Le destre vincono senza l’argine della sinistra

Sì, è vero: l’Italia è diventata cattiva. Più cattiva di come lo era dieci anni fa, quando nessuno avrebbe immaginato un uomo che andasse in giro avvolto nel tricolore a sparare ai “negri”. E’ vero, le cose sono peggiorate e a volte ci sembrano quasi inarrestabili. Di fronte agli istinti razzisti e fascisti, di fronte alle spinte egoistiche e alla cura ossessiva degli interessi privati, di fronte al disprezzo per gli altri o, se va bene, al disinteresse per il destino degli altri, ecco di fronte a tutto questo che monta come un’onda minacciosa, sembra che non esistano più anticorpi. S’è liquefatto lo spirito pubblico, disperso il senso di comunità, smarrita l’attenzione al bene comune. Si sono spezzati i legami sociali oltreché quelli politici. S’è perduta ogni visione generale. Nessuno si sforza di costruire un’idea di paese e pochi si preoccupano di tenere insieme, di smussare gli angoli, di costruire ponti e di abbattere i muri. E’ tutto più violento e quel coacervo limaccioso di istinti bellicosi che si agita nei social non fa che amplificare il nostro essere diventati brutti sporchi e cattivi.

Ma se siamo diventati così una ragione ci sarà, non è accaduto per caso. E’ accaduto perché è crollato l’argine. Nei confronti di una destra sempre più aggressiva e senza freni inibitori, di un qualunquismo populista che prima era nel fondo del paese e oggi emerge con prepotenza, la sinistra non ha saputo far altro che balbettare e retrocedere passo dopo passo smobilitando gli accampamenti. Ha dismesso quello che è stato considerato un vecchio armamentario – la comunità politica, l’organizzazione di massa, la presenza capillare sul territorio e soprattutto nelle periferie del paese, lo spirito di squadra, una visione del mondo e un profilo culturale adeguato – e non ne ha costruito nessuno nuovo. Si è lasciata trasportare sulle strade della destra, l’ha inseguita nella ricerca ossessiva del leader che salva il mondo, si è fatta convincere a usare persino i suoi stessi slogan. Ha pensato che per battere la destra servisse diventare un po’ di destra, parlare il suo stesso linguaggio e erigere i suoi stessi miti. In questo modo sono entrati dentro casa i demoni che hanno cominciato a corrodere le fondamenta: il liberismo, la flessibilità imposta, il merito a prescindere, i licenziamenti facili, l’aziendalizzazione dei servizi pubblici, la criminalizzazione dell’intervento statale e la riduzione del welfare. Superato il compromesso tra capitale e lavoro che ha governato l’Europa per un trentennio, la sinistra ha contribuito a dare supremazia al primo a scapito del secondo. Magari senza volerlo, ma lo ha fatto.

Nello stesso tempo, mentre emergeva in Italia quel mix di individualismo proprietario, egoismo sociale e leaderismo sfrenato che va sotto il nome di berlusconismo, la stessa sinistra non ha saputo contrapporre un’altra narrazione, un’altra idea di società. Ha perduto, per usare una categoria gramsciana, la battaglia per l’egemonia. A quel punto in assenza di ogni argine, la destra ha tracimato invadendo ogni campo: Salvini e la Meloni sono solo gli ultimi protagonisti di una destra che è entrata nella pancia del paese. Ha legittimato ogni forma di istinto primordiale, anche il più infimo, anche il più becero, anche il più innominabile. Lo stesso è accaduto per il populismo antipolitico di marca grillina: un’onda cresciuta a dismisura, rabbia dopo rabbia, contro la quale nessuna diga è stata eretta pensando che si potesse dominare concedendo qualcosa all’antipolitica e alla voglia di tagliare pezzi di democrazia. In questa assurda purificazione, che sembrava essere diventata la sola” igiene del mondo”, si è sacrificato il senso profondo della politica e la missione stessa della sinistra.

E’ un processo che dura da tempo. Ma in questi quattro anni non solo è proseguito indisturbato ma è peggiorato. Più la destra diventava cattiva più la sinistra ha cercato di giocare sul suo terreno invece che inventare un nuovo campo di gioco. C’era bisogno di temperare il liberismo e invece la sinistra lo ha coccolato. C’era bisogno di stringere i legami sociali e invece ha contribuito a spezzarli. C’era bisogno di unire il Paese su un progetto comune di ricostruzione solidale e invece lo ha diviso in due. Gli uni contro gli altri: innovatori contro conservatori, giovani contro vecchi, l’iphone contro il gettone, i riformisti contro i gufi e via dicendo. C’era bisogno di inventare un’accoglienza nuova verso gli immigrati e invece li ha tenuti lontani lasciandoli marcire nelle terre martoriate dalle guerre. Insomma, la sinistra non solo non ha contrastato l’egemonia della destra, ma ha contribuito a rendere ancora più difficile ogni tentativo di difesa civile e democratica. Ha spaccato in due gli italiani: chi non è con me è contro di me. Bisogna saperlo che questo è accaduto.

Oggi resta un pantano dal quale sarà difficile uscire. Oggi, dopo aver diviso il centrosinistra e averlo reso impreparato a qualsiasi battaglia democratica, ci si accorge che i barbari premono alle porte. Ma i barbari da tempo sono alle porte, anzi sono già entrati nell’accampamento. Per questo è un’illusione pensare di riuscire a risolvere questo grande dramma italiano con una semplice chiamata alla santa alleanza del voto utile. Le cose sono molto più complicate, maledettamente più complicate, e non basta un appello a salvare la coscienza di una sinistra che ha ormai perduto l’anima e, con essa, la propria missione storica: cambiare la società, renderla migliore e più accogliente, dare a tutti pari opportunità per essere davvero uguali.

Questo è il nodo politico che ci troveremo di fronte il 5 marzo. Comunque vadano le elezioni, si tratterà di ricominciare. Ma per ricominciare bisogna essere consapevoli – e lo devono essere tutti gli attori del centrosinistra dell’ultimo ventennio – del disastro che non si è contrastato abbastanza e che in alcuni casi si è contribuito a creare. Perché per ricostruire bisogna sapere dove e quali pietre scegliere, come e dove portarle e in che modo sistemarle una accanto all’altra, una sopra l’altra. Bisogna sapere che la nuova casa da tirare su non può essere uguale a quella della destra, ma nemmeno a quella della sinistra nella quale abbiamo abitato finora. Serve un progetto diverso. No, non basta più una  semplice ristrutturazione: l’edificio è ormai pericolante.