Diplomazia in crisi, la guerra sarà più lunga e più sanguinosa

S’era detto alla vigilia che quella di ieri sarebbe stata una giornata decisiva per le sorti della guerra in Ucraina. Per molti versi lo è stata e purtroppo quello che è emerso dai due appuntamenti in agenda, la missione a Mosca del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e il “conclave” dei ministri della Difesa e dei vertici militari nella base americana di Ramstein, non offre alcuna ragione per essere ottimisti. Non è tempo di negoziati: la guerra è destinata a durare ancora a lungo e dovrebbe diventare anzi ancora più violenta e sanguinosa, con l’uso di armi sempre più micidiali e la possibilità, tremendamente concreta, che un incidente, una mossa non calcolata o l’atto di follia di qualche ufficiale sul campo porti l’escalation al suo esito fatale. Un’ipotesi evocata apertamente dal ministro degli Esteri Sergeij Lavrov che poche ore prima che cominciassero gli incontri di ieri aveva dichiarato che la Russia giudica “inaccettabile” la terza guerra mondiale, ma considera che il pericolo sia “reale”. Il viceministro della Difesa britannico James Heappey e la durissima portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Marija Zacharova si sono anche incaricati di disegnarne lo scenario catastrofico. Il primo ha detto che con le armi fornite dall’occidente Kiev dovrebbe poter colpire in profondità il territorio russo (cosa che peraltro è già avvenuta sia pure in forma limitata). La seconda ha avvertito che se le cose stanno così, la Russia potrebbe attaccare per rappresaglia legittima i paesi che forniscono quelle armi. Ha lasciato in una inquietante vaghezza se la minaccia riguarda i convogli dei paesi occidentali che attraversano l’Ucraina oppure direttamente i loro territori.

Insomma, il clima è questo. Un solo, minimo, spiraglio positivo si è aperto per quanto riguarda la situazione di Mariupol dove nell’acciaieria continuano a resistere gli uomini del famigerato battaglione Azov e una compagnia di marines ucraini, insieme con un numero imprecisato di civili che non si capisce bene chi siano, a parte la circostanza angosciosa che in buona parte si tratta di vecchi, donne e bambini: ostaggi umani dei “nazisti” della Azov secondo i russi, i quali accusano le autorità di Kiev di non consentire il loro rilascio, oppure persone che avevano cercato scampo nei sotterranei del complesso industriale e sono rimasti intrappolati dall’assedio. Forse per trovare una soluzione a quel problema i colloqui tra Putin e Guterres sono serviti a qualcosa e una soluzione – come vedremo – potrebbe essere all’orizzonte.

Veniamo, allora, ai momenti clou della giornata. L’incontro tra il capo del Cremlino e il segretario generale dell’ONU, organizzato con la solita scenografia del tavolo lunghissimo che ormai finisce (involontariamente?) per rappresentare plasticamente la distanza di Putin dagli interlocutori, è avvenuto praticamente coram populo, registrato prima ma trasmesso integralmente come se fosse in diretta streaming. Qualcuno ha visto nella scelta del presidente russo quasi una risposta alla scena con cui il suo nemico Zelensky si era presentato l’altro giorno davanti ai giornalisti stranieri nella metropolitana di Kiev.

Chiarezza

Almeno in questo l’uomo del Cremlino sembra aver optato anch’egli per il metodo della chiarezza, per quanto questo possa confortare. Non molto, a giudicare a quello che si è potuto ricavare dalla sua ricostruzione dei fatti. In sintesi: la Russia è stata “costretta” a promuovere la sua “operazione speciale” per proteggere i russi della Crimea e dell’Ucraina orientale che si sentivano minacciati dopo il “colpo di stato” che nel 2014 aveva allontanato dal potere a Kiev il presidente legittimo Viktor Janukovyč e che ci avevano chiesto loro di intervenire. Proprio com’è accaduto poco più di vent’anni fa con l’intervento occidentale nel Kosovo, ha aggiunto, con una certa, non gratuita, malizia.

