Dall’Ilva all’Alitalia
fallimenti e illusioni
del ministro Di Maio

Nelle politiche industriali e del lavoro nessun ministro del passato ha avuto tanto potere come Luigi Di Maio, il capo politico del M5S che raccoglie le deleghe del ministero dello Sviluppo economico e del Welfare. La somma dei titoli e dei poteri, tuttavia, non sempre produce risultati apprezzabili e dopo oltre un anno di governo il bilancio del ministro grillino, che si è circondato di fedelissimi dalla preparazione un po’ incerta, è assai deludente, in linea con il generale approccio, fatto di improvvisazione e incompetenza, che caratterizza la linea grillina e quella del governo.

“Chiudere l’Ilva”

Di Maio è il ministro che voleva chiudere l’Ilva di Taranto in campagna elettorale e ha mantenuto la stessa idea quando è diventato ministro, trascurando il fatto che l’acciaieria era già stata venduta al gruppo Arcelor Mittal, non “il primo che passa per strada” come pensava il ministro ma il più grande produttore siderurgico al mondo. Ora il ministro, preoccupato delle promesse mancate con gli elettori, vorrebbe togliere lo “scudo legale” alla multinazionale nel periodo di risanamento e di rilancio dell’ex Ilva. Così, però, viene violato uno dei punti dell’accordo concordato con Arcelor Mittal che ha minacciato di fermare l’attività il prossimo 6 settembre.

Vedremo cosa si inventerà Di Maio per mantenere in vita il contratto, continuare le bonifiche e salvare la faccia. I grillini non hanno la forza politica per portare fino in fondo la loro linea: chiudere la fabbrica di Taranto, trovare un reddito per circa 20.000 persone che vivono dell’acciaieria, finanziare un progetto pluriennale di bonifica e riconversione. Al tavolo sul futuro dell’Ilva dello scorso anno al ministero dello Sviluppo, qualcuno propose la coltivazione delle cozze al posto dell’acciaio.

La vicenda Alitalia

Dall’Ilva all’Alitalia, Di Maio si arrangia come può. Alitalia è da molto tempo, circa due anni, gestita dai commissari, è rimasta in vita grazie a un maxiprestito di Stato finito sotto la lente europea. Alitalia perde un milione di euro al giorno, è stata ridimensionata, indebolita dai precedenti piani di salvataggio, da sola non può risollevarsi e competere. Gli italiani, decine di milioni di italiani ogni anno volano con Ryanair, Easyjet, Lufthansa, BritishAirways… e gli aeroporti nazionali sono in piena attività, compresa Malpensa che ha avuto una performance straordinaria, grazie a compagnie internazionali, dopo la crisi causata proprio dall’abbandono di Alitalia. Il mercato, il sistema Italia non sente più come prioritario il bisogno di una tradizionale compagnia di bandiera.

Però Di Maio, come in passato Berlusconi con i suoi “patrioti”, ha fatto del salvataggio e del rilancio dell’Alitalia come compagnia di bandiera una sua priorità politica, un obiettivo simbolo, una scelta strategica. Il ministro, e il governo, ha spinto le Ferrovie dello Stato, cioè la società che con l’Alta velocità ha distrutto il business più redditizio di Alitalia (la tratta Milano-Roma), a diventare l’azionista di riferimento della compagnia con il 35%, cui si aggiunge il ministero dell’Economia con il 15% per dare la maggioranza alla mano pubblica.

Il partner internazionale è l’americana Delta col 15%, che macina ricavi e profitti da primato, riempiendo i propri voli. Mancava un altro socio privato. Eliminati (grazie al cielo!) Toto, Lotito e il boliviano Efromovich, uno peggio dell’altro, le Fs hanno accolto con piacere l’interesse di Atlantia, holding della famiglia Benetton che secondo Di Maio, però, sarebbe destinata al fallimento quando sarà privata della concessione autostradale. Proprio così: la cordata Alitalia conta adesso su Atlantia, chiamata a sottoscrivere circa il 35%, che è sotto inchiesta per il crollo del ponte Morandi di Genova.

Contraddizione di governo

Ambiguo, per non dire di peggio è il ruolo del governo. Da una parte vuole togliere la concessione ad Atlantia per la gestione delle autostrade, dall’altra apre la strada agli stessi Benetton per un posto di rilievo nella futura Alitalia. Si può anche pensare, e certo non si fa peccato, che i Benetton siano disposti a entrare in Alitalia, versando circa 350 milioni, per pagare un prezzo politico, fare un favore al governo e mantenere così la concessione autostradale, una gallina dalle uova d’oro che produce rendite milionarie con le tariffe dei caselli. Inoltre qualche autorità potrebbe eccepire sul fatto che Atlantia già controlla gli Aeroporti di Roma, scalo prioritario per Alitalia, inducendo qualche sospetto di conflitto di interesse. Ma questi sono aspetti secondari. Il punto adesso è che Alitalia dopo esser costata circa 8 miliardi di euro ai contribuenti italiani, assorbirà almeno un altro miliardo. Per fare cosa? Come combinare treni e aerei? Qual è il piano industriale? Ci sono i vettori per operare sul lungo raggio? Ci penserà Di Maio a suggerire qualche soluzione miracolosa.

Di Maio, negli ultimi giorni, si è dedicato anche alla Tav, altra battaglia grillina. Corso al capezzale della sindaca Appendino, furibonda con la sua maggioranza che aveva spinto il Salone dell’Auto da Torino a Milano, il ministro ha assicurato di essere a livello personale ancora contrario all’Alta velocità ferroviaria. Quello che Di Maio non può dire è che la Tav si farà, tra dieci giorni partiranno i bandi di gara per i lavori (valore iniziale stimato di un miliardo per le imprese italiane). L’Italia non dovrà pagare nemmeno un euro in più: il 55% dell’opera è a carico dell’Europa, i 2,5 miliardi di nostra competenza sono già stati spesati dal governo Monti.