Dietro il no sui Leopard all’Ucraina la strategia tedesca anti escalation

Arriveranno, alla fine, i carri armati tedeschi Leopard in Ucraina? Nessuno, al momento, lo sa, anche se è delle ultime ore la notizia che Berlino potrebbe non opporsi all’invio dei mezzi in possesso della Polonia e che richiedono, per essere riesportati, il permesso delle autorità della Repubblica federale. Resta ferma invece l’opposizione alla fornitura diretta anche se la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, che proviene dalle file dei Verdi,  ha fatto intendere che la posizione ufficiale potrebbe evolvere verso il sì. Qualunque sviluppo si stia preparando, comunque, è certo che nella recente riunione dei 50 paesi “donatori” di armi al paese aggredito dalla Russia che si è tenuta a Ramstein è comunque emerso un fatto chiaro che, almeno finora, pare essere stato ignorato o sottovalutato nei giudizi e nei commenti. Quale che sia l’esito della controversia, anche se Berlino dovesse essere alla fine costretta a rimangiarsi il suo nein alla fornitura dei modernissimi e  molto “efficienti” carri Leopard 2, il senso politico di quel fatto rimarrebbe tutto. Il governo tedesco rifiuta la fornitura di un sistema d’arma che i capi dell’Ucraina e una buona parte degli alleati della NATO giudicano indispensabile non solo sotto il profilo militare ma anche sotto quello etico (“mentre voi esitate, muoiono migliaia di ucraini” dicono Zelensky e i suoi) perché ritiene che essa porterebbe a una ulteriore escalation militare che è interesse della comunità internazionale (NATO compresa) invece evitare.

Dovrebbe essere evidente che questa motivazione, la quale non è stata formulata in modo ufficiale per spiegare il rifiuto ma traspare in modo evidente non solo dai commenti degli osservatori ma dalle spiegazioni delle stesse fonti diplomatiche, rappresenta nell’atteggiamento di un paese importante dell’occidente un cambiamento di strategia importante rispetto al dogma del “sostegno incondizionato” a Kiev.

Rischio escalation

È vero che anche all’inizio del conflitto ci fu un importante rifiuto dei paesi della NATO – non tutti ma un buon numero, Stati Uniti in testa, mentre i polacchi guidavano l’altro o schieramento – a una specifica richiesta del governo ucraino: quella di fornire copertura a una no fly zone, ma in quel caso il no era motivato dalla necessità di evitare atti che comportassero un coinvolgimento diretto nel conflitto dei paesi che avrebbero fornito gli aerei, con le conseguenze che sarebbero derivate in base non soltanto alla risposta russa ma anche alle obbligazioni derivanti dallo statuto della NATO, in particolare l’articolo 5.

Stavolta non è così. La fornitura viene negata (per il momento, poi si vedrà) sulla base di una considerazione dell’andamento della guerra in sé, degli obiettivi che una delle due parti in conflitto si pone: non solo resistere ma allargare il conflitto. Da quanto è dato capire, anche per le considerazioni che sulla questione della possibile consegna agli ucraini di main battle tasks (MBT), cioè carri armati “strategici” come i Leopard 2 ma anche gli Abrams statunitensi hanno fatto esponenti del Pentagono, il timore degli osservatori occidentali è che essi possano servire al tentativo di attaccare le forze russe in Crimea, con l’obiettivo di riconquistare la penisola occupata dal 2014. Ipotesi che viene considerata dalla maggior parte degli osservatori come una mossa che porterebbe a una escalation non più controllabile.

Missili russi su Kiev

In fin dei conti, siamo al cospetto del solito dilemma. Qual è e quale dev’essere l’obiettivo dell’Ucraina che l’occidente può e deve sostenere: la difesa contro l’aggressione o la guerra vòlta alla sconfitta totale di Putin? Il criterio per decidere che tipo di armi fornire dipende dalla risposta a questa fondamentale domanda e pur se è vero che non è proprio sempre possibile distinguere tra armi difensive e armi offensive è tuttavia evidente che ci sono sistemi la previsione del cui impiego comporta inevitabilmente la messa in conto di una escalation che per sua propria natura non si fermerebbe fino al raggiungimento dell’obiettivo finale: non una pace concordata ma una sconfitta dichiarata di una delle due parti. Per fare un esempio che non riguarda i carri armati ma i sistemi missilistici: una cosa è garantire agli ucraini la possibilità di “coprire” le loro città dai criminali bombardamenti russi contro la popolazione civile e le infrastrutture essenziali alla vita civile come le centrali elettriche, altra cosa è fornire ordigni capaci di colpire in profondità il territorio della Russia. In questo campo la distinzione, finora, è stata mantenuta. Anche sugli MBT dovrebbe essere considerata.

Olaf Scholz

È possibile, anzi probabile, che le considerazioni esposte sopra siano state oggetto, ieri 22 gennaio, nell’incontro tra il cancelliere Olaf Scholz e il presidente Emmanuel Macron in occasione delle celebrazioni a Parigi del sessantesimo anniversario del Trattato dell’Eliseo firmato all’epoca da François Mitterrand e Konrad Adenauer. Pur se l’asse franco-tedesco sta attraversando tempi piuttosto grami per vari motivi legati soprattutto all’economia e alle questioni energetiche, non c’è dubbio che Berlino e Parigi si trovino dalla stessa parte della barricata nella discussione interna alla NATO sul merito della guerra in Ucraina e dell’atteggiamento da assumere sulla strategia nei confronti della Russia.

