Dentro i versi di Cosimo Ortesta
alla ricerca di una via d’uscita

Sono state giornate tragiche per la nostra poesia con la scomparsa di due figure fondamentali come Ivano Ferrari e Biancamaria Frabotta. Il loro ricordo però non va visto solo nella prassi della “celebrazione” o della funzione necrologica: i necrologi infatti vengono appesi sui muri delle nostre comunità e dopo qualche settimana rimossi, consegnati a una sorta di oblio che caratterizza la memoria di pochi, pochissimi affini, amici stretti, parenti.

Decidere di sottolineare la scrittura di chi non ha fatto solo del piano confessionale il proprio approdo, merce sempre più rara negli attuali panorami, significa come più volte sottolineato fare i conti con la memoria collettiva e al tempo stesso privata della recente cultura italiana. Ma che spazio può avere un’opera di memoria letteraria all’interno di scenari sempre più accelerati e autobiografici?

A tutte queste domande si può rispondere sottolineando la recente uscita di Tutte le poesie di Cosimo Ortesta per l’editore Argolibri, curate da Jacopo Galavotti, Giacomo Morbiato e Vito M. Bonito. Opera meritoria non solo per la presenza di testi di difficile reperimento e altri non ancora editati alla scomparsa dell’autore, avvenuta a Roma nel Settembre del 2019, ma perché ci restituisce il lavoro complessivo che sembrava davvero essere velocemente e colpevolmente scomparso dai radar della critica e in generale dall’interesse complessivo; questo nonostante il prestigio e la stima raccolti in vita e l’importanza delle case editrici con le quali Ortesta ha pubblicato, da Einaudi a Donzelli, da Empiria all’esordio nei Quaderni della Fenice editi da Guanda nel 1977.

Leggere l’opera di Ortesta significa comprendere i profondi cambiamenti della poesia vissuti in particolare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta e vuol dire comprendere a pieno anche alcuni interlocutori fondamentali, quell’Attilio Bertolucci de La camera da letto ad esempio, di cui altrettanto e pericolosamente sembra essersi esaurita una certa hype ma anche e soprattutto, a livello internazionale, il John Ashbery di Autoritratto entro uno specchio convesso da poco ripubblicato da Bompiani nella traduzione di Damiano Abeni, dopo la prima versione edita da Garzanti nella traduzione di Aldo Busi.

 

Le devo dare cibo e riposo
di anno in anno sprofondando
qui dove dormo ancora e imputridisco
cotto da un’aria che mai si è fatta quieta

da stanza in stanza mi rincorre
di anno in anno sempre più addosso
in me scambia un poco del suo corpo
eppure da lei mi salvo ancora quando dormo.

Chiara in Ortesta è l’idea che la scrittura vada vissuta, che la poesia debba essere carica di tutta l’esperienza magnifica e tragica della vita. Nulla di artificiale dunque è possibile in questa maniera di intendere la poesia, in una nudità forse non così collettiva come per Giovanni Giudici ma appunto più prossima alla mai metabolizzata arrendevolezza di Attilio Bertolucci. Anche la malattia degli ultimi anni è guardata allo specchio e raccontata con disarmante lucidità. A fare le spese di questa verità è una scrittura eteromorfa, capace di adattarsi agli stimoli che, di decennio in decennio, si accumulano nell’esperienza italiana senza dimenticare le forti influenze della poesia francese, amata e tradotta dall’autore.

Entrando nel mondo di Cosimo Ortesta rimane la possibilità di affacciarsi a un mondo di poesia totale, di commistione tra opera e realtà, di abbracciare un ideale progetto di letteratura come fedele compagna di vita, come già in Roberto Roversi o Mario Ramous, altro protagonista di cui pare si siano perse le tracce e che si può invece ritrovare nella pubblicazione complessiva uscita per l’editore Pendragon del 2017.
A tutti questi poeti dobbiamo dare il giusto ascolto per non perdere opere importanti per la nostra crescita e per non dimenticare quello che siamo stati, scrittori oramai appartati anche nella piccola memoria letteraria.

Spesso accadeva che parlasse in sogno
e nelle tempie e nei polsi
non batteva il disegno delicato delle vene:
i vivi sempre tornavano con i morti
ma senza pensieri di morte
non avendo più nessuno da amare.

Non puoi sopportare che tutto il resto
del mondo prema si agiti e respiri
senza via d’uscita solo per istinto ormai
e nel freddo si vergogna al pensiero
di essere già morto vedendo spegnersi lo sguardo
che una volta splendente gli aveva tolto il respiro.
Lo trovarono sul pavimento del bagno:
forse una lesione celebrale.
Di nuovo adesso accade che parli in sogno.
Accade per bisogno di felicità?

 

Cosimo Ortesta

Tutte le poesie

Argolibri 2022.