanto al lavoro dipendente, solo pochi euro in busta per il cuneo e ricche regalie in termini di crediti di imposta per energia a favore di imprese. E a seguire: moratoria fiscale per cartelle, fiscalizzazione oneri sociali fino a seimila euro per contratti a termine, di volta in volta proprio ad incoraggiare il precariato! E niente rifinanziamento della sanità in rapporto all’inflazione con una perdita calcolata, a questi ritmi di aumenti prezzi, di 18 miliardi (dati denunciati dal Presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini).

In sintesi, questo governo che marcia sul consenso attivo del ceto medio imprenditoriale diffuso e autonomo è l’esemplificazione plastica della classica distinzione Destra/Sinistra resa celebre da Norberto Bobbio nel 1994. E, cioè, ineguaglianza e gerarchia contro eguaglianza ed emancipazione. Il tutto nel quadro di una semplificazione plebiscitaria dell’esecutivo in senso presidenziale che tolga di mezzo gli orpelli del parlamento e dei partiti. Salvo il partito del presidente. Nel caso della destra tuttavia, niente affatto sradicato socialmente e post ideologico come accade oggi a sinistra. Resta infine la politica estera di questa destra. Ultra atlantica nel nucleo trainante post missino, e subalterna agli USA per usufruire di favori e mance anche per travalicare regole e vincoli europei. Da diritti a emigrazione. In pratica un sovranismo polacco e filo americano post europeista. In conclusione. Se questa e’ la destra con il suo blocco sociale, occorre smontarne il congegno. Inserendosi nelle sue contraddizioni anche di politica estera e costruendo un blocco alternativo ad essa. Con una sinistra e un partito chiaramente tali, ed alleanze coerenti centrate sul lavoro e con dentro il ceto medio dipendente e tutto il lavoro salariato. Ma soprattutto senza alcuno sconto politico a quella terza forza liberal laddove essa sia disposta ad assecondare derive presidenziali e premierali. Che chiuderebbero il cerchio definitivamente. Per sempre. A favore della destra. Dopo aver liquidato la nostra democrazia parlamentare.