Tutto quello che è successo dopo è stato colpa degli ucraini e poi della NATO. La Russia sarebbe stata pronta a trovare un compromesso sulla base del secondo accordo di Minsk anche a guerra iniziata. Anzi, nel negoziato mediato dalla Turchia a un certo punto si era stati vicini a una soluzione, basata sull’accettazione da parte di Kiev della neutralità e di una nuova sistemazione che garantisse la “sicurezza” dei russofoni d’Ucraina. Il tutto “secondo le regole dell’ONU”, ha aggiunto Putin con una certa faccia tosta. L’atteggiamento degli ucraini sarebbe cambiato dopo la “provocazione di Bucha”, il massacro dei civili della cittadina a nord di Kiev che ha provocato orrore, disgusto e condanna nel mondo ma con il quale – ha sostenuto l’uomo del Cremlino aggiungendo disgusto allo scetticismo di chi ne ascoltava le parole – “noi russi non c’entriamo affatto”.

Le conseguenze di questa versione autoassolutoria dei fatti e delle responsabilità sarebbero che ora Mosca sarebbe pronta a riprendere il negoziato solo sulla base della “chiarezza” sul Donbass e sulla Crimea. Cioè solo se Kiev riconosce che quelle terre ormai sono russe e non se ne parla più. Cosa che ovviamente, ora come ora, è come dire che la guerra continua.

Incertezza sugli obiettivi

Ma dove? Come? A queste domande la cronaca delle ultime ore non fornisce neppure l’ombra di una risposta. Se sono chiari gli obiettivi della campagna militare russa nell’est, da Charkiv in giù fino agli oblast di Luhansk e di Donetsk, al corridoio di Mariupol che unirebbe la Russia alla Crimea e oltre, prima le dichiarazioni di qualche generale e una mappa incautamente esibita dal presidente bielorusso Lukashenko e proprio ieri una esplicita dichiarazione del Segretario del Consiglio di Sicurezza della Russia, Nikolaij Patrušev, hanno gettato sul tappeto la prosecuzione dell’avanzata lungo il mare verso ovest, fino a comprendere Odessa e raggiungere l’enclave della Transnistria russofona nel territorio della Moldova, nella quale si trova un contingente di militari russi arrivati come peacekeeper al tempo della rivolta della regione e restati, con un arsenale di armi non disprezzabile, pare, anche quando non c’erano più motivi per farlo.

Il ricongiungimento con la Transnistria avverrebbe in base al principio putiniano secondo il quale “dove ci sono russi è Russia” (anche se i russofoni nella provincia secessionista non sono più del 30%), ma il suo vero significato sarebbe strategico: permetterebbe di conseguire quello che è stato evocato fin dall’inizio da molti osservatori come l’obiettivo finale vero dell’avventura di Putin: tagliare l’accesso dell’Ucraina al Mar Nero.

Dopo le dichiarazioni di Patrušev e alcuni attentati, di poco conto, a installazioni russe nella capitale della regione Tiraspol la capa del governo di Chişinau Maia Sandu ha decretato lo stato d’allerta delle forze armate ed è molto verosimile che nei prossimi giorni vengano accelerati i colloqui preparatori di un’intesa di consultazione con la NATO in corso da quale mese. Insomma, un altro fattore di tensione e di conflitto possibile. Resta comunque il fatto che nella carta geografica virtuale che Putin ha disegnato agli occhi di Guterres come soluzione che garantirebbe la “sicurezza” (sic) dei russi nell’Ucraina da acquisire alla Russia la Transnistria e neppure Odessa hanno un posto. Se Putin dice la verità – cosa sulla quale sono leciti molti dubbi – le brame russe si fermerebbero a nord ovest della Crimea, nella città di Cherson alla foce del Dniepr, essenziale tra l’altro per i rifornimenti idrici della sottostante penisola, dove – è notizia degli ultimi giorni – le autorità russe di occupazione starebbero organizzando un referendum come quello del 2014 in Crimea e altrettanto illegale per il diritto internazionale.

Come spiegare questa incertezza sugli obiettivi futuri dell’”operazione speciale”? Sono il segnale di divisioni tra i responsabili politici e militari? Oppure la reticenza a parlarne, da parte del capo supremo, è solo una manifestazione di prudenza o, forse, proprio di dissimulazione, come quando a febbraio continuava a ripetere che l’ammassamento di truppe al confine ucraino era solo un’esercitazione e che non aveva alcuna intenzione di invadere?  Si vedrà. Intanto, comunque, l’ipotesi Odessa-Transnistria è un ulteriore fattore di incertezza che certo non contribuisce a sperare in una road-map rapida e semplice verso una soluzione negoziale del conflitto.

