Dietro l’alt della Ue a Orbán
non solo le scelte omofobe
ma anche trucchi sui fondi europei

Non c’è solo l’omofobia di governo dietro la decisione che la Commissione europea avrebbe preso di bloccare i fondi del New Generation EU all’Ungheria. Da quanto si può appurare a Bruxelles, tra i motivi per cui l’esecutivo comunitario sarebbe orientato a congelare i 7,2 miliardi destinati a Budapest ci sarebbero anche considerazioni molto serie sulla mancanza di garanzie governative contro la corruzione nei meccanismi di spesa dei vari progetti contenuti nel piano nazionale.

Viktor Orban

Disinvolture sui finanziamenti europei

Perché così stanno le cose: il regime di Viktor Orbán non è soltanto il campione europeo delle idee regressive in fatto di diritti civili ma è da anni sotto osservazione per le “disinvolture” con cui ha gestito in passato i fondi europei e per i trucchi finanziari con cui punisce le amministrazioni comunali che gli sono ostili, a cominciare da quella della capitale il cui sindaco Gergely Karácsony si sta sempre più profilando come il suo avversario più quotato alle elezioni in programma per l’aprile dell’anno scorso.

In particolare, ricordano a Bruxelles, sono ancora in corso indagini dell’OLAF, l’organismo antifrode dell’Unione, sul caso delle tangenti che la filiale ungherese della Microsoft avrebbe pagato, attingendo ai fondi europei, tra il 2013 e il 2015 a uomini dell’entourage del premier, che era perfettamente al corrente dell’illecito, per piazzare software destinato all’amministrazione pubblica a prezzi maggiorati di oltre il doppio. Lo scandalo è stato scoperto dalla FBI e le autorità di controllo americane hanno inflitto al colosso informatico una multa di oltre 25 milioni di dollari e l’obbligo di licenziare tutti i dirigenti della Microsoft Hungary.

Tagli alle amministrazioni non allineate

Ancora più clamorosa la denuncia del sindaco Karácsony, il quale ha fatto affiggere in tutta Budapest manifesti nei quali vengono elencati i pesantissimi tagli che il governo Orbán ha decretato da un anno a questa parte nei trasferimenti dei soldi ricevuti da Bruxelles con i fondi strutturali e d’investimento stanziati nel bilancio europeo per le necessità delle amministrazioni comunali. Ai comuni “ribelli”, cioè quelli non amministrati da Fidesz, il partito del premier, sono stati negati i sostegni, pagati dall’Unione, per l’edilizia sociale, la manutenzione delle strade e per le forniture idriche, mentre da parte del governo è stata drasticamente ridotta la tassa sulle attività produttive che rappresentava il maggiore introito per le casse comunali di Budapest. Ciò avveniva proprio nel periodo in cui il parlamento dominato da Fidesz licenziava l’abominevole legge sul mercato del lavoro, la quale prevedeva tra l’altro l’obbligo degli straordinari e il diritto per le imprese di pagarli anche con tre anni di ritardo.

Un provvedimento talmente abnorme che la Corte costituzionale, ancorché fortemente ridimensionata nei suoi poteri dal regime e riempita di giudici “amici”, si è vista costretta a intervenire per bloccarla. Non si sa invece se la Corte riuscirà a intervenire contro un altro abuso del governo, il quale ha ceduto a fondazioni private dirette da oligarchi vicini a Orbán, tra cui ministri e sottosegretari del suo governo, che già controllano una grossa fetta dei media, 12 università pubbliche con un “regalo” di tre miliardi di euro da versare nel giro di qualche anno attingendo anche ai fondi europei, quelli ordinari di cui l’Ungheria già disponeva e quelli straordinari del Recovery Plan nazionale. Il sistema delle fondazioni si preparerebbe a dare l’assalto finanziario a diverse aziende ora di proprietà pubblica, tra cui quelle che gestiscono i monopoli del tabacco e del gioco d’azzardo.

