Gialloverdi a caccia
nel confuso fronte
dei populisti europei

E poi ci sono i gilè gialli…Chi s’è stupito della fantasiosa offerta di alleanza politica di Luigi Di Maio ai casseurs dell’esuberante movimento francese perché non è proprio normale corteggiare chi saccheggia i negozi sugli Champs Elisées, assalta un ministero con la ruspa e augura ogni sorta di disgrazia al capo d’un governo (comunque) nostro alleato, ha materia ora per indagare sulle ragioni che ci sono dietro. O – meglio – sotto. I 5Stelle hanno aperto la stagione di caccia in Europa: cercano alleati e di questi tempi e da queste parte quelli che si vogliono alleare con loro sono come gli unicorni. Vivono nelle favole. Chi ha buona memoria e interesse per la materia ricorderà la sconcertante vaghezza con cui qualche settimana fa il leader pentastellato rispose, in un talk show televisivo, a chi gli domandava conto dello schieramento ampio e – va da sé- “nuovo” che secondo lui si sarebbe stretto intorno alle sue truppe da qui alle elezioni europee per “mandare a casa” gli eurocrati che comandano adesso a Bruxelles e fare, dopo l’Italia, anche l’Europa “del cambiamento”. Dietro quella vaghezza non c’era reticenza, ma vuoto pneumatico. E nelle settimane passate da allora non pare che quel vuoto si sia granché riempito.

Luigi Di Maio

Lo si è potuto constatare quando, al ritorno da una missione “segreta” (perché segreta, poi?) di Di Maio a Bruxelles è stata resa nota la palette dei partiti e dei movimenti con cui i 5Stelle hanno intavolato pour-parler in vista della costituzione eventuale (molto eventuale) di un gruppo comune nel parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni. Per ora è una specie di circo Barnum i cui artisti hanno in comune solo una autocertificata fede nella “democrazia diretta”, senza che nessuno spieghi di che cosa si tratti esattamente e come debba funzionare. A tutti quanti i pentastellati offrono generosamente l’utilizzo della piattaforma Rousseau, come hanno fatto con i gilets jaunes, ma non è per niente chiaro perché mai e in che modo gli altri ne potranno usufruire. Non lo sa certo l’iniziatrice del movimento francese Jacline Mouraud che pare abbia frainteso l’offerta di una “piattaforma” obiettando che i suoi mica debbono… estrarre petrolio in mare.

Il gruppo è composto, per ora, dai polacchi del partito fondato con il suo nome (che è anche quello di un noto farmaco contro l’emicrania) dall’ex rockstar Pawel Kuzik su posizioni anti-aborto e anti-omosessuali, dal partitello populista croato Živi zid (lo scudo umano) protezionista e antieuropeo, dalla formazione finlandese Liiki Nyt guidata all’ultraliberista Karolina Kahonen. Contatti sarebbero stati presi anche con i Piraten tedeschi, che qualche anno fa ebbero un exploit in alcune elezioni nei Länder, tra cui quelle di Berlino, ma poi sono scivolati nel nulla. Per quanto possiamo ricordare, però, all’indomani delle elezioni del 2013 i dirigenti del Piratenpartei di Berlino presero nettissime distanze da “quel partito italiano che si richiama a noi ma è contro l’Europa ed è guidato da due dittatori come Grillo e Casaleggio”.

E poi…Poi ci sono i gilè gialli. I quali rispetto agli antiabortisti polacchi guidati da una stella del rock, agli scudi umani croati e agli ultraliberisti finlandesi hanno almeno il vantaggio di essere un movimento ben reale e ben radicato. Anche troppo. Ma, dopo il no grazie educato di Madame Mouraud e quello un po’ più rude del leader parigino del movimento Thierry Paul Valette, l’unico esponente dei gilè gialli che ha apprezzato l’offerta degli aspiranti alleati italiani è stato Eric Drouet, che è il capofila di quelli meno accomodanti, diciamo così, e ha guidato le manifestazioni più violente fino a farsi arrestare dopo il tentativo di irruzione con la ruspa nel ministero dei Rapporti con l’Europa.

Il punto sui risultati della caccia europea dei grillini non è consolante. Anche se la variegata brigata riuscisse a portare tutte le sue componenti al di sopra della soglia in cui si ottengono deputati e riuscisse ad eleggerne il numero minimo di 25, non ci sarebbe la possibilità di formare un gruppo parlamentare, nel quale, per regolamento, debbono essere rappresentate almeno sette nazionalità. Per ora ce ne sono quattro, al massimo cinque. Chissà che cosa succederà col voto di fine maggio, ma è abbastanza probabile che i cinquestelle si troveranno in una situazione non troppo diversa da quella della legislatura attuale: in un gruppo composito e un po’ schizofrenico, con i reazionari xenofobi dei Demokraterna svedesi e le truppe di Nigel Farage (che intanto si dedica ad altre attività e ha anche litigato con Grillo), e alla ricerca di altre sponde, come quella del gruppo liberale alla quale cercarono invano di approdare nel più spericolato cambio di maglia in corsa della storia del parlamento europeo.

