Di Maio va via
ma la crisi M5S resta
più profonda che mai

“Oggi si chiude un’era”, quella degli apriscatole, probabilmente, e se ne apre un’altra: “Vogliamo essere la bussola”: Di Maio lascia il timone visibile del partito, il M5S, con queste parole, assieme ad altre meno immaginifiche. Se la visione è il sapore della mitologia, come devono avergli spiegato sui banchi di Casaleggio e Grillo, Di Maio ha tradotto la lezione con una certa rigidità, e vuole che si sappia mentre si ritira nelle stanze del governo lasciando la direzione politica dei suoi, molti dei quali ormai in rotta.

Ma che vuol dire “vogliamo essere la bussola”? E perché abbandona il prestigioso incarico? I tg non aiutano a capire, sorvolano, prendono per buono quel che passa il convento, si fermano al citofono della cronaca, bisogna fare tutto da soli, quindi. Lascia – lettura fattuale e candidamente ingenua delle cose – perché si va verso gli Stati Generali del partito, dai quali in tanti attendono una nuova formula, una nuova struttura che, dopo aver affossato con enorme tempestività i meet-up, le “vecchie” strutture territoriali, restituisca al marchio un’anima in grado di far tornare i “grillini” sulla cresta dell’onda lunga della storia, quella che li ha portati recentemente in testa, per consensi, alle forze politiche italiane e in due governi consecutivi ma diametralmente opposti per sensibilità e cultura politica.

Si parla, anche se non pare, sempre e solo di potere: bisognerebbe capire perché si son giocati i meet-up, per provare a vedere le cose in un altro modo. Quelle strutture non esistono quasi più perché è stato sottratto loro ogni potere, preferendo far slittare la misura del consenso in quelle votazioni on line in genere ben confezionate dai proprietari – la famiglia Casaleggio –, bene orientate e sempre meno frequentate, grazie alle quali si son potuti prendere per mano qualche decina di migliaia di fan giusto per santificare , mascherandoli, i pazzeschi cambiamenti di rotta elaborati, passo dopo passo, dai tecnici che governano davvero la macchina dei cinque stelle. E infatti, le dimissioni di Di Maio sono state precedute da fallimenti, abbandoni, critiche, ma soprattutto accuse di dirigismo e di mancanza di collegialità, mosse in particolare dagli eletti, in Parlamento come nei consigli comunali o regionali, in concomitanza con un crollo del gradimento del M5S nel Paese che lo ha portato ormai alle spalle della Lega – il precedente collega di governo – e del Pd, l’attuale compagno di banco. Uno scenario complesso che ha avuto in Di Maio il titolare della volontà di Grillo e di Casaleggio, sempre meno, i due, concordi sul da fare. Di Maio era, è, usurato, sotto il profilo dell’immagine politica, lo si capisce bene, e la nascita della struttura dei “facilitatori”, tenuta ieri a battesimo proprio dal ministro degli Esteri, mostra tutto il perbenismo naif della sala di regìa alla quale si deve l’invenzione. Come il fischio di un capotreno, ecco annunciare la lieta novella: salite a bordo che il treno riparte, cambiando il macchinista. Anche se, messa così, non si tocca l’asse di potere che assegna a Casaleggio il dominio reale sui gruppi parlamentari, e quindi si può pensare si sia di fronte, fin qui, ad una cascata di acqua fresca e niente di più: pensano di rasserenare così il mugugno che rende oggi quei gruppi un vulcano impaziente di eruttare tutto quel che ha dentro? Ma no, che ci saranno gli Stati Generali – tredici/quindici marzo – e tutto cambierà davvero! Forse. Cambierà solo se Casaleggio rinuncerà alla proprietà del marchio e si lasceranno le strutture del partito libere di elaborare e decidere.

Il capo dimissionario se l’è presa con i suoi

Ma questa è una diagnosi antica quanto il M5S, una volta chi azzardava a pronunciare parola in questo senso veniva eliminato, messo nelle condizioni di andarsene oppure politicamente lapidato sulla pubblica piazza. Imbavagliavano, un tempo non lontano, perfino i frementi meet-up che proponevano incontri tra loro, da una regione all’altra, per confrontarsi, niente di criminale. Oggi, i parlamentari possono evitare di stendere i rendiconti dei soldi ricevuti dallo Stato italiano, mandando ai pesci regole e divieti. E non succede nulla o quasi, almeno fino ad ora.