Ci sarebbero queste e altre riserve pesanti in materia di moralità economica, insomma, dietro alle perplessità (usiamo un eufemismo) della Commissione sul piano di spesa ungherese. Ma non c’è dubbio che la scintilla che ha innescato l’incendio è stata la sciagurata legge promossa dal governo di Budapest e approvata dal parlamento che accomuna di fatto l’omosessualità alla pornografia. Si tratta di una questione di principio che tocca i diritti fondamentali della persona e sulla quale nessun compromesso è possibile. Lo hanno chiarito in tutti i modi Ursula von der Leyen, la dichiarazione di condanna dei leader di 16 paesi dell’Unione e – fatto giuridicamente rilevante – una risoluzione del Parlamento europeo che ha impegnato la Commissione ad agire nei confronti dell’Ungheria per far rispettare i Trattati e la Carta dei valori europei pena la denuncia della Commissione stessa alla Corte di Giustizia. La minaccia, forse, stavolta non era necessaria perché l’esecutivo era già orientato di suo alla fermezza, ma non era affatto superflua dato il lassismo esercitato in passato dalle istituzioni brussellesi nei confronti delle pratiche di “democrazia illiberale” cui Orbán e i suoi simili si dedicano ormai da anni. Una debolezza che si era resa manifesta nel novembre del 2020 quando, su suggerimento della cancelliera tedesca, la Commissione aveva accettato un mortificante compromesso sulla condizionale del rispetto dello stato di diritto quando in cambio del ritiro del veto ungherese e polacco sul Recovery Fund.

zan-fedezIl premier ungherese in un vicolo cieco

Che cosa accadrà adesso? Orbán e i suoi sembrano molto preoccupati della piega che gli avvenimenti stanno prendendo e sembrano aver abbandonato l’arroganza e la prosopopea abituali. Sette miliardi che rischiano di venir meno a un’economia già piuttosto traballante sono un colpo micidiale, che arriva oltretutto a nove mesi da una consultazione elettorale in cui per la prima volta dopo undici anni il leader illiberal-democratico rischia seriamente di essere cacciato dal potere. Ieri la ministra ungherese della Giustizia, l’orbaniana di ferro Judit Varga, dopo aver ripetuto l’insopportabile ritornello per cui la legge contro l’omosessualità sarebbe stata approvata per “proteggere lo sviluppo sano dell’infanzia” e aver “rivelato” che dietro la condanna del mondo civile c’è in realtà la propaganda di George Soros (una teoria del complotto che nella destra ungherese assume sempre più aspetti maniacali, quasi psicotici), cercando di smentire che esistano le intenzioni di blocco dei fondi da parte di Bruxelles le ha, incautamente, confermate. È in corso una trattativa, ha detto infatti, senza chiarire che e su che cosa si stia trattando.

In realtà c’è poco da trattare. A differenza di quanto è avvenuto in passato, stavolta Orbán non potrà contare sulla scialuppa di salvataggio che l’incompiutezza della costruzione comunitaria ha offerto finora a lui e ai suoi simili sovranisti del gruppo di Visegrád: il voto all’unanimità, quello che ha impedito finora, per dirne una, che si potesse procedere contro i paesi che maltrattano lo stato di diritto in base all’articolo 7 del Trattato europeo. I giudizi della Commissione sui piani nazionali per il NGEU dovranno essere portati in Consiglio nel giro di un mese dalla loro formulazione e stavolta il voto dei rappresentanti dei governi non dovrà essere unanime, ma sarà a maggioranza, con la clausola che chi non è d’accordo potrà portare la questione al Consiglio europeo, cioè al vertice dei capi di stato e di governo dove, però, si voterà di nuovo a maggioranza. Una pessima prospettiva per Orbán e soci, nel gruppo di Visegrád e fuori. Non è un caso che nel cosiddetto manifesto dei sovranisti firmato insieme dal leader magiaro, Marine Le Pen, Salvini, Giorgia Meloni e altri campioni della destra-destra tra le fumoserie ideologiche e le approssimazioni culturali sulla “nuova Europa” delle nazioni venga formulata all’Unione europea l’accusa di “voler aggirare il processo decisionale all’unanimità”. Magari fosse così davvero.