Fin qui i cinquestelle. E i loro alleati-nemici della Lega? La corte che Salvini sta cercando di mettere su potrebbe sembrare un po’ più solida e politicamente credibile, ma fino a un certo punto. Partiamo dagli ultimi avvenimenti. L’altro giorno il capo della Lega è stato contestato a Varsavia in malo modo. Tra le altre cose, quelli che protestavano, in italiano, lo hanno apostrofato come prestatore di servizi sessuali orali a Vladimir Putin. Prendiamo le distanze dalla volgarità violenta del linguaggio: potevano dire “lacchè” e si sarebbe capito lo stesso.  Però pur nel loro modo esecrabile i contestatori evocavano, nel posto giusto, un problema davvero esistente. Salvini non ha mai nascosto le sue simpatie per l’attuale capo del Cremlino, si batte per il ritiro delle sanzioni ed è contento che la Crimea sia tornata alla Grande Madre Russia (per il Donbass vedremo). E gli attuali dirigenti polacchi, e grande parte del loro popolo, non hanno mai nascosto la loro antipatia per i russi. In tutte le versioni: zarista, comunista e tardo-imperial-putiniana. L’ombra di queste divergenze ha gravato sui colloqui dell’italiano con i dirigenti polacchi, il suo collega ministro dell’Interno Joachim Brudzinski  e il leader di Diritto e Giustizia (PiS), il partito dominante del governo, Jaroslaw Kaczynski, e spiega, forse, perché il leghista non sia stato ricevuto dal premier e dal capo dello stato. E perché la visita, sbandierata alla vigilia come l’incontro tra due naturali alleati politici, sia avvenuta in un clima di freddezza e si sia conclusa con un nulla di intese.

Viktor Orban
Matteo Salvini

L’atteggiamento verso la Russia è uno dei tanti punti che dividono il fronte dei sovranisti europei, anche nella versione diciamo così “compact” del gruppo di Visegrád. I polacchi, per i noti motivi storici, i russi non li sopportano neppure con un uomo così ideologicamente simile a loro come Putin alla testa, ungheresi, cèchi e slovacchi invece hanno verso lo zar del Cremlino, le sue venature autoritarie e i suoi sentimenti anti-UE, una percepibile simpatia, almeno politica.

Non è questione di simpatie e antipatie: il diverso atteggiamento verso la Russia è la spia di un problema con il quale il fronte sovranista, ammesso che lo si possa chiamare così, non riuscirà mai a fare i conti. Come tutti i nazionalismi, il sovranismo è per definizione incapace di alleanze sovranazionali. I suoi esponenti possono ritrovarsi insieme, com’è il caso del gruppo di Visegrád, sulla base di comuni aspirazioni, come fu a suo tempo l’entrata nella comunità europea e come è adesso nella guerra non dichiarata alle istituzioni dell’Unione, o di contingenze di schieramento. Ma non esiste, come esiste invece per gli altri orientamenti politici, un “internazionalismo” dei sovranisti. Guardate che fine hanno fatto la “Lega delle Leghe” annunciata a suo tempo da Salvini, il “Rassemblement europeo” proclamato solennemente con Marine Le Pen, i vari programmi comuni che sono stati evocati con e tra i partiti populisti-sovranisti, dagli olandesi di Geert Wilders, ai belgi del Vlamse Belang, i Demokraterna svedesi, i Veri Finlandesi. D’altra parte, se in ogni paese lo slogan è “prima i miei”…

La contingenza che tiene relativamente unito ideologicamente il possibile fronte sovranista è il rifiuto degli stranieri e l’illusione di bloccare l’immigrazione. Ma sotto l’ideologia c’è la realtà dei fatti e qui le lacerazioni sono evidenti. Né potranno essere coperte dalla pretesa di imporre un rifiuto totale dell’immigrazione, comune per tutta l’Europa.

Commentando la missione di Salvini in Polonia, il premier ungherese Victor Orbán ha detto che l’asse Varsavia-Roma è “un grande sviluppo, cui sono legate molte speranze” e poi ha tracciato le linee di quella che secondo lui dovrebbe essere la strategia del sovranismo europeo: creare una “grande forza” alla destra del PPE che condizioni i conservatori da destra. Più realista, e forse politicamente più raffinato di Salvini, il leader ungherese sa che la destra populista è forte, in crescita ma non rappresenta più del 15-20% dell’elettorato europeo. Che non vincerà le elezioni e non “rivolterà l’Europa come un calzino” come mostrano di credere Salvini e Di Maio. L’obiettivo non può essere altro che trascinare a destra il partito popolare, nelle cui file, non a caso, lui, Orbán, continua a restare. Questo è il vero pericolo che corre l’Europa ed è quello cui la sinistra, oggi debole e confusa, deve saper guardare. .