Dietro lo scontro con Bankitalia la deriva ungherese del governo

Voce dal sen fuggita più richiamar non vale… Grandi manovre, ieri, per mettere una pezza all’attacco del Gran Consigliere economico di Giorgia Meloni Giovanbattista Fazzolari alla Banca d’Italia che ha agitato parecchio le acque, già tutt’altro che tranquille, intorno alla manovra economica. Gli uffici di Palazzo Chigi e la presidente in persona, da Tirana dov’era ad occuparsi d’un altro dossier foriero di grane, la delicata situazione dei Balcani occidentali, hanno fatto professione di fede nella “assoluta indipendenza” della nostra banca centrale. Con tutto l’entourage, a cominciare dal cognato Francesco Lollobrigida ormai ufficialmente “numero due” almeno per i telegiornali, schierato a sdrammatizzare: il tetto al contante e le multe a chi nega il Pos sotto i 60 euro? Vedremo, discuteremo, ascolteremo che ci dicono da Bruxelles… No problem.

In realtà il problema c’è eccome. Anzi, ce ne sono due. Il primo è che la  verità dei fatti è esattamente il contrario di quel che ha detto la presidente del Consiglio, secondo la quale “la notizia per il governo è che sulle grandi voci della manovra” non ci sono “critiche sostanziali da Bankitalia”. Ma davvero? Basta leggere il resoconto stenografico dell’audizione parlamentare del dottor Balassone per sapere che le critiche “sostanziali” si sono eccome e che le riserve più pesanti di Bankitalia non riguardano il contante e il Pos, che sono balzati sul proscenio dell’attenzione mediatica per il solito viziaccio dell’informazione a semplificare e a mettere in primo piano ciò che colpisce di più l’immaginazione dei lettori/spettatori, ma capitoli molto più pesanti: l’equità fiscale compromessa dall’estensione della flat tax e la sorte di un capitolo essenziale del welfare se si procederà davvero allo smantellamento del reddito di cittadinanza. Uno sforzo di analisi un po’ più approfondito avrebbe permesso di comprendere, e di spiegare al pubblico, che è qui il punto vero in discussione perché si tratta di due ambiti di iniziativa del governo che riguardano gli orientamenti fondamentali della sua politica economica, presente e futura.

Seri dubbi di Bruxelles sulla flat tax

Questo non significa che il capitolo relativo all’uso del contante e della moneta elettronica non sarà oggetto di forti controargomentazioni quando la manovra arriverà, fra qualche giorno, sul tavolo dei commissari europei a Bruxelles. Le misure adottate da Roma non solo indicano una strada che va nella direzione sbagliata rispetto alla necessità di combattere l’evasione fiscale, la corruzione e la criminalità, ma sono anche in patente contrasto con gli impegni che in materia l’Italia si è assunto con precise disposizioni dei progetti del PNRR. Ma con qualche manovretta e qualche marcia indietro da imputare all’eccessiva durezza di “quelli di Bruxelles” il governo Meloni se la potrebbe cavare. Sugli aspetti veri, pesanti, della linea di politica economica che traspare dagli aspetti fiscali e da quelli relativi alla lotta alla povertà, no. Soprattutto la flat tax, non tanto quella già realizzata ma la sua estensione generalizzata e la negazione del sacrosanto principio della progressività delle imposte, introdurrebbe un elemento di disordine nell’acquis comunitario e più in generale nel campo dei valori e delle culture condivise nell’Unione potenzialmente devastante, considerando oltretutto che verrebbe da un grande paese fondamentale come l’Italia. Fino al giorno d’oggi sistemi di “tassa piatta” sono stati sperimentati soltanto nei paesi dell’ex impero sovietico e in  alcuni sono stati abbandonati per evitare la bancorotta.

Quelle sguaiata sortita di Fazzolari contro la Banca d’Italia

E qui veniamo al secondo problema sollevato dalla disastrosa sortita dello spin doctor di Giorgia Meloni. Qualcuno ha fatto notare che l’ostilità dei governi verso il rigore delle banche centrali è moneta corrente in varie parti del mondo e che l’Italia non fa certo eccezione. Basti pensare ai tempi di Bettino Craxi, ma anche a quelli meno lontani di Matteo Renzi. Ma stavolta si è davvero passato il segno.

Le sue recriminazioni contro la Banca d’Italia Giovanbattista Fazzolari avrebbe potuto pronunciarle in ungherese, tanto sono simili a quelle che fin dal lontano 2011 Viktor Orbán ha rivolto alla sua di banca centrale, la Magyar Nemzeti Bank, finché non ha portato fino in fondo l’operazione di svuotarne i poteri e di riempirla di sue marionette. Oppure in polacco, giacché la destra-destra del PiS (Prawo i Sprawiedliwość, diritto e giustizia) di Jarosław Kaczyński una volta conquistato il potere ha messo mano alla stessa operazione a Varsavia. Nell’attacco di Fazzolari alla banca centrale che esprimerebbe gli interessi delle banche private organizzati in complotto per contrastare la giusta linea economica del governo mancava solo un riferimento a George Soros, che è un grande classico dell’ossessione orbaniana. Ma il sottosegretario è sempre in tempo per provvedere e, peraltro, ci sono varie testimonianze di quanto anche la sua Giorgia sia stata, in passato, contagiata dalla stessa sorosfobìa…

Sullo sfondo c’è la risistemazione dei poteri dello Stato

Giovanbattista Fazzolari
Giovanbattista Fazzolari, consigliere economico di Giorgia Meloni

In realtà, a parte le notazioni sulle ossessioni complottistiche che appaiono da sempre un tratto caratteriale della destra-destra italiana, vittimista anche ormai che non avrebbe proprio ragione di fare la vittima, la vis polemica contro l’autorità monetaria appare un aspetto di quella tendenza verso una risistemazione dei poteri dello stato la cui trama si intravvede nella strategia e nell’azione politica del governo Meloni, dal presidenzialismo senza neppure un cenno ai contrappesi all’idea schmittiana che il consenso elettorale autorizzi un esercizio del potere al di là delle forme e delle regole. La democrazia illiberale, insomma, teorizzata da Orbán e praticata a Budapest e a Varsavia.

Ieri il consiglio dei ministri ecofin dell’Unione avrebbe dovuto decidere, a Bruxelles, la sospensione delle erogazioni dei fondi all’Ungheria in ottemperanza a ben due voti del parlamento europeo di condanna del mancato rispetto dello stato di diritto (compreso il rapporto con la banca centrale) da parte del regime di Orbán. La decisione non c’è stata perché la presidenza del consiglio esercitata dalla Cechia alleata dell’Ungheria è riuscita ad evitare che venisse messa ai voti. Il ministro Giorgetti era lì e gli è stato risparmiato l’imbarazzo di tradire il suo governo votando a favore del no a Budapest oppure tradire gli interessi dell’Europa votando sì. Giorgetti se l’è cavata, ma l’ambiguità non potrà continuare in eterno. Il governo Meloni parla ungherese?