La situazione a Mariupol

Nel colloquio tra il presidente russo e il segretario generale dell’ONU è stata evocata, come si è detto, anche la drammatica situazione della Azovstal. Anche in questo caso l’atteggiamento di Putin è stato negli ultimi giorni abbastanza contraddittorio. Tutti ricordano la scena in cui ordinava al ministro della Difesa Sergeij Šoigu la cessazione dei bombardamenti sull’impianto dai quali non sarebbe dovuta uscire “neppure una mosca”. In realtà, invece, i bombardamenti sono proseguiti e a molti è parso che nell’assalto un ruolo di avanguardia se lo siano preso le truppe cecene, forse non completamente allineate e obbedienti i comandi dei russi “etnici”. L’impressione è che il capo del Cremlino sia in difficoltà piuttosto grosse: da un lato deve chiudere al più presto la partita della conquista di Mariupol, trovando il modo di far uscire i soldati della marina, gli uomini del battaglione Azov, i militanti della brigata internazionale e, soprattutto, i civili. Dall’altro deve evitare che questi ultimi, tornati liberi e portati in Ucraina, diventino con le loro testimonianze un’ennesima prova della crudeltà con cui le truppe russe si comportano in questa guerra.

In serata, fonti russe e delle Nazioni Unite hanno dato notizia che nei colloqui al Cremlino sarebbe stata individuata una soluzione con l’intervento della Croce Rossa internazionale. Non si conoscono i dettagli, ma nel pomeriggio erano circolate indiscrezioni secondo le quali si starebbe lavorando all’ipotesi di far salire tutti gli occupanti, soldati e civili, su una nave turca che attraccherebbe al porto immediatamente adiacente all’acciaieria. Non c’era ancora un accordo perché i russi insistevano sul fatto che i militari avrebbero dovuto essere disarmati, mentre gli ucraini non volevano. Un altro scenario di cui si parlava prevedeva la stessa operazione con una nave greca. Ipotesi che trova qualche fondamento nel fatto che per molti anni, fino al primo Novecento, Mariupol è stata una città popolata da un gran numero di greci. Insomma, è possibile che nelle prossime ore le sofferenze dei civili assediati trovino fine. E forse la presa definitiva di una città che anche per i russi è diventata un simbolo possa essere un elemento che in qualche modo rende meno lontana la ripresa di un dialogo.

Insieme con la missione di Guterres il fatto più importante della giornata di ieri è stato il “conclave” di Ramstein, l’incontro al quale il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha convocato i suoi colleghi e i vertici militari di ben 40 paesi per decidere e coordinare l’invio di armi all’Ucraina. Sulle forniture per le quali  i singoli paesi si sono impegnati non si hanno molti particolari, anche perché nei singoli paesi molte sono state secretate per non offrire sul loro conto notizie utili ai russi. Da segnalare però la decisione della Germania, considerata fino a ieri il paese meno propenso a riarmare il governo di Zelenski, la cui ministra della Difesa Christine Lambrecht ha stupito tutti dichiarando la disponibilità di Berlino a fornire agli ucraini i carri armati di nuova generazione del tipo “Gepard” e ad ospitare un certo numero di militari di Kiev per dei corsi di addestramento.

Senso politico

Il senso della riunione è stato soprattutto politico. Si è trattato di una sorta di rito collettivo di adesione della NATO e degli altri paesi partecipanti (tra i quali Israele, che ha evidentemente abbandonato l’atteggiamento equidistante delle settimane scorse, la Svezia e la Finlandia, l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud  e altri) a quella che è stata già chiamata la “dottrina Austin”, ovvero una politica di sostegno pieno alla guerra dell’Ucraina che “potrebbe vincere” se l’occidente gli fornirà le armi pesanti che chiede e che, soprattutto, logorerà la forza militare della Russia di Putin impedendole di intraprendere nuove aggressioni ad altri paesi.

La “dottrina” del Segretario Usa alla Difesa, che pure viene considerato più “moderato” del Segretario di Stato Blinken e dello stesso presidente Biden, è una ripresa in termini aggiornati del containment degli anni della Guerra Fredda nei confronti dell’Unione sovietica. Solo che stavolta la guerra è calda, i rischi di una escalation fino all’ultimo estremo livello sono molto alti, come dimostrano anche la schermaglia tra Londra e Mosca e le inquietanti dichiarazioni di Lavrov. E il fatto stesso che la campagna di riarmo abbia le dimensioni che si sarebbero decise a Ramstein indica che gli occidentali considerano ormai pacifico il fatto che, dato il tempo necessario a metterla in atto, i paesi occidentali considerano che la guerra durerà molto a lungo. Come fin dall’inizio volevano gli americani e come agli europei non conviene in alcun modo.