Di Maio da statista
diventa guerrigliero

La cerimonia è rinviata a data da destinarsi.  Vengono rimessi negli armadi le grisaglie di Roventini e Bertolazzi  e i tailleur di Del Re, Trenta e Giannetakis.  Chi sono? Ma come,  sono la squadra di ministri presentata agli elettori, la mossa vincente, la  Panzerdivision grillina del 4 marzo scorzo.   Il giuramento al Quirinale sarà per un’altra occasione.  Forse.  Luigi Di Maio,  il giovanotto che aveva pacatamente convinto i professori alla discesa in campo,  al momento è travestito da guerrigliero  e spara a raffica:  il M5s “è stato sabotato”,  i partiti sono “traditori del popolo”,  la Rai è un nemico, i direttori verranno sostituiti (naturalmente “con una legge meritocratica”, non sia mai…)

Dov’è finito – si staranno domandando i ministri – il politico accorto, il sobrio neodemocristiano,  lo statista post ideologico?  Omaggiato da tanti e troppo in fretta, si è dissolto come un fantasma dal tramonto all’alba.  Al suo posto riecco Luigi da Pomigliano.  Aveva disceso con sicurezza le valli della consunta politica italiana, ora ripiega  con scarsa eleganza.   Sa che ha bruciato le chance.  Il nervosismo è umano, e lui non fa nulla per nasconderlo.  Capirà solo in un secondo momento se le norme pentastellate lo terranno in prima linea, o se al fallimento della sua missione corrisponderà un relativo oblìo. Decisione nelle mani di Grillo e Casaleggio.

Il Mov,  dove vige il neocentralismo democratico, non ne parla in pubblico: ma è già evidente che la debacle dell’avatar  governista ha stappato  l’intero vulcano grillino.  Beppe,  il mentore che aveva fatto un passo indietro a favore dei “meravigliosi ragazzi”,  ha immediatamente disseppellito il referendum antieuro e grida al golpe. Come in uno spaghetti western, il buon Dibba tornerà a istigare i commercianti nelle strade.  Risentiremo i vaffa  e ci interrogheremo sulla democrazia coperta di Rousseau, fioriranno i troll sui social e ripartiranno le gogne sui blog.  In due parole:  è già  campagna elettorale. Quella cosa,  per ora l’unica,  che i 5 stelle sanno fare davvero. Durerà quattro mesi o due anni.  Ma il nemico, come al solito, sono tutti gli altri.

Come l’ha perso Luigi Di Maio  il biglietto della lotteria?  A essere onesti, la trattativa per il governo s’è impallata non solo e non tanto per l’irrilevanza di un singolo ma a causa di un metodo e dell’ intera concezione della democrazia che c’è dietro:  l’idea magica grillina che in politica gli Altri – i loro numeri, i loro rappresentanti, gli interessi che difendono – valgano meno dei Nostri, e che il nome del Popolo basti a  rendere autosufficiente una vittoria dimezzata (più ricca della “non vittoria” che costò il posto a Bersani, ma dimezzata,  senza dubbio).

Questo retropensiero miracolistico ha illuso il premier in pectore e tutta la tribù che “gli Altri” avrebbero subìto inermi il gioco dei due forni,  l’invenzione del “contratto di governo”, l’esecutivo prêt-à-porter e l’intero armamentario nuovista, lasciando al Mov la rendita della purezza, dell’unicità e della dirittura morale.  Misteri della fede.  Il sistema “marcio nelle radici”,  quello che doveva crollare alla prima scossa, ha invece  tenuto duro.  E sono bastati un po’ di sagacia e di mestiere per infrangere  la gigantesca illusione ottica che aveva persuaso Di Maio (ma per qualche giorno anche pezzi della politica e del sistema informativo) di essere già presidente del consiglio.

Poi, naturalmente, ci sono i limiti personali  del capo grillino:  lesto a cogliere gli aspetti formali della politica – i costumi, i cerimoniali,  le deferenze, i rituali, le frasette  – ma carente in  professionalità politica (sic) e  in accortezza tattica.  Ondivago, poco affidabile.  Esattamente l’immagine che tanta parte d’Italia ha dei leader grillini.  Capace di  qualificare  Salvini  da una parte come l’interlocutore giusto per realizzare “buone cose” e dall’altra come il traditore già pronto a “fare il governo con 50 voti del Pd”.  Rapido a omaggiare formalmente l’esplorazione dell’amico di partito Roberto Fico,  salvo proclamare che di suo avrebbe preferito l’accordo con la Lega. Tante piccole bombe politiche, seminate senza apparente costrutto,  hanno contribuito a sgretolare le opposte trattative, più che a consolidare l’asse Nord-Sud, come probabilmente desiderava il premier mai incaricato.

Eppure gli argomenti  degli altri leader erano chiari già prima delle urne.  Salvini, vincitore coalizionale del 4 marzo, non aveva  alcun interesse a  servire  su un piatto d’argento la testa di  Berlusconi , quando perfino le elezioni regionali gli confermano che  erediterà  l’intero centrodestra.   Sull’altro fronte perché mai Renzi – che sa percepire il “sentiment” del suo mondo – avrebbe dovuto sdoganare  l’affidabilità grillina, rischiando di amplificare l’emorragia di chi, nel proprio elettorato,  immagina nel Mov un  nuovo Progressismo?  Il leader del Pd aveva dalla sua solide armi  e le ha usate: la distanza programmatica, la deriva antisistema dei ragazzi di Grillo, cinque anni di odio e diffamazioni subìti ribattendo colpo su colpo. La palizzata fra il Pd e i cinque stelle sta piantata in questo retroterra:  in caso contrario  non sarebbe bastato un blitz da Fazio per scompaginare le file degli “aperturisti”.  L’unico pedale che avrebbe potuto creare difficoltà all’uno o all’altro contendente Di Maio non l’ha saputo usare: il dramma del Paese e  le cose da fare. Impaniato nelle alchimie del professor Della Cananea come un geometra davanti a un disegno troppo difficile, ha lasciato a Lega e Pd tutto lo spazio per uscirne intatti, senza nemmeno pagare pegno per essersi opposti a questo o quel grande provvedimento a favore degli Italiani.

Ora anche per il ritrovato Luigi la domanda è: che fare?  Logica politica vorrebbe che  – proprio mentre grida al voto subito – il Mov ragionasse su come evitare l’identica impasse alla prossima tornata elettorale.   Imparare dagli errori, cambiare, è così che la credibilità politica si rafforza.  La strada di esplicite e dichiarate intese  in vista di alleanze future sarebbe la più trasparente e – chissà – forse perfino quella vincente.  Laicizzare il Mov a tappe forzate è  un investimento sì scomodo, non privo di rischi elettorali; ma è anche la garanzia di non ballare il valzer in una solitudine da recidivi.  Anche l’elettorato più entusiasta prima o poi si stanca dell’insipienza e della mancanza di risultati.

I primi segnali dal mondo grillino, comunque, non ci dicono questo.  Ci parlano delle stesse vecchie tecniche e delle stesse polemiche. Puntare  a raggiungere la maggioranza assoluta spremendo all’inverosimile il malcontento sociale e il giustizialismo politico sembra quasi, per Grillo e co,  una coazione a ripetere.  Ma stavolta, in una campagna elettorale sulle barricate, gli avversari avrebbero almeno un solido argomento in più.