Il blocco dei duri nella Nato

A Ramstein la spaccatura si è mostrata in tutta la sua durezza proprio sulla questione dei Leopard. Il neoministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha resistito alle pressioni, molto insistenti, che arrivavano non solo da Kiev, ma dai suoi colleghi di un gruppo di paesi che sempre più chiaramente si comporta come il blocco dei duri all’interno della NATO: Polonia e Gran Bretagna in testa, con un evidente ruolo di leader, e poi Paesi Bassi, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Cechia e Slovacchia. Tutti e nove hanno formalizzato la loro posizione comune con la firma di un “patto di Tallinn” cui potrebbero aderire, una volta concluso l’iter della loro adesione all’alleanza, la Svezia con il suo nuovo governo di destra e forse la Finlandia. Anche il governo italiano, considerata l’intesa sempre più marcatamente esibita con Varsavia, è probabile che alla fine si assocerà pur se il ministro della Difesa Guido Crosetto ha preferito, a Ramstein, fare il pesce in barile: sui Leopard “si sta discutendo, vedremo”.

Gli americani, in questa fase, evitano di schierarsi e di insistere più di tanto con Berlino. Annunciano nuove e consistenti forniture di armi all’Ucraina ma in fatto di carri armati sono reticenti, probabilmente anche per far sì che rimangano fuori dalle discussioni e dalle pressanti richieste di Volodymyr Zelensky i loro Abrams, ovvero l’equivalente a stelle e strisce dei Leopard 2 tedeschi, che l’amministrazione di Washington non ha la minima intenzione di far arrivare sui campi di battaglia ucraini.

La questione non riguarda evidentemente soltanto i Leopard, ma investe più in generale l’atteggiamento che tutto l’occidente deve assumere in merito alle forniture di armi all’Ucraina. Deve essere di piena accondiscendenza ai dichiarati propositi di guerra “totale” dell’attuale dirigenza di Kiev oppure essere calibrato verso un aiuto indirizzato a mettere il paese aggredito nelle condizioni di difendersi fino al momento in cui sarà possibile aprire da una posizione di ragionevole forza una trattativa di pace con Mosca? È difficile prevedere quale delle due linee alla lunga prevarrà. All’incertezza contribuiscono diversi fattori. Il più importante è l’atteggiamento americano che ha a sua volta un importante tasso di imprevedibilità. L’amministrazione Biden ha annunciato, proprio a Ramstein, l’ennesimo pacchetto di aiuti militari a Kiev per la bellezza di 2,5 miliardi di dollari e starebbe premendo sugli alleati perché rafforzino la produzione di munizioni per tutti i sistemi d’arma forniti finora all’Ucraina. Nello stesso tempo però fonti della casa Bianca riferiscono di “raccomandazioni” rivolte a Zelensky perché sia rimandata a tempi migliori la controffensiva in tutti i modi annunciata e il Segretario alla Difesa Lloyd Austin ha evitato accuratamente di unirsi alle pressioni del gruppo di Tallinn sul ministro tedesco a proposito dei Leopard, prodigandosi anzi in generose considerazioni sulla “piena fiducia” che gli americani nutrono per l’atteggiamento “molto costruttivo” di Berlino. Giudizio fondato sulla innegabile circostanza che dopo gli Stati Uniti è proprio la Repubblica federale il paese che finora ha speso di più per sostenere militarmente Kiev.

“Speciale responsabilità” tedesca

Un altro fattore di incertezza è la situazione politica in Germania. Il no-Leopard all’Ucraina sembra essere una scelta della SPD e particolarmente di Scholz piuttosto che della coalizione di governo, nella quale due partiti che la compongono su tre, i liberali della FDP e i Verdi, sarebbero piuttosto a favore della fornitura. Anche se è vero che tutti i sondaggi d’opinione segnalano una forte maggioranza di cittadini, anche orientati a destra, contrari, nonché una ripresa, almeno pubblicistica, dell’antico tema della “speciale responsabilità” che la Storia ha affidato alla Germania in fatto di guerre e di armi (pure se di questa specialità tedesca si vede ben poco quando la Krauss-Maffei Wegmann fa affari miliardari proprio con i Leopard).

carristi ucraini, foto Belfcenter.org
carristi ucraini, foto Belfcenter.org

Un’ultima considerazione riguarda i tempi in cui si svilupperà il dossier Leopard. Il no di Berlino alla fornitura a Kiev riguarda non solo i tank prodotti in Germania ma anche quelli già venduti ad altri paesi della NATO oppure prodotti su licenza. Almeno un paese, la Polonia, potrebbe decidere di affrontare le conseguenze legali della violazione della licenza e consegnare agli ucraini un contingente dei “suoi” Leopard. Anzi, in base alle ultime notizie, ora potrebbe farlo con l’esplicito assenso tedesco.  Intanto il governo Morawiecki ha già predisposto l’addestramento nelle basi polacche di militari ucraini all’uso dei carri. In ogni caso, tra (eventuale) ripensamento del governo tedesco, risoluzione delle questioni giuridiche relative alle licenze e addestramento dei carristi ai nuovi mezzi, passeranno molti mesi durante i quali ucraini e russi continueranno a spararsi addosso con i vecchi tank made in Urss. Che sono obsoleti e molto meno micidiali degli MBT made in Germany. Il che, tutto sommato, non è per niente un male.