Ecco perché sempre Di Maio, passando ieri la palla, non si è lamentato tanto dei cattivi che popolano il mondo e non amano i cinque stelle, quanto piuttosto dei suoi – ma guarda – quelli che “hanno posto i loro interessi al di sopra” di quelli del partito e del paese. L’hanno sfinito, il povero ragazzo, con questa storia dei rendiconti, loro che asfaltavano una pietraia scoscesa con il dané messo da parte tra Camera e Senato e brindavano alla realizzazione di una strada di fortuna. Sfottendo gli ingordi politici della casta. E nessuno, tra i cinque stelle, sapeva con certezza se sarebbe accaduto ciò che si attendeva, e cioè le dimissioni di Di Maio. Nemmeno i vip, tanto per far apprezzare il livello di condivisione interna delle scelte più importanti: ieri mattina, poche ore prima della comunicazione dell’addio alle armi, la sindaca di Torino, Chiara Appendino, poteva tranquillamente rispondere a chi le chiedeva lumi su quelle dimissioni “Non mi pronuncio sulle indiscrezioni”. Massima trasparenza, massima consapevolezza. Come tutti quelli che lasciano con un pacco di sgradevolezze all’attivo, anche Di Maio ha interpretato il magico momento con una impennata di orgoglio per il gran lavoro svolto e per i successi conquistati lungo la retta via, quella della coerenza: vietandosi qualunque accordo di governo, qualunque apparentamento, inorridendo all’idea anche solo proiettata di una possibile contaminazione son riusciti a governare con chiunque e a mostrare il trofeo di questa scoperta furbata come fosse un Oscar conquistato sul duro terreno della coerenza.

Torna una vecchia conoscenza

Ma ora governano con il Pd e Zingaretti, uomo di infinita pazienza, ha precisato che tutta questa vicenda riguarda i cinque stelle e i loro processi evolutivi, non necessariamente il governo, per cui tranquilli, ciò che conta, ha detto, è che ci si disponga contro il centrodestra. Anche se, in Emilia Romagna, i ragazzi coerenti hanno deciso di andare per la loro strada e di affidare i loro voti a un candidato con nessuna chance, invece che fare muro con Bonaccini per fermare l’orda nera. L’avesse pensata Salvini, sarebbe un’ottima mossa per dare fiato alla candidata leghista che non sa esattamente dove sia la regione da conquistare e governare e che, in campagna elettorale, promette ai divertiti cittadini emiliano-romagnoli progetti luminosi, ma, purtroppo per lei, già in atto sempre in quello strano territorio dagli ambigui confini. Intanto, tutti i rappresentanti cinque stelle del governo ci tengono a far sapere che il governo resisterà, anzi: le cose, secondo Federico d’Incà, ministro per le riforme e i rapporti col Parlamento, stanno andando, proprio nel governo, a gonfie vele, dal momento che al suo interno si sta creando “sempre più un amalgama”.  Ma a Di Maio, chi ha sussurrato con un certa energia: “levati da lì”? Casaleggio? Grillo, che poche settimane fa ha ricordato all’ex capo politico: guarda che sei tu il capo… Forse tutti e due assieme, convinti che il terzo tempo inizia fra poco e sarebbe da matti non rinfrescare il mazzo.

Da qui in poi il timone, o la bussola, starà nelle mani di Vito Crimi, vecchia conoscenza cinque stelle; nel 2013 disse a Bersani, davanti ai grillini, in un indimenticabile streaming, che di lui si fidavano per nulla. La frase più bella è stata pronunciata da Francesco Silvestri, tesoriere – sventurato, par di capire – del gruppo Cinque stelle alla Camera: “…Il Movimento sta entrando nell’età adulta. Fa parte della crescita cambiare approccio verso ciò che ci succede”: ecco, Severino se l’è persa per un pelo. Gli sarebbe piaciuta.